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08 dicembre, 2020

FINALE 4 - IL BAMBINO FILOSOFO

[Leggi prima: Storia a bivi]

Al parcheggio prima del bosco, i paesani si trovano con tutta la famiglia: uomini, donne, bambini, cani, un gatto al guinzaglio.

E' una manifestazione pacifica. Alcuni non erano proprio d'accordo con questo modo di protestare, infatti avevano scelto di partecipare ad un altro finale. Questi qui sono i rimanenti, quelli più vicini al giovane parroco del paese.

Sono allegri, cantano e, mentre aspettano di partire, allattano seduti sull'erba. Hanno infatti neonati al seguito che di tanto in tanto piangono ma subito vengono cullati da un papà con la fascia, mentre la mamma si incammina con le amiche. 

Camminare certamente calma i più piccini.

Molti ridono, scherzano, sono giovani anche se fuori forma. Poi c'è il sottogruppo di allenatissimi, le tutine! Si sono subito staccati per scaldarsi (sono vestiti leggeri perché sanno che suderanno), per mantenere il ritmo cardiaco ideale, il consumo, l'allenamento... salutano i figli o ne trascinano qualcuno attrezzato proprio come loro. C'è pure il parroco con una mountain bike autocostruita. Nel tempo libero percorre i sentieri di questi luoghi in bici o a piedi ed è stato a casa dell'Uomo Selvatico per benedirla.

In questa piccola comunità di ibridi, un mix tra fricchettoni, libertari, steineriani, no vax e gente senza pretese, c'è un bambino. Si chiama Filippo e ha 8 anni e mezzo. 

A quell'età persino in un paese è ancora concesso ai bambini di essere idealisti e rivoluzionari. Curiosi e intelligenti. Soprattutto ai maschi.

Filippo è un bambino tranquillo ma vitale. Ha le idee chiare su cosa vorrà fare da grande: il ricercatore. Cosa ricercare, lo deciderà dopo aver cercato bene un po' tutte le cose.

Filippo è la speranza dei suoi genitori, di un mondo migliore, e la speranza dei paesani più antichi, che cresca cacciatore e con poche pretese. 

Fatto sta che Filippo ha una idea sua propria rispetto a questa faccenda: chiedere all'Uomo Selvatico perché sia così cattivo.

Il gruppo si trascina su per il bosco: le tutine in testa, il parroco nel mezzo e gli altri spalmati su tutto il sottobosco.

Dopo un tempo indefinito, per alcuni pochissimo, per altri decisamente troppo, il gruppo si compatta davanti ad una casa isolata. Ovviamente era stato rumoroso fino a lì e, anche se all'ultimo aveva ridotto le chiacchiere ad un brusio, ormai l'Uomo Selvatico li aveva sentiti arrivare e li attendeva affacciato alla finestra della cucina.

- "Che volete voi lì?".

Metteva davvero i brividi. Le famiglie si strinsero per sentire meno freddo. L'accoglienza li aveva gelati. Ai più emotivi veniva proprio da piangere.

Filippo allora si fa avanti e, senza argomentare nulla, chiede: "Perché sei cattivo?".

L'Uomo Selvatico non poteva credere alle sue orecchie. Cattivo! Lui! Così sempre nel giusto, così integerrimo. Era visibilmente esterrefatto.

Disse al bambino: "Chi ti ha insegnato l'educazione, eh? Come ti permetti? Cattivo, io. Roba da matti".

Il bambino allora disse: "Non ti ricordi quando sono venuto su per il bosco e ti ho incontrato e tu, invece di accogliere la mia curiosità e offrirmi un po' della tua saggezza, mi hai respinto preoccupato che qualcuno vedendoti con un ragazzino potesse accusarti di essere un pedofilo? Quel giorno avevi il cane, era una delle rarissime passeggiate che gli concedevi ogni qualche anno. E tu mi hai detto di stargli lontano, che non volevi problemi tu, che se il cane mi avesse morso, io ti avrei denunciato per andare a soldi. Perché fanno tutti così. Ma il cane era vecchio e stanco e tanto triste. Non aveva mai morso nessuno, neppure te, figuriamoci se avrebbe morso un bambino che lo accarezzava e gli parlava con affetto. Poi ti ho chiesto un bicchiere d'acqua e tu ti sei arrabbiato e mi hai detto: 'Fila via! Sciò! Non entrerai nella mia casa piccolo indisponente'".

Ecco, quel giorno non avevo capito, ero solo rimasto molto male. Ma poi, a freddo, ci ho pensato e ripensato. Che sei cattivo. Non sapevo perché ma doveva esserti successo qualcosa in un tempo lontano. Magari quando eri bambino come me e quando ancora avevi fiducia. Perché io ce l'ho. Fiducia nei mei genitori, negli amici, nelle persone che incontro. Ovviamente la mamma e il papà mi hanno detto che devo stare attento agli sconosciuti ma attento non significa odiarli, aggredirli e respingerli sempre e comunque, nel dubbio, prima che possano anche solo pensare di avvicinarsi a me. Se fosse così, non avrei mai conosciuto Alberto, il postino che mi ha suggerito di scrivere delle cartoline alla bimba che mi piace tanto, non lo fa nessuno e avrei fatto certamente colpo e adesso alla bimba piaccio anche io. Oppure Paolo, Viola, Valentina, tutte persone della mia età o più grandi che prima non conoscevo e che mi hanno insegnato qualcosa o sono mie amiche e ci vogliamo bene. Così, quando Riccardo ha cambiato casa, non mi sono sentito troppo solo. E, insieme agli altri, sono andato a trovarlo con il papà di Valentina, che non conoscevo ma che è una persona musicale. Suona tanti strumenti e la sera mi insegnerà la chitarra e certo spero che non sia pedofilo ma nel caso scappo via di corsa e porto via pure Valentina. I miei genitori sicuramente le vorrebbero bene. Ma tu sei cattivo, pensi male di tutti, ti isoli per paura che gli altri ti freghino ma ti stai fregando da solo secondo me. Pensaci allora, e quando avrai la risposta puoi venire giù, ho tanti amici che mi proteggono, non potrai farmi del male neanche se lo dicono gli altri. Che poi cosa ti importa cosa dicono gli altri? Non ti sembra che sia un po' come non vivere. Non vivo altrimenti chissà cosa pensano gli altri! Non porto il cane a spasso, non parlo con i bambini, non sono gentile perché tutti possono essere cattivi. E l'unico cattivo però sei tu quando ti comporti così. Ciao, dormi bene".

Nel paese dei mostri selvaggi, Maurice Sendak
L'Uomo Selvatico si era ammutolito. Nel frattempo si erano affacciate alla finestra anche la Donna Selvatica e la figlia. Guardavano Filippo con una smorfia tipo quella sulla faccia delle sorellastre di Cenerentola. Esatto: la Donna Selvatica sembrava proprio la matrigna di Cenerentola e la Figlia Selvatica una sorellastra! Erano brutte perché avevano sul viso sempre un'espressione piena di livore. Chissà come sarebbero state se avessero sorriso sinceramente, si chiedeva Filippo mentre le fissava ricercando la bellezza che crede si trovi in tutte le persone.

Stufa di quei dolci occhi puntati sul suo brutto muso, la Figlia Selvatica gridò isterica: "Vai via stupido ragazzino! Come ti permetti di parlare così a mio padre! Vai via, via, hai capito!!!".

Allora il parroco salutò la Famiglia Selvatica con un augurio: "Speriamo di vedervi presto in paese e di condividere un po' di gioia insieme a voi a Natale. Quest'anno la parrocchia ha in programma tante iniziative per grandi e piccini. Veniteci a trovare. Abbiamo bisogno di nuove energie". 

Scettici, i tre Selvatici grugnirono disillusi. "Vorrà certamente dei soldi", pensarono tutti e tre contemporaneamente come se in tre condividessero un unico cervello.

Il parroco, non ricevendo segnali di vita, si rivolse allora ai suoi fedeli: "Cari tutti, è stata una bella passeggiata, Filippo è stato molto in gamba, adesso possiamo tornare a casa e in parrocchia prima che il freddo ci intorpidisca. In parrocchia, per chi vuole, ci aspetta una minestra, potremo scaldarci al fuoco e parlare di questa avventura. 

Tutti insieme si incamminarono verso la valle, con nel cuore un rinnovato sentimento di amore.

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------[Questo racconto è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il prodotto della fantasia dell'autore oppure sono usati in chiave romanzesca. Ogni somiglianza con fatti o luoghi o persone esistenti o esistite è puramente casuale].

FINALE 2 - FRATELLO PORCELLO


I paesani sono pronti, hanno un piano: attendere la notte, muovere tutti insieme e addentrarsi nel bosco a cercare l'Uomo Selvatico. Sono tutti armati di rimostranze e richieste di cambiamenti. Ed essendo buio presto, sperano non faranno troppo tardi. 

Fortunatamente alle sei è già buio e i paesani sono radunati al parcheggio subito prima del bosco. Sono nervosi, arrabbiati e il gruppo sembra amplificare il desiderio di rivalsa. Qualcuno ha un atteggiamento un po' troppo sopra le righe, il suo vociare chiassoso potrebbe attirare l'attenzione. C'è chi cerca di calmare gli esaltati e chi si lascia contagiare.

Finalmente iniziano a muoversi. Forse camminare li scalderà e allenterà la tensione generale. Qualcuno grida improperi: ''Te la faremo pagare, mostro'', ''Vediamo chi avrà paura questa volta'', ''Esci fuori vigliacco!'', e così via. Camminare, per qualche ragione, non sembra aiutare.

La fatica inoltre ha un effetto negativo sull'umore di molti che pian piano contagiano anche tutti gli altri: il pessimismo, lo sconforto, la disillusione, la rabbia, il rancore sono i sentimenti più comuni. Qualcuno inizia a sudare e questo non gli piace. Non se lo aspettavano di dover sopportare tanto per avere giustizia. Altri hanno l'affanno e desiderano fermarsi a fumare una sigaretta ma non vogliono rimanere indietro, da soli, col rischio di trovarsi faccia a faccia con pericolosi animali. Tocca di proseguire per forza e ciò alimenta il malcontento. Un circolo vizioso.

Nel gruppo, ognuno per conto proprio, si concentra attentamente sul fastidio, scoprendo di provare solo quello. Fastidio per le scarpe strette, dure, fredde, per la fatica di camminare, per l'incertezza del risultato di quella operazione, mica possono picchiare a sangue qualcuno, finirebbero in galera! Se solo fossero protetti da qualche legge apposta. Farsi giustizia da soli, a qualcuno darebbe grandi soddisfazioni.

Persi tra pensieri e preoccupazioni e tra le lamentele generali, il gruppo improvvisamente si arresta.

Gli ultimi non vedono e non sentono cosa sta succedendo, così si radunano a mezzaluna e finalmente scorgono l'impedimento a marciare.

E' un tizio tozzo e minaccioso, piantato in terra come un tronco. Che sia l'Uomo Selvatico? Non corrisponde a nessuna descrizione ma sicuramente appare ostile.

Uno del gruppo, il più iroso, si fa avanti e i due sbracciano e urlano per 20 minuti. Allora il paesano fa segno al gruppo di avvicinarsi per dargli man forte ma il tizio tozzo imbraccia un fucile e dice: "Fuori dalla mia proprietà o vi denuncio. Quel coglione di mio fratello abita nel bosco ma con il vostro chiasso disturbate me e io non lo sopporto. Via di qui, subito".

Tutto chiaro adesso: quello era uno dei tre fratelli porcelli di cui parla la leggenda. Pare aver costruito una casa indipendente ma sempre in quel bosco, dopo aver abbandonato il condominio ristrutturato assieme agli altri. Qualcuno, ora che ci pensa, lo ha già incontrato, un vero spaccone, uno che ha sempre ragione, uno come suo fratello!

Il tizio tozzo, si chiedono tutti, allora va considerato anche lui Uomo Selvatico? Se sì, sarebbero di fronte ad una vera e propria epidemia!

Pensandoci bene, forse è già una pandemia perché a guardare e ascoltare meglio alcuni paesani, sposati con uomini e donne di altre regioni o nazioni, non sono molto diversi dal fratello porcello né da certi uomini politici prepotenti, arroganti e aggressivi presenti in tutto il mondo.

E se l'Uomo Selvatico non stesse solo confinato nel bosco? Se fosse il nostro vicino, il nostro cugino, se fosse anche un po' dentro di noi?

Queste le riflessioni di una parte del gruppo. L'altra parte non rifletteva... assomigliava più ad un branco di scimmioni in cattività.

Adesso il paese aveva un altro problema: canalizzare quell'aggressività su un obiettivo più raggiungibile e più facile da identificare fuori di sé.

Alcuni paesani il giorno dopo vendettero casa e lasciarono il paese. Le malelingue dicevano che erano gay e psicologi. Per loro, meglio perderli che trovarli!

Nel giro di qualche anno il paese si spopolò e rimasero solo uomini selvatici e litigiosi. Un giorno litigavano e l'altro pure. Ma se glielo chiedi, loro ti diranno che non hanno problemi con nessuno. Che vanno d'accordo con tutti purché siano ragionevoli... proprio come loro!
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[Questo racconto è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il prodotto della fantasia dell'autore oppure sono usati in chiave romanzesca. Ogni somiglianza con fatti o luoghi o persone esistenti o esistite è puramente casuale].

07 dicembre, 2020

FINALE 1 - COS'HO DIMENTICATO?

[Leggi prima: Storia a bivi]

I paesani sono pronti, hanno un piano: attendere la notte, muovere tutti insieme e addentrarsi nel bosco a cercare l'Uomo Selvatico. Sono tutti armati di rimostranze e richieste di cambiamenti. Ed essendo buio presto, sperano non faranno troppo tardi.

La tensione è alta ma l'unione fa la forza ed esorcizza l'angoscia. Era un sacco poi che non facevano qualcosa tutti insieme, che non avevano un progetto comune. Ritrovarsi in tanti, anche solo visivamente, scalda il cuore.

Essendo autunno inoltrato fa un freddo porco: è dunque probabile che l'Uomo Selvatico sia rintanato in casa e i paesani contano sul suo intorpidimento. 

Così si incamminano tutti imbacuccati, la tensione muove l'adrenalina e lo spirito di unione tiene alto l'umore. Risalire il bosco è faticoso e il silenzio è rotto soltanto da scrocchi di sterpi e da respiri affannosi.

Il freddo avvolge e risveglia alcuni sensi: gli occhi gelati sembrano vedere più nitido, il naso pare meglio percepire gli odori e più distinti, così come si accorge dell'aria quando passa dalle narici. Le orecchie sono pronte a cogliere presenze, come un cinghiale che si allontana grugnendo o un ruscello che scorre. 

Pian piano, passo dopo passo, metro dopo metro, il cameratismo scivola in convivialità e la compagnia si rilassa. A coppie, a piccoli gruppi, si inizia a parlare. Il tempo scorre via veloce e il sentimento muta.

Si scorda sempre qualcosa a casa o in macchina. E c'è sempre un momento in cui lo si realizza.

Ad un certo punto, quasi contemporaneamente, tutti si accorgono di una cosa che manca: la motivazione a proseguire. 

Si sa che gli uomini di oggi sono volubili e individualisti. Mentalmente pigri e incapaci di perseguire un obiettivo comune. Affetti da perdite frequenti di motivazione.

In questo caso invece, la motivazione iniziale non era andata perduta. Era rimasta al parcheggio, appoggiata alla macchina, sostituita da una più forte, nel momento stesso in cui tutti si sono trovati. Lo stare insieme ha assunto una motivazione propria. Come quando, prima dei cellulari ci si trovava in piazza e, aspettando che tutti arrivassero, si faceva serata in piedi, lì dove si era.

Comunque oggi è andata così, il bello di ritrovarsi e stare insieme ha fatto dimenticare la frustrazione delle incomprensioni quotidiane. Chissà, magari domani verrà in mente qualche nuova soluzione.

[Ascolta: Instant Kharma, John Lennon]

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------[Questo racconto è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il prodotto della fantasia dell'autore oppure sono usati in chiave romanzesca. Ogni somiglianza con fatti o luoghi o persone esistenti o esistite è puramente casuale].

STORIA A BIVI

[Leggi prima: L'Uomo Selvatico]

Il tempo passa e dell'Uomo Selvatico si continua ad avere notizie di fastidi, spaventi e aggressioni. Con un caratteraccio come il suo, si è presto diffuso un generale malcontento tra i paesani: non è più possibile fare una battuta di caccia, andare a raccogliere funghi, asparagi, castagne o semplicemente passeggiare nel bosco, senza temere i suoi agguati, le sue catture, i suoi stupidi discorsi, le sue rimostranze, le sue urla. 

Succede così che i paesani si organizzano per dare all'Uomo Selvatico una lezione. 

Tecnicamente si chiamerebbe reciprocare e, si sa, non è proprio l'ideale. Anzi non fa che alimentare inutilmente il conflitto. Ma tra i paesani non c'è uno psicologo e, se c'è, sta zitto. La psicologia è la seconda causa di esilio da paese dopo l'omosessualità. E il bosco è già occupato.

Tornando all'Uomo Selvatico, forse invitarlo a cena per Natale ed essere amichevoli sarebbe la vera soluzione. Volergli bene e trattarlo con amore. O, semplicemente, essere una testimonianza di affetto e rispetto. Non che non ci si sia provato, ognuno a modo suo! Purtroppo però, l'ottusità e la diffidenza dell'Uomo Selvatico è un grosso limite alle sue relazioni e alla pazienza di chiunque. 

Infatti, quando si convince erroneamente (cosa che sarebbe facilmente dimostrabile se solo ti stesse a sentire e ti desse il beneficio del dubbio) che l'Altro è la causa di un suo problema, non c'è modo di farlo ragionare. Sembra in totale balia della sua allucinazione. Come una furia, ti si para davanti ad un centimetro, paonazzo, balbettante, sputazzante, accecato dalla rabbia. E, fintanto che permane in quella modalità, è totalmente impossibile comunicare con lui. Nel frattempo hai pure il tuo bel da fare a tenere a bada la tua reazione nervosa autonoma. C'è chi ha una finestra di tolleranza ampia e chi scarsetta ma, prima o poi, di fronte all'Uomo Selvatico, a tutti capita di provare la reazione nervosa autonoma. Ad alcuni poi, scatta prima il simpatico (attacco e fuga) con altrettanta crisi di rabbia furibonda e, ad altri, il parasimpatico (congelamento). Fatto sta che entrambe le reazioni sono piuttosto impegnative per l'organismo e, dopo averle sperimentate entrambe più volte in compagnia dell'Uomo Selvatico, in breve tempo protendi per lasciar perdere qualsiasi strategia relazionale e opti per l'evitamento. Cerchi solo di dribblare l'avversario e di rimandare il più in là possibile la prossima occasione di scontro, sperando che passerà in fretta. 

Dopo che ha sfogato, l'Uomo Selvatico se ne va e ti lascia lì, stecchito, con le budella aggrovigliate intorno al collo, prigioniero di un senso di impotenza che ti dà la nausea. 

Certo, capita di provare tenerezza di fronte a quei rari momenti di lucidità di quel poveraccio. E' persino commovente, ad un certo punto, in qualche rara occasione, vederlo capire, osservarlo collocarti nel giusto, nella casella del non colpevole e fare marcia indietro rispetto alla manifestazione palese di un suo inconscio desiderio di distruggerti. (Inconscio perché lui non si accorge proprio di essere aggressivo: per lui assalirti senza lasciarti possibilità di replica e, un minuto dopo, sentirsi a posto è avere un normale confronto). 

Ma sono magre consolazioni. Se sei emotivo, ti ci vogliono giorni per riprenderti dal senso di impotenza provato o dalla rabbia e dal desiderio di fuga castrato. E, in quei giorni, è peggio che essere mestruati. Si è intrattabili, nervosi, si ha paura di tutto, si piange spesso e ci si sente estremamente vulnerabili! Come un animale che, solo, realizza di poter essere braccato in qualunque momento!

Quindi, il desiderio dei paesani è comprensibile anche se sbagliato e potenzialmente pericoloso. Serve davvero dare una lezione all'Uomo Selvatico? Che tipo di lezione poi? 

Cosa gli faranno i paesani?

Finale 1 - Cos'ho dimenticato?

Finale 2 - Fratello Porcello

Finale 3 - Scrivilo te

Finale 4 - Il bambino filosofo

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06 dicembre, 2020

L'UOMO SELVATICO

«È sostanzialmente un comune mortale che vive al di fuori del consesso umano preferendo i luoghi isolati, la montagna, il bosco. A contatto con la natura ha esaltato al massimo le sue caratteristiche fisiche che gli assicurano la vita: forza, robustezza, fiuto eccezionale per inseguire la preda. È timido,
rifugge dal prossimo isolandosi al punto tale da attenuare le sue capacità psichiche fino alla stupidità. Non si lava né si pulisce. Non si rade né si taglia i capelli cosicché questi si fondono raggiungendo le ginocchia. Per questo diventa una figura terrificante esaltata dalla pelle di caprone con cui si ammanta. Un atto gentile lo intenerisce. A volte sente il bisogno di fraternizzare con gli uomini. Allora si ferma insegnando loro
i mestieri della malgazione, della lavorazione dei latticini di
cui è maestro.» [Giuseppe Sebesta]

Pare che un Uomo Selvatico abiti nel bosco intorno al paese dove vivo. Rispetto alla descrizione che ho trovato su Wikipedia di Giuseppe Sebesta, l'Uomo Selvatico nostrano abita sì in un bosco, in una casa isolata, ma insieme ad altre persone. 

Chissà, magari non ha trovato un compromesso migliore...

Fatto sta che questo personaggio mi ha molto incuriosito. Così ho deciso di approfondire.

Dalle notizie che ho potuto raccogliere in paese, egli interagisce sì con altri esseri umani, i vicini, ma con il solo intento di educarli in modo che, pur convivendoci, possa non accorgersi della loro esistenza o, tutt'al più, possano servirgli a qualcosa.

Da alcune testimonianze, sembra che l'Uomo Selvatico continuamente aggredisca, senza ragione umanamente comprensibile, i malcapitati suoi vicini: ora perché hanno steso una maglia umida con una gruccia allo scuro della finestra che si vede dal suo giardino, palesando la propria evidentemente sgradita presenza; ora perché hanno messo alle finestre delle zanzariere con il velcro che a lui però sembrano orrendi stracci; ora perché passano l'aspirapolvere! Pare che in questa circostanza soprattutto, l'Uomo Selvatico faccia le scale a due gradini per volta, fino all'appartamento dei vicini, per attaccarsi al loro campanello e bussare violentemente alla porta, come se la casa stesse andando a fuoco, facendo prendere un colpo a quei poveri disgraziati. Tutto questo poi per dire sputazzando: "Cos'è sto casino? Avete un trattore in casa?". Segno evidente della demenza di cui è afflitto e a cui fa riferimento il folclore sull'Uomo Selvatico. 

L'archetipo locale vuole l'Uomo Selvatico accompagnato e persino riprodotto. Anche se per "errore". Quindi, per essere precisi, in questo caso specifico si ha a che fare con una intera famiglia selvatica. Un caso più unico che raro!

La Donna Selvatica sembra avere caratteristiche simili all'Uomo Selvatico, certamente con sfumature più femminili: si narra sia una donna attenta a salvare le apparenze, intenta a domare il pelo, capace di ricatti morali, portatrice di facciata di cortesia e abile teatrante dalle sceneggiate grandiose. 

Si racconta che, quando la Donna Selvatica è contrariata col marito o la figlia, le sue grida riecheggino per tutta la vallata. Nessuno però ha avuto ad oggi il coraggio di avventurarsi per verificare. Istintivamente i paesani si rinchiudono nelle proprie case e non muovono una paglia.

L'Uomo e la Donna Selvatici, dunque, si somigliano molto. Entrambi, risulta dalle testimonianze, sono psichicamente svantaggiati, pieni di pregiudizi, decisamente malfidati ed estremamente aggressivi. Vivono isolati dal resto del paese e sono abili a far perdere le loro tracce. Certo è che nessuno vorrebbe incontrarli da solo nel bosco. A volte, quando l'Uomo Selvatico è in vena di incontri, attira con del cibo un cane da caccia durante una battuta, costringendo così un cacciatore ad andare a cercarlo nonostante il timore. Inevitabilmente egli incontrerà l'Uomo Selvatico che lo costringerà a conversare a quel suo modo assurdo. Si sa di questi incontri grazie al gestore del bar del paese, attento a raccogliere le testimonianze confuse degli sventurati cacciatori che si ubriacano per dimenticare. 

Della Figlia Selvatica si sa molto poco. Sembra che l'Uomo Selvatico, in un momento di rara confidenza dettata da evidente stato di stupidità amplificato da quello di ebbrezza, abbia confessato ad un pastore, che rientrava tardi dal pascolo per cercare il cane, che fosse stata un incidente! 

Evidentemente, l'Uomo e la Donna Selvatici sono così deprivati psichicamente, da non essere completamente consapevoli della propria sessualità oltre che della propria mostruosità. 

Fatto sta che la nuova creatura, figlia dell'Uomo e della Donna Selvatici, vivendo fin dalla nascita con genitori cotanto deprivati, in un isolamento assolutamente inadeguato allo sviluppo sano di un bambino, ha visto molto precocemente attenuarsi le proprie capacità psichiche, incorrendo anch'essa in uno stato di grave stupidità.

Non si sa se il processo sia reversibile ma è grande il sospetto che non ci sia margine di miglioramento.

Si narra che non ci sia umano ad aver riscontrato nel tempo alcun miglioramento nell'atteggiamento dei Selvatici. Mentre qualcuno dice di aver osservato un costante peggioramento nelle competenze umane e sociali della figlia che, a vent'anni quasi, si racconta passi le giornate a letto, urlando isterica di rabbia per un nonnulla e alzandosi solo per mangiare. Una vera bestia.

Il folclore, in alcune tradizioni, vuole l'Uomo Selvatico un uomo civile e sensibile che si ritira dal mondo perché incompreso e bistrattato; in altre, è descritto come un primitivo, un troglodita.

In questo caso, l'Uomo Selvatico e la sua famiglia possedevano evidentemente capacità psichiche già molto attenuate prima ancora di isolarsi nel bosco.

Diciamo che questo mito dell'Uomo Selvatico in particolare pare aver subito delle contaminazioni con la favola dei tre porcellini, rendendo il folclore locale molto colorito, piuttosto curioso e decisamente unico.

Infatti, si racconta che l'Uomo Selvatico, prima di riuscire ad allontanare i due fratelli con i quali aveva ristrutturato il vecchio casolare in cui attualmente vive, viveva insieme a loro, ognuno in un appartamento secondo le proprie possibilità economiche. L'Uomo Selvatico era il più povero dei tre e gli è toccato l'appartamento più brutto. Ma, oltre che il più povero, era, a detta di tutti, il più stupido e cattivo. Per diversi anni ha fatto una gara a chi fosse più stupido e cattivo con gli altri due fratelli, sapendo di avere grandi possibilità di vincerla. E infatti vinse alla grande! Nel giro di pochi anni, entrambi gli altri due porcellini, quello più ricco con la porzione di casa più grande e quello intermedio, proprietario dell'appartamento sopra quello dello stupido vincitore, sono fuggiti a gambe levate.

Grazie a quello che fino a quel momento era stato soltanto un difetto, grazie dunque all'insuperabile stupidità coltivata con dedizione da tutta la vita, il porcellino povero/Uomo Selvatico aveva finalmente realizzato il suo sogno: il totale isolamento!

Purtroppo però, il porcellino di mezzo riuscì in corner a vendere il suo appartamento ad un forestiero, gettando nuovamente nello sconforto l'Uomo Selvatico che subì un evidente peggioramento nel carattere: da quel momento avrebbe combattuto contro un totale sconosciuto, senza poter contare sull'impoverimento psichico dell'altro, come era stato per i fratelli.

Così il porcellino stupido/Uomo Selvatico si è rimboccato subito le maniche e ha iniziato la sua opera di tormento, alternata ad una sorta di rieducazione del nuovo vicino di casa. Se non riuscirà a cacciarlo, pensa, gli darà un'altra forma!

Quando poi il nuovo vicino si è accompagnato, l'accoglienza della Famiglia Selvatica fu terribile. Pur sperando che la donna fosse solo "una troia di passaggio", racconta un cacciatore testimone di una confidenza, la Famiglia Selvatica tentò disperatamente di accelerare il processo di espulsione in ogni modo.

Invece, non solo dovette accorgersi che forse la troia non era di passaggio, ma notò pure che, aggressione dopo aggressione, neppure si piegava alle sue condizioni.

Dell'Uomo Selvatico si continua a perdere le tracce. Ogni tanto si percepiscono degli echi lontani, molto probabilmente urla isteriche della moglie e della figlia. Si immagina il suo aspetto. Si teme di incontrarlo da soli nel bosco. E ci si chiede come stiano i loro vicini. 

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[Questo racconto è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il prodotto della fantasia dell'autore oppure sono usati in chiave romanzesca. Ogni somiglianza con fatti o luoghi o persone esistenti o esistite è puramente casuale].

18 aprile, 2020

FELICITA' A MOMENTI

La gioia di stasera è nata così, per non aver lavato i piatti e aver preso per mangiare due piatti molto speciali che non usavo da tempo.

Grecia 2018: ci inerpichiamo con il pick-up su per le strade sterrate più improbabili e raggiungiamo un piccolo paradiso. Mettiamo la macchina -su cui dormiremo- in bolla e prendiamo possesso del luogo.

A. però ha preso freddo, ha mal di testa e vomito e si sdraia un momento… io invece cerco un posto dove andare un attimo in bagno… ma mi accorgo in tempo di un tipo con un binocolo, un militare che si avvicina, ci chiede sorridente come diavolo siamo arrivati fino lì e se ne va. Vado da A. sperando che sia ancora cosciente e gli dico che forse non dovremmo stare lì… lui non reagisce, alzo gli occhi e vedo tornare il tipo in compagnia di altri 6 nerboruti militari, sono nervosa ma… hanno due piatti di tartine, acqua e succo di frutta: un benvenuto speciale per noi amici italiani! Sembrano più degli aiuti umanitari… in effetti sembriamo due barboni. Parliamo di qualcosa, ci stringiamo le mani e, siccome non sembriamo molto svegli, uno dei tipi si trattiene un momento e ci scandisce che quello con cui abbiamo appena parlato è Stefanis Alkiviadis, niente meno che il capo dell'esercito greco. 

Quella sera non sono andata in bagno. A. poi si è ripreso. Stasera abbiamo riso un sacco a
ripensare a quel viaggio.
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13 settembre, 2018

EQUIVOCANDO ALLEGRAMENTE

- 'Avrio... catalaves?', 'Avrio... catalaves?', 'AVRIO... catalaves?'.
'Italiani-greci, una faccia, una razza'... per fortuna, così possiamo gesticolare con grandi risultati e il resto disegnarlo sui sassi per capirsi. 'Avrio' è stata la parola che tra tutte ho compreso per prima e con una discreta sicurezza grazie al gesto di accompagnamento di mano e braccio condiviso tra i nostri due popoli. Per il resto delle nostre conversazioni, il senso dei

08 aprile, 2018

GIOCARE COL FUOCO

Risaliamo di corsa il pendio tra gli alberi e, appena fuori, ecco le fiamme. E' un incendio e il fronte sembra molto vasto. Brucia il basso paleo per centinaia di metri e si sta insinuando tra le prime piante ai margini del bosco.

24 gennaio, 2018

CONIGLI E PAESI DELLE MERAVIGLIE

Nodo delle Guide Doppio con Frizione,
detto Coniglio.
L'altro giorno gironzolando sono passata vicino all'ingresso di una grotta nota e, con la testa infilata dentro a quella particolare tana, ci ho visto un coniglio. Così ho riflettuto (con ritardo) che tra noi e un paese delle meraviglie c'è spesso un coniglio che, appena prima di sparire inghiottito dal buio, si gira a guardare verso l'ingresso. Quando la nostra vista si è adattata all'oscurità, possiamo vedere il suo musino e le sue orecchie lunghe. Poi, via, cominciamo a scendere inseguendo la sua coda, giù nell'abisso, dove l'avventura chiama.

Alice non era altro che una speleologa. E le grotte, per alcuni, sono dei paesi delle meraviglie!

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23 gennaio, 2018

ESISTERE...MA CON RISERVA

Raggomitolata in una nicchia della montagna, spio da lontano la mia terra. I miei ricordi, i miei pensieri e le mie emozioni sono tutti pieni di chiare contraddizioni. Senza sforzo né dolore, quasi fosse il principio di una commedia, vedo il mio passato dispiegarsi su quella magnifica scena. Il golfo, le falesie e quei luoghi da me adesso temuti, si animano armoniosamente dei tanti miei vissuti. E mi rivedo giocare divertita, una protagonista attiva di quella mia strana vita: ricordo le immersioni, le arrampicate, i giochi con la deriva e tutte le avventure che mi hanno aiutato a sentirmi viva.

Peccato che a me non siano cresciute le radici, ma così era scritto nei miei geni infelici. Nonostante tutto sono riuscita a garantirmi quel tanto nutrimento che bastasse per sopravvivere alla mancanza di accudimento. Lasciati troppo a lungo da soli con sé stessi, si rimane poi sempre troppo esposti al rischio di perdersi negli eccessi.

Non mi sono mai integrata nell'ambiente in cui sono cresciuta. Per certi versi, così, mi sono salvata ma neppure mi sono 'sistemata'. Così è stata la mia vita: in salita e precaria fin da subito e di difficile interpretazione. Anche felice ma sofferta e piena di paure.

I miei genitori mi hanno concesso di esistere, sì, ma con riserva: troppo presi da loro stessi mi hanno messo al mondo e poi abbandonata sulla panchina di chi, inutile, aspetta e osserva. 

Così mi sono sempre sentita: uno spettatore che ad entrare nel vivo del gioco non è autorizzato, che diviene ogni giorno più estraneo in quel difficile mondo in cui è solo appoggiato.

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13 gennaio, 2018

L'INSOSTENIBILE LEGGEREZZA...DELL'INCONSAPEVOLEZZA


Sono a zonzo per le montagne del Montenegro da tutto il giorno; arrivo a sera stanca e soddisfatta e sul sentiero del ritorno incontro il gregge dei pastori nella cui valle con la mia tenda dormo. Il gregge è immenso e il sentiero stretto; uno dei pastori mi vede e mi fa segno di passare.

Io mi faccio largo tra le pecore e, avvolta nella lana, passo sicura; qui e là, mimetizzati ci sono i cani da pastore, grandi, grossi e pelosi e faccio attenzione a non disturbare; poi ne incontro uno che conosco, che, al campo, alla sera, viene sempre a salutarmi, si fa accarezzare e sta insieme a me fin quando non torna a lavorare. Lo saluto, gli parlo in falsetto, Ciao bello, come stai? E lui ringhia, Sei proprio un bravo cagnolino, sai? Cavolo, chissà come sei stanco dopo una giornata dietro alle pecore! Grrrrrrrrr. Sì, sì, lo so che non puoi parlare sul lavoro...Forza e coraggio, tra poco sarai a casa e potrai riposarti! Passa a trovarmi! Nel frattempo lo accarezzo affettuosa, gli sprimaccio il pelo e lui mi ringhia ancora!

Alla fine lo saluto calorosamente, svicolo tra due file di pecore e sorpasso il gregge; i pastori mi sorridono stupefatti.

Appena sbuco dal bosco la madre dei ragazzi che accompagnavano il gregge mi viene incontro e mi chiede come sto un po' in inglese, un po' a gesti: Tutto bene? I cani non ti hanno aggredita? (Sottinteso nello sguardo: Ma non lo sai che non si passa in mezzo ad un gregge?! Che è pericoloso? Che questi cani proteggono il branco da chiunque si avvicini o rappresenti un pericolo? Ed io rispondo sempre con lo sguardo: Certo che lo so ma, con mia grande sorpresa, ho ancora fiducia nell'umanità e se il pastore mi fa segno di passare penso che non ci sia pericolo...che pure i cani lo capiscono...che sono innocua e forse sono come i bambini...tu gli parli e ci si intende ad emozioni...). 

Va bé, è andata...

Mi guarda come se non potesse credere ai suoi occhi, indecisa se arrabbiarsi coi cani che non mi hanno sbranato come avrebbero dovuto o con me che avrei potuto essere sbranata con tutti gli inconvenienti del caso...per fortuna finisce tutto a latte crudo, formaggio fresco e un pezzo di baklava che così buona in nessuna pasticceria si trova. 

Il cane che importunavo, dal canto suo, avrà pensato che dovessi essere completamente scema per comportarmi in maniera così sprovveduta e, forse, se mi avesse morsicato, lo avrei potuto pure contagiare! 

Dal canto mio, l'avevo 'solo' scambiato per il suo gemello buono che, appena uscito dal bosco è venuto a salutarmi con dietro quell'altro lì identico a lui che mi ringhiava ancora...quest'ultimo stavolta ringhiava bofonchiando di stupore: oltre alle bastonate, gli umani possono elargire anche tenerezza e questa non sembra poi così male; inoltre forse di questa scema ci si può pure fidare, che dietro la coccola non nasconde il bastone...ma poi ha preferito rimanere fedele al suo copione e tornare a ringhiare altrove.
Olivya in Montenegro

A volte, ad essere inconsapevoli e, per questo, fiduciosi, per caso, ci si salva e si arriva pure prima a casa. E ci si fa amico un potenziale aggressore. Nei giorni seguenti, mentre il gemello buono veniva a farsi coccolare, lui si avvicinava a due metri e ringhiava di voglia di coccole che non osava farsi fare e mi seguiva anche a fare la pipì...ancora qualche giorno e...chissà...magari facevo un gesto sbagliato e zomp, mi ritrovavo bistecca. 

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14 settembre, 2017

LEGATO MA LIBERO

Chiudo il cerchio e me ne vado. Dopo 10 anni riesco ad emanciparmi emotivamente dal mio primo moroso.
Il turbamento di essere sopravvissuta al soffocamento mi spinge a ricercare fisicamente l’aria, la luce e il movimento.
Incontro un uomo più grande di me, un istruttore…e assecondiamo la sfumatura transferale della nostra relazione. Mi dice che è sposato e che gli è già capitato.
Per una frazione di vita, spinti dall’istinto a ricercare vicinanza, tenerezza e consolazione, ci siamo solo noi, in una vivida illusione.
Persino le vicende più deprecabili hanno un senso. Vivere i miei sbagli mi ha aiutato a capirmi e a capire meglio gli altri e il loro scompenso.
Chi giudica severamente, a distanza di sicurezza, lo fa perché fragile, insicuro e bisognoso di certezza.
Mi presta “Legato ma libero” di P. Berhault, metafora della sua condizione e dei suoi sogni. Ma la libertà, imparo più avanti, è quando non dipendiamo dai nostri bisogni.
Ha conservato una mia lettera nel portafoglio. Molti anni più tardi sua moglie la trova, cerca nella rubrica e mi chiama. E’ morto in montagna. Parliamo. Ci capiamo.
La vita, più o meno difficile da interpretare, rimane sempre imprevedibile, nel bene e nel male.


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