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29 luglio, 2024

IN UN MARE DI SENSI DI COLPA

Quando arrivo da lei, dopo anni di distanza e di silenzio, ha la bocca spalancata per cercare di respirare, gli occhi aperti, velati e non può più muoversi. 

Le sue compagne di camera mi dicono che prima che arrivassi io respirava appena mentre adesso ha un respiro forte e vigoroso. Quindi è qui, mi ha aspettata. Qualcuno -scopro poi- le ha detto che stavo arrivando. 

Oh mamma. 

Le parlo piano e la accarezzo, come quando ero bambina e mi chiedeva di farle i grattini. Dal respiro e un lieve movimento della bocca, intuisco che mi sente e che le piace. Le dico che le voglio bene. Ti voglio bene mamma. Hai fatto tutto quello che potevi, lo so. Si emoziona anche se è immobile. Si sente dal respiro. Mi parla col respiro. 

Vorrei condividere fino in fondo questa intimità ma le mie ferite mi fanno dubitare, mi confondo e penso che sapresti criticare anche in questa situazione. Siamo poi in una stanza con altre persone e i neon accesi. Mi distraggo, perdo il contatto. Ma resto con te, così, come posso.

Poi, il suo respiro si calma, rallenta e si pacifica. La pace, stavolta senza compromessi.

Rovino questo momento avvisando gli infermieri. Ci vuole molto perché il cuore si fermi del tutto. Ma io non lo sapevo. Spero che non fossi più lì quando ti hanno controllato.

Scusami per non averti creduta, per non essermi fidata. Non ce l'ho fatta neanche questa volta. Non ce l'ho fatta più da 12 anni a questa parte.

Mi dispiace mamma per tutto quello che hai sofferto nella vita. Io ho sofferto con te, ho sentito tutto sulla mia pelle. Spero di aver alleviato un po' del tuo dolore con la mia vita. Con il mio amore di bambina certamente ti ho nutrita. Da adulta mi sono allontanata, altrimenti sarei morta. Hai impresso sulla mia pelle e nel mio stomaco quello che ti hanno fatto. Porto sul mio corpo i segni del male che ti hanno fatto e che tu hai fatto a me. Sono diventata il tuo testimone, in un certo senso. Ma non so quanto ti sia servito. Di certo non ti ho salvato. E per questo sto malissimo.

Mentre soffrivo a causa tua, scoprivo la tua sofferenza, la tua paura, la tua solitudine. Sentivo ma non potevo fare nulla. Assistere impotente alla tua agonia ha generato in me sensi di colpa. 

Non riesco ancora a perdonarmi. Talvolta annaspo in un mare di sensi di colpa.

Nei giorni seguenti ho pianto così tanto che pensavo di disintegrarmi. Ci sono persone che sono venute a rimproverarmi, a biasimarmi. Eppure solo noi sappiamo cosa abbiamo passato io e te. Nessun altro. 

La verità non andrà perduta. Ci sono io a ricordarla. E oltre a me altri testimoni competenti. Non siamo più sole in quella prigione di solitudine. Adesso nessuno mi può più ingannare o confondere. Ho fatto ordine.

Desidero andare avanti con la mia vita. E, se proprio non posso evitarli, almeno vorrei riuscire a nuotare con stile nel mio mare di sensi di colpa.

Ti voglio bene mamma. 

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17 luglio, 2021

HORROR E DINTORNI

Durante il secondo lockdown ho visto tutta la serie "iZombi". Nei vari episodi, molteplici sono state le citazioni da altri film sugli zombi, da quelli di Romero a Warm bodies, passando per i supereroi e le fantasie apocalittiche (che ogni giorno che passa sembrano sempre più verosimili).

In iZombi la definizione "modalità zombi completa" riguarda la modalità zombi-travolto-dalla-rabbia, in contrapposizione con la modalità zombi in cui hai semplicemente contratto il virus dello zombismo ma tutto sommato sei quello di sempre finché ti nutri regolarmente di cervello umano e ti accontenti di quello di morti accidentali.

Nella modalità zombi completa, ti trasformi in un killer assatanato di cervello e di vendetta, dalla forza eccezionale che, solo attraverso un autocontrollo altrettanto smisurato, puoi mettere al servizio della collettività, puoi usare per difenderti in casi estremi oppure per fare deliberatamente del male agli altri.

Emerge la questione del libero arbitrio; di come aiutare e, nel frattempo, convivere coi malati; del bene comune; di come i "sani" possano trasformarsi in sadici persecutori; di come gestire una pandemia sia un gran casino, che qualsiasi decisione si prenda presenta sempre vantaggi e svantaggi; di quanto il malato possa insegnare al sano; di quanto sia difficile la gestione del conflitto; di come fare la cosa "giusta" comporti un giusto sempre relativo; di come la malattia possa far riflettere e maturare così come le difficoltà in generale ci consentono di strutturarci; di come la condizione "normale" sia una semplificazione schematica, rigida e incompleta della realtà; di come la normalità sia composta di bene e male insieme, di giusto e sbagliato, di parti diverse in equilibrio e di come non possa che evolversi in continuazione; di come ognuno, a questo proposito, faccia fatica a mettersi in discussione; di come le emozioni, i sentimenti e le nostre capacità di gestirli, condizionino le nostre vite, ecc. ecc.

La "modalità zombi completa" non è necessariamente qualcosa di negativo, anzi. Mette in evidenza un disagio, mai isolato, e, occuparsene, permette di trovare soluzioni utili ai problemi di tutti, perché a tutti può succedere di trovarsi in quella condizione, perché tutti siamo giusti e sbagliati a seconda della situazione, perché tutti siamo imperfetti e, soprattutto, abbiamo una conoscenza incompleta. 

Solo chi vuole lucrare sulla vita degli altri racconta di essere portatore e difensore di una "normalità" assoluta, dell'unica condizione legittima possibile, e di corrispondere esattamente all'immagine idealizzata di realtà che a molti capita di agognare. Quella dove si fa carriera attaverso il compiacimento. Ci si compiace vicendevolmente e con vigore di essere puri. Si stabilisce arbitrariamente e in modo del tutto infondato che se hai certi requisiti fisici e fisiologici allora vali di più. E' un trucchetto vecchio quanto il mondo e che, per questa ragione, funziona sempre, a vincere elezioni, a ottenere i consensi dei frustrati a fare le peggio cose e ad arricchire i disonesti.

Credere a quel genere di persone che promettono "normalità" e una realtà prevedibile e immutabile, è facile, comodo e rassicurante. Ma è una trappola. Essi lucrano sulla fragilità e sulle debolezze dei loro simili.

Continuamente, come esseri umani, corriamo il rischio di provocare o di incorrere in prevaricazioni, aggressioni, guerre, dittature più o meno camuffate, magari indirette e per questo più facili da conciliare con ciò che rimane della coscienza.

Costruire qualcosa di buono insieme agli altri e mantenerlo è molto faticoso. Traditi sulla fiducia dai nostri stessi genitori, ci sentiamo arrabbiati e bisognosi di giustizia. Fare del male agli altri forse può far sentire meno vittime e meno bisognosi di essere accettati e rispettati, perché abbiamo l'illusione di farci noi le nostre regole, di obbligare gli altri a compensare le nostre mancanze. Trovare incazzati come noi con i quali unirci e sentirci vicini, poi, genera un'illusione di appartenenza sicura. Ma le persone che basano la propria vita sulla prevaricazione sono affidabili compari finché torniamo loro utili. E' certo che prima o poi ci butteranno via, ci elimineranno, ma solo dopo averci usato.

Forse sapere che più o meno tutti, in un modo o nell'altro, siamo stati traditi molto precocemente e siamo feriti da qualche parte, rompe l'illusione che ci siano privilegiati esenti da sofferenza, delusione, deprivazione affettiva, miseria umana. Non è molto, ma forse è quanto basta per smettere di passare la vita a distruggere e iniziare a costruire. 

Insieme, ognuno sulle sue gambe. Altrimenti diventa un cazzo di film horror.

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11 giugno, 2021

QUAL E' LA PROSSIMA MOSSA?

LA REGINA DEGLI SCACCHI



Qual è la prossima mossa?

Non sembra anche a voi che la vita assomigli ad una partita a scacchi? Vi capita mai di domandarvi quale sia la prossima mossa e di arrovellarvi il cervello cercando di capire le possibili conseguenze delle vostre decisioni?

Come negli scacchi, nella vita non è possibile muoversi a caso e liberamente e per ogni nostra mossa ci sono delle conseguenze. 

A seconda del momento, siamo pedoni, alfieri, cavalli, torri. Solo quando siamo regine possiamo muoverci "liberamente" ma sempre sulla scacchiera e non senza rischi.

Eppure, nonostante i limiti, le mosse possibili sono moltissime, molte più di quelle che normalmente riusciamo anche solo a pensare. Pensare, infatti, comporta fatica, confronto, studio e richiede resistenza, passione, vitalità. Per muoversi, poi, ci vuole coraggio, capacità di adattamento e visione di insieme. E bisogna allenarsi. 

Quando va bene, passiamo solo la prima parte della nostra vita di adulti a sbattere la testa contro il muro di false convinzioni, più o meno distorte e prive di utilità, che ci hanno messo davanti agli occhi i nostri confusi genitori e la disordinata società in cui siamo cresciuti, e che ci inducono a fare mosse sbagliate. Passiamo un tempo più o meno lungo a rivendicare una vaga idea di libertà e a lamentarci della fatica che ci costa vivere secondo le errate indicazioni ricevute. 

Accade così di concentrarsi su ciò che non possiamo fare anziché su come muoverci meglio possibile. Accade di vivere anche tutta la vita sotto scacco, non sempre perché non ci siano mosse salvifiche fattibili ma perché non si riesce proprio ad immaginarle: pensarle è molto faticoso, persino doloroso; richiede di concentrarsi, di liberare la mente, di lasciare andare, di rompere un attaccamento, di perdere qualcosa. Ma solo con quelle mosse la partita può continuare. Altrimenti essere sotto scacco finisce per trasformarsi in una condizione esistenziale e lo scacco matto è quasi una liberazione.

I pezzi degli scacchi nel loro insieme sembrano rappresentare l'essere umano scomposto nelle sue molteplici sfaccettature e dimensioni, nelle diverse fasi e funzioni della sua vita. Come per gli scacchi, appare fondamentale conoscere ogni nostro pezzo, le sue potenzialità e i suoi limiti, e saper attingere a quello giusto al momento opportuno. 

I pezzi degli scacchi insieme costituiscono un complesso corpo unico che, strada facendo, scendendo a compromessi con il principio di realtà, si modifica, lascia andare ciò che non gli occorre più, ciò che ha svolto la sua funzione; certamente, un po' si consuma, diventando nel tempo più compatto, coeso ma anche più efficace se ha lavorato bene fino a quel momento. 

Per crescere bisogna lasciare andare. E lasciare andare sembra piuttosto faticoso, doloroso, contro istintivo.

C'è sempre qualcosa da sacrificare di noi stessi in favore di altro che ci permette di evolvere.

Forse, concentrandoci nel realizzare il nostro potenziale, nell'ottenere il meglio da noi stessi e nel metterlo in circolazione, non avremmo modo di pensare troppo a ciò che non possiamo fare e sarebbe più sopportabile la fatica di vivere. 

Ogni nostra mossa fa succedere qualcosa in noi e intorno a noi. E così fanno le mosse degli altri.

Non importa quanti pezzi hai a disposizione. Probabilmente hai comunque davanti a te la possibilità di fare diverse mosse valide. Non importa se non riesci a prevedere tutte le possibili mosse degli altri giocatori, c'è un tempo per pensare e uno per agire anche se non completamente pronti. Altrimenti si rischia di rimandare troppo a lungo e di scoprire all'improvviso che è scaduto il tempo.

Qualche volta, bisogna farsi un po' male per evitare di morire. 

Main Title by Carlos Rafael Rivera

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09 marzo, 2021

SEMAFORO ROSSO

Da bambina, ad un semaforo, chiesi a mia madre che stava guidando per andare a trovare una sua amica: 

- "Perché il semaforo rosso è rosso?".

Lo domandai curiosa, come folgorata da una domanda fondamentale, mentre osservavo il semaforo in tutto il suo fascino, in attesa di ripartire.

- "Perché ci dobbiamo fermare per dare la precedenza alle altre macchine", fu la sua risposta, certamente pratica, razionale e sbrigativa.

- "Sì, ma perché rosso?"

-"Non capisco cosa dici, cosa vuol dire, cosa stai dicendo!!!". Risposta con increspatura disperante, testimonianza stavolta di una madre provata.

-"Perché rosso? Perché si chiama rosso?", domandai io, dispiaciuta di non riuscire a spiegarmi ma ancora curiosa di sapere, al punto da insistere a domandare senza accorgermi del pericolo imminente. 

Mentre mi accingevo a formulare meglio il mio difficile interrogativo, tutta concentrata sulle parole da usare, in un attimo la macchina, mia madre, io, tutto esplose.

Ancora una volta ero riuscita a fare del male senza capire come. 

Tra urla, grida e colpi, mia madre girò a sinistra, riformulando la destinazione: doveva urgentemente portarmi a casa per picchiarmi prima che la sua furia scemasse.

Era esplosa eppure continuava a guidare mentre mi colpiva senza successo perché troppo lontana e si dimenava sul sedile in preda ad una furia violenta e implacabile. Un evidente esempio di persona multitasking, capace di domare una bestia come me mentre contemporaneamente osservava il semaforo diventare verde (non chiesi mai perché verde), svoltava, seguiva la strada, parcheggiava.

Doveva arrivare a casa alla svelta, prima che la mia stupidità e la mia stronzaggine la facessero ammalare. Colpirmi violentemente funzionava sempre, dopo guariva e tornava quella di prima. 

Dopo una certa età, quella in cui si smette di sfidare i genitori, mica alla ricerca della separazione e della identità di genere come dicono oggi, ma per diaboliche intenzioni malefiche, la terapia della mia povera mamma funzionò ancora meglio e la bestia fu domata, almeno fino all'adolescenza. Per precauzione mi colpì ancora e ancora, a volte preventivamente. Io non capivo, ma lei sapeva con chi aveva a che fare.

Presi atto che, non solo dovevo essere scema perché facevo domande idiote, ma pure stronza, perché insistevo, con evidente intenzione maligna di tormentarla anche dopo che già avevo avuto una risposta.

Da bambina ero una ingrata. Se mi avessero conosciuta, certi teorici della pedagogia che andava di moda una volta avrebbero potuto scrivere un libro sul mio caso e intitolarlo: "La maledetta bambina ingrata", spiegando alle famiglie come individuare in tempo i primi segni diabolici e come prepararsi a domare un tale essere immondo, prima che si mangi il cervello dei suoi stessi genitori o li faccia ammalare.

Ero dunque una bambina malvagia, con poteri oscuri, tipo quelli degli stregoni, e di cui non avevo assolutamente il controllo.

Invece nessuno mi ha mai studiata, nessuno ha scritto un saggio, o anche solo un articolo scientifico sulla mia pericolosissima condizione.

Non solo, anni dopo, fior fiore di scienziati, evidentemente matti, scrissero addirittura "Il bambino filosofo", farneticando sulla preziosissima curiosità dei bambini e il senso profondo del loro incomprensibile modo di conoscere il mondo. 

Nessuno, dunque, era stato informato del potere malefico mascherato da curiosità di certi bambini diabolici come me.

Roba da matti. Se mia madre lo leggesse, certamente andrebbe fuori di testa, poverina.

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05 gennaio, 2021

NON E' UN PAESE PER EMOTIVI

Personalmente devo aver più volte nominato e parlato più o meno di tutti i maltrattamenti subiti: ci ho pianto sopra di fronte a testimone empatico, elaborandoli uno a uno. Eppure continuo ad essere condizionata potentemente dai miei traumi, nelle scelte di vita e nelle relazioni. 

Nonostante le preziose elaborazioni, dunque, sotto stress, interviene in automatico un qualche funzionamento distorto. Moltissime situazioni fungono da trigger: in un attimo rivivo il film della mia infanzia e provo emozioni e sentimenti insopportabilmente intensi. 

Che forse dipenda dal fatto che quella persecutrice di mia madre non ha mai riconosciuto nulla di ciò che mi ha inflitto? E che ogni suo attuale pensiero per me è ancora solo di distruzione e morte? Che tutta la mia famiglia non ha visto nulla e forse stenta pure a crederci? Non parliamo poi del resto del mondo: i maltrattamenti esistono solo al telegiornale e nelle lontanissime periferie degradate degli altri mondi, dove si vede ad occhio nudo che vivi nel disagio sociale, magari perché sei sporco, puzzi, hai i lividi, i pidocchi e i vermi. Non si crede al traumatizzato quando è vestito bene, quando è pulito, profumato e sorridente. Quando viene mandato a scuola e in vacanza e non ha segni sul corpo. La mia mamma è stata molto attenta e poi le facevano male le mani. Così colpiva forte per farmi male ma non abbastanza per lasciarmi segni duraturi e poi si è dedicata anima e corpo alla violenza psicologica che, oltretutto, le dava assai maggior soddisfazione essendo sadica e contorta. Inoltre mi ha insegnato a riconoscere le sue punizioni come conseguenza della mia inadeguatezza, ottenendo la mia totale omertà fin da piccolissima. Ero sbagliata e lei una vittima: mia, della famiglia, del mondo intero. Meritavo di essere punita essendo la mia stessa esistenza una punizione per lei. Poverina.

Oppure sono come quei bambini selvaggi cresciuti da soli nella natura (nel mio caso, da sola nella sofferenza) e che, non sviluppando, ad esempio, il linguaggio al momento giusto (nel mio caso la fiducia in me e negli altri, ecc…), non lo svilupperanno mai più?

Forse un testimone non è sufficiente. Forse Alice Miller parlava di un testimone in senso lato o simbolico: "uno", ma grande abbastanza a seconda della gravità dei traumi vissuti.

Così, in attesa di scoprire un antidoto ai maltrattamenti subiti, continuo a soffrire e soffrire nel tentativo di smettere di soffrire. Il nostro, poi, non è un paese per persone fragili o per diversamente emotivi, che sono considerati dai più dei lamentoni privi di volontà e palle, degli incapaci, degli esseri inutili e incomprensibili. Questo a dimostrazione del fatto che l’umanità in generale non è in grado di farsi carico e prendersi cura delle proprie fragilità. Le combatte, moltiplicandole. 

Chissà se, date le stesse condizioni climatiche, l’uomo, oltre a pensare e fare gli stessi errori ovunque nel mondo, non possa anche riprodursi tale e quale in infiniti sistemi solari, costringendo la propria specie e la Natura tutta, ogni volta, alla stessa fine.
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10 dicembre, 2020

AGGIORNAMENTI

I tempi cambiano e così anche le favole. Anche se la favola dei tre porcellini può avere ancora il suo senso: una mamma che mette i figli in condizione di emanciparsi e il confronto tra diverse strategie di autoconservazione sono tematiche dall'importanza quanto mai attuale. 

Suonare il flauto e il violino poi sono competenze da non trascurare né tantomeno sottovalutare. Se ci fosse stato un seguito a quell'inizio turbolento dei tre porcellini nel mondo, sarebbe potuto accadere che Tommy, violinista sopraffino, imparata la lezione sulla capacità di sapersi autoconservare, decide di fare qualcosa del proprio dono (suonare il violino), così come Jimmy aveva saputo riconoscere e valorizzare il suo (imprenditore e costruttore edile). E fu così che, perfezionando la sua tecnica e studiando, fu preso dall'orchestra filarmonica di Vienna, una delle filarmoniche più prestigiose e note al mondo. Dopo un decennio, decise di abbandonare la filarmonica suddetta per una meno conservatrice, discriminante e bigotta, scoprendo la passione per l'insegnamento e dedicandosi alla musicoterapia. Chi l'avrebbe mai detto.

Timmy, che suonava il flauto, invece, era un tipo molto sensibile e creativo ma anche molto disorganizzato e confuso. Viveva purtroppo all'ombra dei fratelli già realizzati, un violinista e un costruttore di successo, e non riusciva a credere in sé stesso. Aveva paura del pubblico, quindi difficilmente immaginava di poter intraprendere una carriera come quella di Tommy. E non amava costruire, per quanto fosse un abilissimo carpentiere. Cercava sé stesso nei modelli dei fratelli ma lui era diverso e unico proprio come lo erano gli altri. Non ricevere successo e riconoscimenti plateali lo faceva dubitare ulteriormente di sé. O forse dubitava perché aveva interiorizzato che se non dimostrava subito di essere un genio, forse non valeva la pena perdere tempo con niente, né valeva la pena la sua esistenza. Ma suonare lo rilassava, lo calmava, lo divertiva. Chissenefrega se non ci mangiava! Dopo decenni a cercare la propria strada, sempre al verde e sempre in crisi esistenziale, iniziò una formazione che poi divenne professione: quella dello psicomotricista. Siccome nessuno sapeva cosa fosse, per evitare figuracce, non gli facevano mai troppe domande. E da quel momento poté suonare senza sentirsi un fallito e giocare coi bambini per lavorare. Se non fosse stato per il guadagno scarso, fare lo psicomotricista sarebbe stato persino più appagante che fare il calciatore professionista. Invece l'incertezza per il futuro era cosa assai sfiancante e gli toglieva parte della gioia, sempre preso tra il piacere del lavoro e un certo desiderio di mettere su famiglia.

Jimmy dal canto suo era il figlio retto e rigorosamente giusto, il figlio responsabilizzato fin da subito, l'orgoglio della famiglia, il figlio che non delude e su cui poter sempre contare. Il figlio dotato che, caricato delle amorevoli aspettative di riuscita dei suoi genitori, si realizza nel lavoro mentre il suo matrimonio inevitabilmente naufraga. Ma non per colpa sua: semplicemente quella non era la donna giusta, una che non apprezza la famiglia (che tradotto ai giorni nostri quell'"apprezzare la famiglia" sarebbe stato = annullarsi in essa ma rimanere vitale per compiacere, serva della suocera e del marito e sua cornuta appendice).

La figura del lupo poi non era così tremenda. Andava pur bene un lupo che cerca di mangiare tre porcellini. Qualcuno poi doveva impersonare il male e il lupo si presta bene con quella sua boccaccia. Era poi stato riciclato da altre favole. Ci sta che un attore si specializzi in certi ruoli. Guarda Jack Nicholson!!! Le parti da pazzo serial killer le interpretava senza sforzo. Un successone! Ci sta che il lupo faccia la sua stessa fine. Far paura ha il suo vantaggio. Qualcuno certamente ti ama, magari al di là di uno schermo.

Anche se, ad oggi, il lupo è a rischio di nevrosi e di psicosi, prima ancora che di estinzione, nella favola dei tre porcellini non subisce maltrattamenti gravi e comunque si tratta di finzione. Nella nostra realtà invece, in cui giochiamo a Dio, ora reintroducendo il lupo, osservando se si moltiplica abbastanza, ora abbattendolo perché si è moltiplicato troppo e reintroducendolo ancora, il lupo si sente svilito e strumentalizzato. Soffre di vere e proprie crisi di identità, di depressione. Si sente un po' un cane. Abbiamo calpestato la sua dignità, il suo orgoglio, la sua fierezza. Era meglio quando stava peggio e faceva il cattivo nelle favole. Se potesse scegliere preferirebbe l'estinzione al controllo delle nascite che controllava benissimo da solo. 

Comunque, una versione della favola a cui il vicino dei tre porcellini assiste quotidianamente è questa.

I tre porcellini sono tre fratelli usciti nel mondo già molto incazzati. Tutti e tre abili con le mani, appena fuori di casa erano già pratici ed esperti di muri, attrezzi, macchinari, soldi. Molto giovani, hanno saputo ristrutturare insieme una grande casa in un bel posto per poi litigare di continuo fino a che uno solo di loro ha avuto la meglio facendo fuggire gli altri. Per un po' si è goduto quel paradiso tutto da solo.

Ma ben presto accadde che uno dei due porcellini fuggiti trova un inquilino per il suo appartamento e il porcellino perfido, non sapendo se sarebbe riuscito a farlo fuggire e in quanto tempo, tentò allora di addomesticarlo.

Il nuovo inquilino però, oltre che abilità pratiche come i tre fratelli, aveva qualcosa di diverso da loro. Il porcellino iniziò così a provare una naturale attrazione per questa nuova persona così affabile, attrazione che lo portava a tentare di manipolarlo. Gli si avvicinava sempre con una buona dose di diffidenza, come quella di un cane pastore. Ogni tanto gli scappava di pensare: "Forse di questo qui ci si può persino fidare". Ma erano brevi momenti dopo i quali si sentiva molto stupido. Il più delle volte si aspettava il bastone e così attaccava per primo per meglio difendersi. Insomma, vinceva il solito copione.

Ad ogni modo, il nuovo vicino era un tipo a posto. Il porcellino non poteva dire "in gamba" perché nel confronto naturalmente non si sentiva mai all'altezza di nessuno e preferiva guardare tutti dall'alto in basso, nonostante la sua scarsa statura morale e fisica. "A posto" era un aggettivo neutro e non implicava giudizi troppo qualitativi lasciandolo tranquillo con la sua insicurezza. 

Passarono gli anni e il porcellino scoprì che l'umanità offre cose diverse da quelle poche a cui era abituato. Non facendo poi esperienza del mondo ma vivendo chiuso da sempre in una bolla, non si era mai emotivamente emancipato.

Ad oggi il porcellino è comunque un gran scassacazzo. E' aggressivo, rumoroso e melodrammatico. Conviverci è a tratti faticoso, a tratti un vero inferno. Persino per il suo vicino, una sorta di Dalai Lama nostrano. Ma l'esperienza insegna che l'essere umano è sempre molesto. C'è chi è porcellino e chi il suo vicino. E chi è un po' come il lupo, quello delle magliette dei bambini, o delle targhe dei parchi naturali. Che va bene solo quando è a rischio di estinzione e regolato nella affermazione.

Proprio oggi comunque ho visto passare un lupo. Per davvero. Dalla finestra della cucina! Forse si trovava nella finestra di tolleranza degli umani. O forse è sfuggito alle limitazioni... Al porcellino non l'ho detto. 

Ho capito che, a lui e agli altri fratelli, la sera prima di dormire leggevano la favola originale de I tre porcellini e a seguire quella di Cappuccetto Rosso e altre classiche tristissime con terribili finali. Il loro eroe era il cacciatore perché aveva il fucile. Ecco perché sono così incazzati. Troppe aspettative! Di camminare solo sul sentiero ed essere sempre buoni; di non disubbidire altrimenti muori; di essere prede o cacciatori. Di sparare al male fuori, mentre si sentono male dentro, senza poterlo spiegare.

Passare questa seconda fase della pandemia isolata con i vicini sempre più molesti, cafoni e aggressivi mi sta provando. Spero solo che scrivere mi salvi psichicamente. E che il lupo venga a salvarmi. Almeno so che si aggira dalle mie parti. Come nei film, quando il protagonista cazzuto va a salvare la ragazza strafiga, rapita apposta per catturarlo. In questo momento sono in pigiama con un berretto di maglia in testa e forse mi è un po' cioccata l'ascella... in giro ci sono i cacciatori con i cani, il lupo mi salverà lo stesso?

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26 novembre, 2020

SCELTE, AMORE E ZOMBI

Se ci concentrassimo sulle scelte che facciamo continuamente, ogni istante della vita, potrebbe venirci un attacco di panico. Scegliamo in continuazione. Consapevolmente o meno, guidati da un bisogno, da un desiderio chiaro o nella totale confusione. Ma pur sempre scegliamo. Continuamente. E, scegliendo, diamo forma al nostro destino. Il fottuto destino. Altro che predeterminazione fatale dell'accadere! Il destino è il frutto del nostro scegliere. Ed è raro che il destino possibile sia uno soltanto! Quindi, più che il problema di avere un destino predeterminato, l'essere umano ha il problema di avere infiniti destini da poter creare. Certamente il copione famigliare aiuta a sfoltire le nostre infinite possibilità, riducendole drasticamente ad un numero finito. Ma ne abbiamo comunque tantissime a disposizione. 

Scegliere è faticoso, anche quando sceglie per noi il sistema nervoso autonomo. Scegliere con consapevolezza poi è faticosissimo. Anche perché la consapevolezza spesso arriva dopo svariati tentativi di scelte insoddisfacenti. 

Ricapitolando, per scegliere bene ed essere artefici di un destino sorridente, certamente qualche scelta la sbaglieremo. Di meno, se proveniamo da una famiglia che ha tramandato l'arte della consapevolezza di generazione in generazione, invece di ricominciare ogni volta da capo! Di più, se proveniamo da zombi che vanno avanti a testa bassa e non si fermano mai a sentire, a riflettere e a pensare e che si presentano come brutta copia di quelli prima di loro.

Oltre ad avere infinite possibilità tra cui scegliere, abbiamo pure svariate intelligenze molto diverse tra loro e spesso organizzate in compartimenti stagni. 

Data la complessità dell'uomo e l'horror vacui a cui necessariamente è soggetto, è normale che la tendenza sia quella di semplificarsi l'esistenza, riducendo drasticamente la complessità della realtà incerta, in poche semplici certezze. Solo che, tra semplificare un pochino e uccidere l'essenza stessa dell'umanità, in mezzo passa un mondo di possibilità. 

E, continuamente, umani a diversissimi stadi di semplificazione, di sviluppo delle diverse intelligenze, di consapevolezza dello scegliere si incontrano e, inevitabilmente, si scontrano.

Continuamente. 

Si capisce che vivere è un casino e le droghe spesso hanno un iniziale valore terapeutico, per alleviare il disagio di una responsabilità enorme già solo per sé stessi, figuriamoci per altri: scegliere mentre annaspiamo nella confusione e nell'incertezza è una condizione fetente. 

E fu così che nacquero i negazionisti, i no-vax, i terrapiattisti... Scherzo. E fu così che nacque il male di vivere: come cazzo si fa a trovare il coraggio di scegliere quando, per farlo con un buon livello di consapevolezza, dipendi, prima, dalle scelte di qualcuno prima di te e, poi, dipendi dalla tua capacità di sopportare il dolore causato dagli errori di quelli prima di te e dei tuoi, subito dopo e ad essi collegati?

Che cazzo. 

Se poi sei circondato da una umanità miserevole di zombi, di non morti né vivi, dove, da chi, come dovresti imparare a scegliere? 

Ecco la grande tragedia umana: imparare a scegliere decentemente prima di essere morti per davvero.

E' una tragedia perché la vita di chiunque è costellata di scelte di merda. E siamo tutti destinati a fare delle scelte del cazzo. La qualità della vita dipende da quanto le scelte del cazzo portano poi a quelle soddisfacenti. Allora sì che ci siamo destinati bene. Che abbiamo creato qualcosa di nuovo e che ci siamo, come dicono tanti, realizzati. 

L'esistenza migliora se pensiamo che sbagliare è una condizione inevitabile (contrariamente alla moda in auge fino almeno almeno agli anni 2000, del bianco e nero, del giusto e sbagliato, del lineare, del genitore e dell'uomo che non sbaglia mai) e che non dovrebbe contare l'aver sbagliato di per sé, ma cosa ci si fa con quell'errore. Le scelte del cazzo fatte erano il meglio che potessimo fare in quel dato momento della nostra vita di un po' zombi che eravamo. Col tempo però, siamo maturati un pochino, siamo cresciuti, siamo diventati persone più consapevoli, che hanno imparato dai propri errori, dopo averli ripetuti il giusto numero di volte necessario all'apprendimento. 

Una magra consolazione ma l'unica che ci resta.

Lo zombismo è una metafora perfetta della condizione umana di sempre: una malattia che colpisce l'uomo riducendolo ad un mostro che si trascina in preda al proprio istinto di mangiare e che (secondo i registi moderni) guarisce grazie all'amore. Alcuni hanno capito che i mostri della nostra vita e della terra in generale sono persone che non sono state amate e che non sanno amare: individui incapaci di provare empatia, sociopatici che, proprio grazie a questa mancanza, raggiungono un senso di appagamento solo violando i diritti degli altri e qualsiasi regola di comune convivenza. Per i sani di mente, queste persone non possono che portare morte e distruzione. Per tutti gli altri, sono un esempio di riscatto. 

Purtroppo, come rappresentato nel film sugli zombi Warm Bodies, ci sono stadi della malattia reversibili e altri no e che creano rispettivamente gli zombi e gli ossuti. Allo stadio di ossuto, sei talmente trasfigurato che non puoi più tornare indietro e puoi solo fare terra bruciata attorno a te. Ci sono molti esempi di ossuti intorno a noi, nella nostra vita famigliare e nella politica attuale. Nel film era più immediato riconoscere e distinguere gli zombi dagli ossuti. Nella vita reale, invece, è più complesso. Ad alcuni si rizzano i peli del corpo quando sono vicini ad uno zombi e provano nausea e un malessere diffuso se nei paraggi c'è un ossuto. Data la difficoltà a riconoscere zombi e ossuti nella realtà, temo che la pandemia dello zombismo non terminerà mai. Gli ossuti mietono vittime dalla notte dei tempi e continueranno, più o meno sempre. Per impedire che una pandemia distrugga l'umanità, il numero degli ossuti deve diminuire.

Aggiungo una testimonianza positiva e poi chiudo con questo delirio: sono felice. Nonostante provenga da una famiglia di zombi, da un ambiente di zombi e sia stata cresciuta da un ossuto, sono riuscita a trarre qualcosa di buono dalle mie scelte infelici. E a tratti sono orgogliosa di quello che sono riuscita a fare partendo da quella realtà: ho messo una buona distanza fisica tra me e il luogo nuclearizzato e abitato dagli zombi (e soprattutto dagli ossuti) da cui provengo. Abito il rifugio dei miei sogni: quello in cui mi sento a casa, protetta dal mondo esterno. Certo, nei miei sogni non c'erano vicini zombi ma i sogni sono sogni e gli zombi ormai sono dappertutto perché sono la pandemia più resistente e difficile da superare per l'umanità. Bisogna fare attenzione ma conviverci pure un pochino e voler loro bene. Si vede che a volte batte loro il cuore. E poi non sono gli zombi dell'infanzia e non sono ancora ossuti, almeno credo! 

Infine, lavoro con i bambini, la parte bella dell'umanità e la speranza di una umanità migliore! 

Prima di scegliere, inoltre, ho imparato ad ascoltare le reazioni del mio corpo e ad integrarle con i ragionamenti. Il corpo o la mente, presi singolarmente non hanno quasi mai ragione. Bisogna farli dialogare. Un'arte! Che si impara nel tempo, con l'esempio e l'esperienza. 

A tutti gli zombi: lo zombismo è reversibile ma la cura inizia alzando lo sguardo da terra e ascoltando i micro battiti del vostro cuore e poi camminando barcollando verso ciò che lo fa battere più forte!

Agli ex zombi e a chi ha delle ricadute: non credete a chi vi dice che non valete niente! Soprattutto non date retta a quella vocina ossuta del cazzo che talvolta emerge dal profondo come un eco lontano o un chiasso assordante e che vi svaluta e fa vacillare. Avete sconfitto un virus letale e lottate contro le ricadute, siete forti e coraggiosi ed estremamente creativi! E quante più sono le vostre cicatrici, tanto più grande è stata la vostra forza e il vostro coraggio per superare le difficoltà che avete incontrato. Non siete degli sfigati perché a voi è toccata una vita infame, siete degli eroi sopravvissuti a battaglie spaventose, che non si sono arresi nonostante il dolore e la sofferenza e che costruiscono dalle macerie.

Soprattutto e contrariamente a quello che si vuol fare credere e che si ostenta sui social, sappiate che tutti sono entrati in contatto con il virus dello zombismo. E non esistono vite tutte sorrisi e successi. Proprio dietro quel bisogno di sbandierare allegria, splendore, successo, bellezza, ricchezza, si cela un profondo desiderio di riscatto da una condizione profonda in cui ci si è sentiti fragili, perdenti, inadeguati, impotenti, in cui ci si è vergognati.

Far credere che avere successo significhi potersi esibire belli, vincenti e sorridenti e che chi soffre sia uno sfigato, uno che probabilmente si merita di soffrire e che si martella pure i coglioni con seghe mentali, è sintomo di grande disagio. I modelli attuali sono degli esibizionisti dal sorriso scintillante e con la carta di credito fumante.

Una accecante illusione. 




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05 ottobre, 2020

UOMINI D'ALTRI TEMPI OFFRESI

Esistono ancora oggi, in Italia, uomini d'altri tempi. Non lo dico con nostalgia. Ma con disgusto. Questi uomini d'altri tempi poi, hanno dei figli. Quindi gli altri tempi diventano quanto mai attuali.

Capita infatti di sentire ancora oggi uomini accampare teorie per giustificare certe cattive abitudini, apprese involontariamente nella propria famiglia e non per originalità! Insomma, niente di nuovo sul fronte occidentale!

Riconoscere le proprie cattive abitudini significherebbe finire col mettere il naso nelle sporche questioni di famiglia che certi genitori hanno fatto ben capire di non gradire che si approfondisca.

Così, tendenzialmente, la prima generazione coinvolta, quella dei figli, imposta la propria vita sull'omertà, sulla negazione della necessità di approfondire, sulla giustificazione delle proprie cattive abitudini, accampando fantasiose teorie generali a sostegno di una verità purtroppo miserabile e soggettiva e allontanando tutto ciò che li avvicini alla verità. L'amore in primo luogo.

Se poi sei un figlio maschio etero, nel pacchetto ricevi non pochi privilegi, benefit e licenze. E tanto basta alle generazioni di uomini d'altri tempi per comprarsi l'obbedienza, la coazione a ripetere e il silenzio dei figli.

E' più facile e conveniente addomesticare o allontanare l'ultimo arrivato nella propria vita che approfondire un discorso vecchio e schifoso e pieno di insidie.

I figli maschi etero tendenzialmente riescono piuttosto bene nell'insabbiamento. Comprensibile, con quei benefit, la tentazione è grande! Se per sbaglio si accorgono delle incongruenze, ecco la fatica di mantenere l'equilibrio tra la verità che cerca di venire a galla e la menzogna che vuole soffocarla! Immediatamente saranno costretti dalla propria vigliaccheria e pigrizia a trovare un colpevole esterno al circo da cui provengono ma, tutto è bene quel che finisce bene, ogni cosa tornerà ad incastrarsi meglio di prima. L'amore infatti al giorno d'oggi è usa e getta: si sfrutta l'innamoramento e poi si butta. C'è chi lo fa per un intenso decennio, con solo qualche ricaduta, chi per tutta la vita.

Benvenuti al circo degli equilibrismi!

Se le cattive abitudini familiari sono ben radicate, inscritte in una famiglia tutto sommato gratificante con i figli, mediamente inconsapevole, che va avanti senza farsi troppe domande, difficilmente il figlio riuscirà a liberarsene. Vale certamente di più il modello interiorizzato fin da piccolo. Più verosimilmente adotterà le teorie più semplici e immediate che in qualche modo gli permettono velocemente di tornare ad illudersi di essere nel giusto e poter continuare a non vedere.

Il sistema poi cresce maschi con i benefit e femmine insicure. Così dura più a lungo e diventa difficile modificarlo. Se i maschi fanno squadra, più facilmente le donne si troveranno a dover accondiscendere. Un sistema collaudato da millenni di vita evoluta.

Per la rivoluzione ci vogliono dei prerequisiti. La rivoluzione di solito non è improvvisa, non la fa una generazione da sola, certamente non quella che è stata formata direttamente dagli uomini d'altri tempi, ma più probabilmente quella successiva, dopo una serie di passaggi. Altrimenti il distacco è troppo netto per essere sopportato e gestito al meglio, per consentire di non esporre troppo la propria vita alla violenza delle intemperie. 

Ad ogni modo, sono qui a denunciare la preoccupante presenza di uomini italiani eterosessuali che considerano la donna un oggetto, un servizio, colei che si smazza ciò che molto semplicemente un uomo non ha piacere di fare e che si presta alle richieste sessuali di suddetto compagno senza avanzarne di proprie (per carità, non sta bene, il maschio poi si deprime).

La fantasia più diffusa tra i maschi è ancora quella che la donna si immoli compiacente e remissiva e crei l'allucinazione di una donna un po' madre e un po' troia. Testimonianza del mancato superamento della fase edipica. Come impostare l'intera esistenza su un bisogno primario insoddisfatto. Cazzo, ma è una epidemia!!! 

Questi uomini poi non sopportano che una donna dica loro di accettare di frequentarsi per convenienza: uno scambio alla pari di favori, di sostegno reciproco e aiuto li ferisce nell'orgoglio di maschio etero! Loro desiderano una femmina che sbrighi le faccende quotidiane che non hanno voglia di fare, come segno di cura (materna), e che lo facciano senza lamentarsi e magari si facciano anche sbattere per bene o, nel caso fosse lui a non garantire la prestazione, ad offrire una presenza lusinghiera, perché poi in realtà non vogliono davvero una madre, vogliono mantenere l'illusione di essere uomini e non bambini. E se le donne non accondiscendono, tanto meglio, possono sempre avvalersi dell'altro benefit, quello di condividere con altri uomini dello stesso spessore commenti o fantasie di prepotenza sulla figa di passaggio, sentendosi legittimati in qualunque momento a mettere direttamente in pratica suddette fantasie, colpevolizzando la malcapitata di turno. Magari giovane o manipolabile. 

Tutto ciò deve far sentire potenti. Ribellarsi farebbe perdere non pochi privilegi, anche se apparenti.

Propongo uno scambio, visti i problemi a far tornare i conti: un barcone di questi uomini nostrani in cambio di uno di donne immigrate. Grazie.

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04 ottobre, 2020

OCCASIONI

Non serve andare nella giungla per vivere avventure, per provare qualcosa di nuovo, per sentire la tua vita minacciata da qualcosa che non sia provocato dall'uomo. O dal Covid. Basta rimanere comodamente a casa propria, magari sul divano, dopo il crepuscolo.

Inizialmente non sai se hai solo dormito poco, se quell'indolenzimento agli occhi è dovuto agli schermi attraverso i quali osservi troppo spesso il mondo. Pensi che basterà dormire.

Ma poi ti svegli e il fastidio è lo stesso del giorno prima. Anzi, quell'indolenzimento agli occhi, oggi, è un mal di testa deciso. Nessun altro sintomo accorre in aiuto per una diagnosi.

Passa un'altra notte e un altro giorno. Il mal di testa diventa feroce. Così feroce da costringerti a contorcerti alla ricerca di una posizione di sollievo che pare impossibile.

Così chiami il medico che ripete pedantemente la sua visione della vita: "Se non hai patologie particolari, lascia lavorare il sistema immunitario. Al massimo, ti mando a fare un tampone-drive, giusto per escludere il covid. Hai la patente?". 

E tu hai davvero preso la laurea e l'abilitazione? Perché ti ho appena detto che non sto in piedi, vomito a spruzzo e non trattengo gli antidolorifici, per cui il dolore è insopportabile. Magari esistesse solo il covid. Stronza. Evidentemente mi odi.

Allora chiamo il 118. Forse loro mi ascolteranno. 

Mi ascoltano e, soprattutto, mi caricano sull'ambulanza. Avrebbero preferito mi visitasse a casa il mio medico ma il mio medico neanche lo trovo al telefono. 

Non nascondo un certo timore a recarmi in ospedale dopo quanto visto succedere a marzo in un certo ospedale. Ma questa è un'altra regione e un altro tempo. Speriamo bene.

In pronto soccorso hanno le idee chiare e un medico molto gentile. Mi sembra di essere in Doc - Nelle tue mani e mi sento già meglio. Solo mi mandano a piedi a fare la pipì in un vasetto, fuori dal reparto. Il cesso sembra quello di Trainspotting: è tutto pisciato e il copriwater non sta sollevato. Io non posso pensare di fare uno squat per pisciare, tenendo su la schifosa tavoletta con una mano e posizionando il contenitore per le urine con l'altra. Non avrei poi altre mani per asciugarmi e, in quella posizione, rischierei di vomitare per lo sforzo, o di svenire per aver osato muovere la testa in tutte le direzioni, testa che continua a pulsare e fare male, un male cane.

Decido allora di pisciare d'in piedi. Tanto era un giorno e mezzo che non bevevo, potevo certamente contare sulla disidratazione. Infatti riempio appena al minimo il contenitore, in piedi tutto bene, nessuno svarione, nessuno sforzo, ho pure centrato bene l'anatomia femminile. Il cervello funziona ancora bene.

Esco dal cesso e seguo il camminamento arancione che dovrebbe riportarmi dentro al pronto soccorso. Peccato che sia previsto uscire ma non rientrare. Mi tocca così di aspettare fuori della porta, in piedi per miracolo, che qualcuno esca. Dieci interminabili minuti. Fosse venuto in mente a qualcuno di venirmi ad aprire.

Aprono per caso, entro sotto sguardi perplessi, raggiungo la mia barella e mi sdraio. Qualcuno torna da me. Compiuta la missione, mi sono finalmente meritata gli antidolorifici! Prima, dell'inutile paracetamolo in vena, poi, altra roba più decisa. E intravedo una speranza all'orizzonte. 

Mentre attendo un miglioramento, contorcendomi sulla barella, assisto alla processione di spagnoli vacanzieri coi sintomi del covid e di giovani preoccupati perché partecipanti ad una certa festa Erasmus. Tutti lì per il tampone. Poi ci deve essere una signora malata di Alzheimer perché le ripetono in continuazione e con tono sempre più forte le stesse cose. Ma lei imperterrita continua a fuggire dalla barella, a cadere per terra, a farsi tirare dei nomi.

Io nel frattempo, dopo molto, inizio a sentirmi appena un po' meglio. Mi sento come se mi avessero picchiato e fossi contusa in tutto il corpo. Il dolore persistente lascia il posto ad un indolenzimento diffuso, a tratti acuto ma meno intenso.

Qualcuno fa l'ennesima cattura all'anziana signora e il via vai di potenziali 'incoronati', intervistati uno per volta dal medico di turno che ripete le solite cose come un mantra, mi fa da ninna nanna. Mi svegliano poco dopo per iniziare una serie di esami. Già solo essere riuscita ad addormentarmi mi sembra un miracolo.

Infine mi ricoverano per farmi una puntura lombare, decisiva per una diagnosi, fino a quel momento fatta solo per esclusione.

Mi scortano tre medici e due infermieri... mi viene voglia di fuggire... Non faccio a tempo a pensare, mi trattengono in posizione fetale, neppure mi lasciano vedere gli attrezzi del mestiere e mi congelano e pungono la schiena. Dovevo essere la prima volta di quel giovane medico perché gli altri intorno erano tanti, davano molti consigli e gli facevano complimenti...

Poi mi mettono a nanna, senza cena e dicendomi che l'operazione mi farà venire mal di testa! Dio santo! Dopo qualche ora infatti chiamo per avere un'altra dose di quell'ottimo antidolorifico. 

Seguono 4 giorni di catture, alcune inutili ma non si poteva sapere. La ripresa è lenta ma costante. La mia compagna di stanza fa molto rumore e, sorpresa, ha una badante. 

Allora capisco che sono lì per quello: la meningite virale da pappataci è una scusa. Dovevo superare il trauma della badante rumena. 

Da quando è morta mia nonna, solo vedere e sentire parlare una badante rumena mi fa accapponare la pelle. Una vera e propria sindrome da stress post traumatico.

Quei giorni di osservazione mi hanno fatto riappacificare con la realtà che la vita si gioca su un terreno difficile, decisamente infingardo. Che l'essere umano, poi, si comporta da bestia anche quando potrebbe scegliere, sulla base del trattamento ricevuto durante la sua formazione e dell'insegnamento che ne ha tratto. Che è così e basta, che bisogna farsene una ragione, che, quando possibile, devo assolutamente rifugiarmi in un altrove e non pensare oltre a tutte queste cose. 

Ad una settimana dalle dimissioni dall'ospedale sono ancora un po' provata. Domani però torno a giocare. Ho pianto, per mia nonna, per l'orrore, per la badante rumena, per tutta la tristezza accumulata in questi mesi. 

Adesso, forse, sono meglio attrezzata per le prossime sfide.
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10 luglio, 2020

L'INTRUSO

L'essere umano, durante l'intero corso della vita, è esposto continuamente a rischi di complicazioni anche gravi a causa delle relazioni che instaura.

Le prime complicazioni, quelle inevitabili, inizieranno dal rapporto con i propri genitori. Percepito come un intruso, prima dalla madre che lo ospita, poi dal padre che lo tollera, dai fratelli che per anni cercano di ucciderlo, l'essere umano rischia di identificarsi con la visione  distorta che gli altri hanno di lui. Quella di intruso.

In quel caso, egli si sentirà un intruso anche tra i compagni di scuola, i coetanei, gli amici, se non sarà portatore di caratteri vincenti e capace delle bassezze o dei virtuosismi adeguati all'ambiente in cui cresce.

Infine sarà un intruso nella vita del partner in qualità di portatore di un carattere, nonché di un passato e di un nostalgico copione anche molto differente da quello dell'altro che, non elaborato, inevitabilmente creerà incomprensioni, attriti, sofferenze e violenze a vari livelli.

L'essere umano, al grezzo, abbozzato, non si eleva più di tanto da quella condizione comune di intruso finché non prende consapevolezza di sé stesso. 

Purtroppo la consapevolezza è svalutata e per questo abbiamo, dalla gente comune ai più grandi scienziati, ingegneri, politici, letterati, ecc, individui magari estremamente preparati nel proprio circoscritto campo d'azione, geniali nella propria materia di studio e d'interesse specifico ma completamente idioti dal punto di vista emotivo/relazionale. Una condizione diffusissima.

Poi c'è chi dell'intrusione fa una ragione di vita, chi, nell'intromettersi, trova il proprio scopo, il senso della propria esistenza. Nell'essere onnipresente ritrova quel senso di sé, quella centralità da cui è gravemente dipendente. Quella pienezza che non potrebbe raggiungere altrimenti. 

Insomma, "essere intruso" può elevarsi a vero e proprio status: ce ne sono di già esistenti e, ad oggi, ben consolidati, come ad esempio lo status di suocero/a e di ex fidanzato/a, due categorie di intrusi professionali.

Ci sono persone infatti che quando le incontri cercano di insinuarsi nella tua vita per sempre. Ritrovare la propria autonomia da loro è molto difficile perché riescono a parassitare più individui contemporaneamente senza mollare la presa di nessuno, spinti a resistere dai tratti marcati di fissazione alla fase infantile dell'onnipotenza. Il loro scopo è quello di tenerti in pugno, mantenere la loro posizione in prima fila nella tua considerazione, davanti a tutti gli altri. Perché loro sono speciali e tu non sei che un prolungamento del loro ego. Per loro sei come l'acqua per una cellula. Si abbeverano alla fonte della considerazione degli altri. E necessitano, per dissetare quell'ego smisurato, avere infiniti pozzi da cui attingere, uno nel cuore di ciascuna delle persone che hanno visitato. 

Gli individui con status di suocero o ex fidanzato spesso si arrogano diritti di categoria, riconosciuti solo dal proprio ordine abusivo e non ufficialmente dallo Stato, contrariamente a quanto invece potrebbe sembrare; nonostante ciò, hanno un tale senso di appartenenza da sentirsi legittimati ad ingerire nella vita del proprio ospite come se le loro vite fossero indissolubilmente legate, e sono talmente abili nell'insinuarsi da risultare, se allontanati, persino vittime.

Ecco che l'intruso, in questa forma, certamente trova grandi soddisfazioni.

Si può essere intrusi seduttivi e compiacenti e per questo socialmente di successo: "Tutti vengono da me a parlarmi della loro vita! Non so proprio come mai!". 

Ma davvero non lo sai? 

L'intruso seduttivo e compiacente è il più difficile da estirpare dalla vita delle sue vittime proprio perché socialmente ben accettato. Per questo le vittime di questo tipo di intruso, spesso per trovare pace, devono allontanarsi momentaneamente da tutta una serie di amicizie comuni, frequentazioni, persino città...

Il massimo lo raggiunge chi poi fa del proprio status di intruso una professione tipo quella del counselor: in questo modo il suo difetto, la sua mania, il suo abuso è coperto e istituzionalizzato. Oltre che legittimato: "Te lo dico io che sono consulente!". Eccerto. Perlomeno, così facendo ha un grande bacino a cui attingere e, non essendo coinvolto personalmente, potrebbe pure risultare utile a qualcuno.

L'unica speranza invece per le sue vittime, è che l'ultimo ospite in ordine cronologico si incazzi e faccia chiarezza. La consapevolezza è l'unica arma efficace contro gli intrusi. Fare luce sui meccanismi in gioco automaticamente rompe gli ingranaggi e interrompe le dinamiche perverse.

E tu, che intruso sei?
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09 luglio, 2020

RICOPRIRE POI CON ACCIAIO, PIOMBO E CALCESTRUZZO

L'inferno esiste ed è la mia famiglia. E la città che la ospita e le persone che la circondano. Lo è l'umanità. Siamo noi, sono gli altri e non esiste male peggiore di quello che può farti un altro essere umano.

Esistono poi piccole bolle di paradiso, molto simili ad illusioni che crei con le persone che ami, che ti vogliono bene. Piccole realtà in cui ricaricarsi, leccarsi le ferite e sentirsi che vivere non è poi così male. 

Dopo aver visto la serie su Chernobyl, una immagine ha preso forma dentro di me: la mia famiglia e la mia città di origine come una centrale nucleare esplosa.

Le radiazioni fuoriuscite arrivano fin qui nella bolla, ma attenuate... riesco a distrarmi anche se mi sento ferita a morte dopo ogni visita.

Tornare dai miei è sempre devastante. Avvicinarmi alla mia città e ai miei è rischioso per me tanto quanto avvicinarmi pericolosamente ad un reattore scoperto di una centrale nucleare: vengo divorata da dentro. E mentre sono lì quasi non mi accorgo di nulla finché non è già troppo tardi.

E' vero che si sente parlare dei maltrattamenti al telegiornale ma per molte persone devono sembrare cose che capitano lontano da loro. In un altro spazio-tempo, nei film soprattutto. E quando uno dice di averne vissuti, pensano che esageri, che certamente te la racconti, che la vita non è il telegiornale, che loro stanno anche peggio, in fondo tu hai qualche dono invidiabile, mentre loro si sentono mediocri. Non può esserti andata poi così male. Stronza.

Ieri sera ho visto un film su dei prigionieri di guerra. Mi ha colpito il confronto tra i prigionieri appena catturati e gli altri lì da anni ridotti a pelle e ossa. I primi, i più consapevoli, vorrebbero mettersi subito all'opera per tentare di fuggire; i secondi li boicottano perché hanno paura di peggiorare la loro condizione. Ma sono quasi morti. 

Eppure funziona proprio così. Un prigioniero non tenta la fuga perché teme di peggiorare la propria condizione, ovvero di subire torture peggiori di quelle che è in grado di sopportare e che ha sopportato fino a quel momento e di cui non percepisce il naturale incremento graduale. Crede forse che si salverà, anche se non sa per quale ragione.

Mia madre mi ha tenuto in pugno finché non ho capito che non esistono regole e limiti alla sua cattiveria. Che non è vero che verrai risparmiato se rispetterai le regole, che non è vero che esistono conseguenze peggiori di quelle che stai già pagando e che a malapena sopporti. Perché è nella natura stessa del carnefice annichilire e per forza sarà sempre peggio ogni giorno che passa. Ti consumi un giorno per volta, anestetizzato da una falsa promessa di tregua. Una tregua che non arriverà mai, un traguardo che si sposta continuamente in assenza di pietà. Ma la speranza si nutre di quella bugia: che esista una fine alla tua sofferenza, che ci sia una logica in cui entrare e grazie alla quale uscirne vivo. Per questo ti illudi mentre muori lentamente. Quando lo capisci, allora ti ribelli. Se non lo capisci, è certo che muori. Pure se il corpo rimane. E io stavo morendo nell'illusione di una liberazione che non sarebbe mai arrivata.

Non c'è una logica salvifica. Il carceriere, per sua natura, sa solo fare e tenere prigioniero l'altro, non è in grado di costruire una relazione alla pari per il solo fatto che è capace di tenere qualcuno oppresso e di torturarlo al bisogno. Di ucciderlo.

Ho passato la vita in questo inferno e nell'incomprensione dei familiari intorno. Alcuni prigionieri della stessa illusione. Sono passata persino per ingrata quando, da sola, sono riuscita ad allontanarmi da tutto questo. Nessuno mi ha riconosciuto la sofferenza patita. 

Nella nostra società è facile finire per non essere creduti, per essere umiliati, incompresi e lasciati soli.
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10 giugno, 2020

LIMITI E INTERPRETAZIONI

Nella teoria, il limite di velocità consentito su una strada indica la velocità massima che i veicoli possono raggiungere su quel tratto, sia che siano guidati da Michael Knight o da persona comune; se su quello stesso tratto di strada non ci sono tutor, autovelox o pattuglie, comunque non è possibile andare più veloci, mentre, volendo, si può andare più piano, senza per questo essere colpevoli di illecito...
Nella pratica, invece, pare essere un obbligo andare sempre al massimo della velocità consentita e superare il limite, più o meno a seconda di quanto si è vicini a Dio l'Onnipotente nella scala sociale. 

Se non hai fretta e guidi tranquillo, sei un irritante sfigato, un perdente, un miserabile. Mentre gli aspiranti Dei, sfigurati dallo sforzo di elevarsi dalla condizione mortale, sono gli unici furbi in un mare di idioti. Se poi guidi una utilitaria, non sei proprio degno di percorrere la stessa strada. 

L'argomentazione classica è che loro sono capaci di guidare, quindi, se anche vanno molto veloci, hanno il controllo della macchina, a differenza della maggioranza delle persone. Secondo gli aspiranti Dei, i limiti di velocità sono rivolti solo a chi non sa guidare, tutti sostanzialmente, a parte loro. Salvo poi saltare in aria e piangere su un ostacolo imprevisto, come un cinghiale, un sasso, un bambino, qualcuno che si sposta bruscamente per evitare il camion fermo a cui è scoppiata una gomma. Ma si può sempre tentare di fare causa al Comune, reo di non controllare l'imponderabile, se si sopravvive.

Secondo questa logica egocentrata, se ti trovi in tangenziale dove il limite è di 90 Km/h, se sei colpevole di guidare una utilitaria e di osare di frequentare la corsia di sorpasso riservata agli Dei, quando arriva Supercar dietro di te ai 240 km/h,  pure se a destra hai una fila continua di macchine e camion, è comunque tuo dovere smaterializzarti, scomparire all'istante, nel momento preciso in cui Kitt ti ha sfanalato la prima volta -con adeguato anticipo- quando era ancora a 100 metri, distanza che ha bruciato alla velocità della luce. 

Deve essere avvilente stare in un mondo popolato da disgraziati e utilitarie, mentre tu sei Dio in terra anche se poi muori come gli altri tra atroci sofferenze negli incidenti. Ma forse più spesso li provochi dietro di te. Quindi, più che Dio l'Onnipotente, sei una grandissima, esaltata testa di cazzo fuori controllo.  

In fondo devi sentirti un po' solo a correre in ogni momento, a sfuggire da tutto, un po' stanco ad aggredire continuamente il tuo prossimo.

Di quale rispetto potrai mai essere capace tu che, seduto al volante del tuo macchinone, insulti chiunque pesantemente e senza ragione?

La perversione più in voga tra gli aspiranti Dei è quella di incollarsi alla macchina che si vorrebbe eliminare, superarla a destra dopo aver obbligato le macchine sull'altra corsia ad evitarlo, mentre lui vive un duello in una allucinazione. Passare poi ad un millimetro dalla carrozzeria di suddetta macchina di merda e ripetere il giochino perdendo pure la propria uscita, letteralmente perseguitando il malcapitato finché il traffico finalmente non lo obbliga a tornare alla realtà. Forse è il loro unico modo per avere una erezione.

Forse è una sindrome... cresciuti dalla fredda tecnologia non si è più in grado di relazionarsi col mondo se non a forza di clacson e sfanalate allo xeno, dopo le quali gli altri intorno rimangono ciechi condannando lo sfanalatore compulsivo a non essere visto per l'esserino bisognoso di affetto che è. Per fortuna perché non c'è molto da fare ormai per lui. 

Si vedessero allo specchio in quel momento: gradassi, prepotenti, incazzati, sfigurati dalle smorfie e in preda alla furia. Brutti, orrendi, insoddisfatti di tutto e tutti che sfogano la propria rabbia su chiunque gli capiti a tiro. Gente che avrebbe vissuto bene come aguzzino nei campi di concentramento e che in epoca moderna, nella nostra società, non possono che accontentarsi di tormentare il prossimo ogni volta che ne hanno l'occasione. Protetti dalla super corazza della loro Supercar, perseguitano tutte le utilitarie che danneggiano la loro razza superiore.

Viste le frequenti interpretazioni emotive del codice della strada, si potrebbe proporre che il corso di scuola guida preveda un pacchetto di ore dallo psicoterapeuta per poter conseguire la patente. Sarebbe una bella selezione! Patente che potrà essere rilasciata con "guida vigilata" a seconda del livello di irritabilità riscontrata e soggetta ad eventuale ritiro immediato a fronte di attacchi d'ira di quel tipo. Contestualmente alle lezioni di guida, sulle precedenze e alle prove di parcheggio, si faranno simulazioni delle tante situazioni irritanti per questi soggetti, in particolare dovranno stare in coda dietro utilitarie e dimostrare di saper rallentare; si farà inoltre presente l'importanza della gentilezza, del rispetto, dell'attenzione e pazienza come atteggiamenti necessari alla guida e alla vita stessa.

La gentilezza è un valore perduto ormai. Siamo tutti 'usa e getta', in lavori e relazioni, nei rapporti interpersonali. Oggetti di consumo.

Ad ogni modo, se quelle misure non bastassero a contenere l'ego di questi automobilisti dai nervi fragili,  si potranno attrezzare le utilitarie con scritte scorrevoli sul lunotto posteriore: 

  1. 'Ciao Michael Knight!' 
  2. 'Attenzione: rischio di frenata improvvisa'. 
  3. 'Non sapevo di essere sul set di James Bond!'. 
  4. 'Tom Cruise riesce a guidare sulle due ruote laterali, e tu?'. 
  5. 'Non eri abbastanza bravo per la Formula1, eh?!". 
  6. 'Attenzione: sono positivo al Covid, se insisti freno all'improvviso, mi tamponi e quando scendiamo dalla macchina, ti tossisco in faccia'. 
  7. 'Lo so, fa rabbia essere Dio in un mondo di persone comuni'. 
  8. 'Non sapevo questa fosse la tua corsia preferenziale'. 
Accetto suggerimenti per le scritte...

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08 giugno, 2020

LADY DEATH

Nel mio paese non vogliamo morire. Mai. Così ce le inventiamo di tutti i colori per vivere o far vivere un giorno in più i nostri cari e, piuttosto che morire, accettiamo di vivere una vita penosa a trascinarci dal letto al divano anche solo per stare 12 ore davanti alla televisione, quando va bene, se non rimanendo direttamente a letto a sperare di dormire. Tutto questo perché non si sa mai che si decida improvvisamente di vivere come non si è mai fatto in tutta la vita.

Arriviamo al punto di ingurgitare cocktail di decine di farmaci e di dipendere in tutto e per tutto da una badante. Ma forse, a quel punto, non siamo già più padroni della nostra vita, l'abbiamo data in franchising alla cara Signora.

Ad un certo punto la vita è per lo più una condizione di veglia anestetizzata e priva assolutamente di stimoli, emozioni e affetto, anche perché i familiari, spesso già incastrati in mille compromessi, nelle loro brevi e penose visite, ripetono solo che non devi fare niente… non fare sforzi, non fare un solo passo, non prendere iniziative, non osare di fare nulla,  pensa a tutto Lady Death, perché solo così non muori e loro non si sentono in colpa.

Insomma, devi solo sopravvivere e continuare a svegliarti il giorno dopo, rassicurando così gli altri che hanno fatto un buon lavoro. 

Molti genitori fanno lo stesso coi figli. Li nutrono, li portano dal medico, li lavano e vestono, comprano loro dei contentini e poi li piazzano davanti alla tv, a sopravvivere, perché ogni altra attività comporterebbe un rischio di delusione, oltre che una faticosa partecipazione attiva alla vita. Così sono certi bravi genitori, esattamente come sono bravi figli, impegnati a far sopravvivere tutti e, spesso, incapaci di vivere loro stessi.

Così, arriva il momento in cui ti presentano Lady Death, colei che gestirà il tempo del tuo  trapasso, la tua personale traghettatrice dall'al di qua all'al di là, spesso raffigurata come una donna corpulenta, generalmente sopravvissuta a terribili abusi nel suo paese per essere pronta a sacrificarsi con determinazione sul tuo talamo pur di emanciparsi da quella condizione. E poi nel mio paese ci sono più vecchi che bambini e i vecchi offrono il vantaggio che i loro sintomi di disagio possono essere ricondotti al loro stato di salute generale e non al rapporto di lavoro. Almeno in questo senso non fanno danni trigenerazionali come succede quando per sbaglio Lady Death non trova lavoro come badante ma come baby-sitter. Volendo puoi anche vendicarti di quella stronza di tua madre affidandola a lei nella versione integrale.

Eccola, Lady Death: una signora apparentemente gentile, di età indefinita e sangue freddo, così freddo che ti stupisci che possa circolarle qualcosa nelle vene. E, mentre le parli, inizi a sentire come un soffio freddo dietro alla schiena.

Eccola in tutto il suo agghiacciante splendore. Se sei fortunato avrà conservato un po' di umanità. Altrimenti sarà come vivere in un lager al tempo dei nazisti. Lady Death è lei stessa una sopravvissuta ai peggiori inferni e non ci andrà molto per il sottile. Ha dovuto lottare per rimanere viva e nessuno l'ha aiutata amorevolmente quando agonizzava. Se ti sei ficcato in quella condizione senza lottare, tanto peggio per te. Persino la sua educazione è avvenuta in perfetto stile "pedagogia nera". Insomma, Lady Death ci diventi dopo un certo addestramento, mica improvvisandoti.

Lady Death si riconosce per la sua particolare sensibilità di parlare di fronte al suo cliente, che considera già morto, di tutte le persone che ha accompagnato alla fine, non mancando di descrivere il loro ultimo viaggio insieme nei dettagli, compreso il più macabro, quello in cui il suo cliente si contorce per l'ultima volta e lei lo lava tutto per bene e lo fa trovare bello pulito e vestito pronto per il funerale. Queste sono le esperienze che quando le racconta fanno una buona impressione, evidentemente.

Generalmente, Lady Death avrà un nome finto, più o meno sempre uguale tra colleghe, Gabriela Mariana Caterina, come se fossero tutte una unica persona, Lady Death, appunto. Un personaggio familiare perché perfettamente inserito nella tradizione popolare e che prende forma prima nella fantasia e solo dopo nella realtà. Lady Death ha poi una sua immagine apparente: capelli cotonati stile Zia Assunta Iannantuono in Cacace del telefilm "La Tata", stesso suo abbigliamento anche se ha meno di 50 anni e vive ai giorni nostri, almeno nelle ore diurne, profumata e risoluta a prendere tutto il possibile.

Quando hai visto Lady Death poi vorresti morire ma ormai non puoi più, non disponi più di te stesso. E' lei la tua sola e unica padrona. E' lei che deciderà quando tirerai le cuoia perché da adesso in poi sarà lei a garantirti le funzioni vitali.

In bocca al lupo allora! Chissà se vale la pena continuare a vivere insieme a Lady Death. Forse vale la pena una riflessione su come viviamo prima che suoni al nostro campanello.
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