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17 giugno, 2024

SPARGERE LE CENERI

Di nuovo qui. Dopo aver sparso legalmente le ceneri di mia madre insieme ad altre persone estranee su un battello che doveva sbrigare questa noia il prima possibile. 

Siamo partiti a busso, veloci come il vento e tra gli spruzzi. Forse volevano aiutarci a mimetizzare le lacrime e distrarci gli uni dagli altri nello sforzo di mantenerci seduti ognuno al proprio posto, anziché ammassati gli uni sopra agli altri a causa dell'inerzia dei nostri corpi. 

Abbiamo buttato le ceneri in fila, le une sopra le altre -mia madre avrebbe avuto da ridire- ma c'era corrente e forse si sono schivati. 

Però c'era anche vento e mia madre si è parzialmente spiaccicata sulla poppa della barca. Forse era l'unica lì sopra e da lì c'era una vista magnifica verso la sua spiaggia preferita. 

Poi si è tuffata e ha nuotato con mia nonna che in realtà era un delfino prima di diventare mia nonna e quindi anche mia madre era un delfino e ora nuotano e si tuffano felicemente nel loro mare preferito. 

Io spero di non venire mai sparsa là perché dev'esserci stato un equivoco al momento della scelta, non sono un delfino e potrei litigare con tutto l'aldilà per l'eternità.

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09 marzo, 2021

SEMAFORO ROSSO

Da bambina, ad un semaforo, chiesi a mia madre che stava guidando per andare a trovare una sua amica: 

- "Perché il semaforo rosso è rosso?".

Lo domandai curiosa, come folgorata da una domanda fondamentale, mentre osservavo il semaforo in tutto il suo fascino, in attesa di ripartire.

- "Perché ci dobbiamo fermare per dare la precedenza alle altre macchine", fu la sua risposta, certamente pratica, razionale e sbrigativa.

- "Sì, ma perché rosso?"

-"Non capisco cosa dici, cosa vuol dire, cosa stai dicendo!!!". Risposta con increspatura disperante, testimonianza stavolta di una madre provata.

-"Perché rosso? Perché si chiama rosso?", domandai io, dispiaciuta di non riuscire a spiegarmi ma ancora curiosa di sapere, al punto da insistere a domandare senza accorgermi del pericolo imminente. 

Mentre mi accingevo a formulare meglio il mio difficile interrogativo, tutta concentrata sulle parole da usare, in un attimo la macchina, mia madre, io, tutto esplose.

Ancora una volta ero riuscita a fare del male senza capire come. 

Tra urla, grida e colpi, mia madre girò a sinistra, riformulando la destinazione: doveva urgentemente portarmi a casa per picchiarmi prima che la sua furia scemasse.

Era esplosa eppure continuava a guidare mentre mi colpiva senza successo perché troppo lontana e si dimenava sul sedile in preda ad una furia violenta e implacabile. Un evidente esempio di persona multitasking, capace di domare una bestia come me mentre contemporaneamente osservava il semaforo diventare verde (non chiesi mai perché verde), svoltava, seguiva la strada, parcheggiava.

Doveva arrivare a casa alla svelta, prima che la mia stupidità e la mia stronzaggine la facessero ammalare. Colpirmi violentemente funzionava sempre, dopo guariva e tornava quella di prima. 

Dopo una certa età, quella in cui si smette di sfidare i genitori, mica alla ricerca della separazione e della identità di genere come dicono oggi, ma per diaboliche intenzioni malefiche, la terapia della mia povera mamma funzionò ancora meglio e la bestia fu domata, almeno fino all'adolescenza. Per precauzione mi colpì ancora e ancora, a volte preventivamente. Io non capivo, ma lei sapeva con chi aveva a che fare.

Presi atto che, non solo dovevo essere scema perché facevo domande idiote, ma pure stronza, perché insistevo, con evidente intenzione maligna di tormentarla anche dopo che già avevo avuto una risposta.

Da bambina ero una ingrata. Se mi avessero conosciuta, certi teorici della pedagogia che andava di moda una volta avrebbero potuto scrivere un libro sul mio caso e intitolarlo: "La maledetta bambina ingrata", spiegando alle famiglie come individuare in tempo i primi segni diabolici e come prepararsi a domare un tale essere immondo, prima che si mangi il cervello dei suoi stessi genitori o li faccia ammalare.

Ero dunque una bambina malvagia, con poteri oscuri, tipo quelli degli stregoni, e di cui non avevo assolutamente il controllo.

Invece nessuno mi ha mai studiata, nessuno ha scritto un saggio, o anche solo un articolo scientifico sulla mia pericolosissima condizione.

Non solo, anni dopo, fior fiore di scienziati, evidentemente matti, scrissero addirittura "Il bambino filosofo", farneticando sulla preziosissima curiosità dei bambini e il senso profondo del loro incomprensibile modo di conoscere il mondo. 

Nessuno, dunque, era stato informato del potere malefico mascherato da curiosità di certi bambini diabolici come me.

Roba da matti. Se mia madre lo leggesse, certamente andrebbe fuori di testa, poverina.

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05 gennaio, 2021

NON E' UN PAESE PER EMOTIVI

Personalmente devo aver più volte nominato e parlato più o meno di tutti i maltrattamenti subiti: ci ho pianto sopra di fronte a testimone empatico, elaborandoli uno a uno. Eppure continuo ad essere condizionata potentemente dai miei traumi, nelle scelte di vita e nelle relazioni. 

Nonostante le preziose elaborazioni, dunque, sotto stress, interviene in automatico un qualche funzionamento distorto. Moltissime situazioni fungono da trigger: in un attimo rivivo il film della mia infanzia e provo emozioni e sentimenti insopportabilmente intensi. 

Che forse dipenda dal fatto che quella persecutrice di mia madre non ha mai riconosciuto nulla di ciò che mi ha inflitto? E che ogni suo attuale pensiero per me è ancora solo di distruzione e morte? Che tutta la mia famiglia non ha visto nulla e forse stenta pure a crederci? Non parliamo poi del resto del mondo: i maltrattamenti esistono solo al telegiornale e nelle lontanissime periferie degradate degli altri mondi, dove si vede ad occhio nudo che vivi nel disagio sociale, magari perché sei sporco, puzzi, hai i lividi, i pidocchi e i vermi. Non si crede al traumatizzato quando è vestito bene, quando è pulito, profumato e sorridente. Quando viene mandato a scuola e in vacanza e non ha segni sul corpo. La mia mamma è stata molto attenta e poi le facevano male le mani. Così colpiva forte per farmi male ma non abbastanza per lasciarmi segni duraturi e poi si è dedicata anima e corpo alla violenza psicologica che, oltretutto, le dava assai maggior soddisfazione essendo sadica e contorta. Inoltre mi ha insegnato a riconoscere le sue punizioni come conseguenza della mia inadeguatezza, ottenendo la mia totale omertà fin da piccolissima. Ero sbagliata e lei una vittima: mia, della famiglia, del mondo intero. Meritavo di essere punita essendo la mia stessa esistenza una punizione per lei. Poverina.

Oppure sono come quei bambini selvaggi cresciuti da soli nella natura (nel mio caso, da sola nella sofferenza) e che, non sviluppando, ad esempio, il linguaggio al momento giusto (nel mio caso la fiducia in me e negli altri, ecc…), non lo svilupperanno mai più?

Forse un testimone non è sufficiente. Forse Alice Miller parlava di un testimone in senso lato o simbolico: "uno", ma grande abbastanza a seconda della gravità dei traumi vissuti.

Così, in attesa di scoprire un antidoto ai maltrattamenti subiti, continuo a soffrire e soffrire nel tentativo di smettere di soffrire. Il nostro, poi, non è un paese per persone fragili o per diversamente emotivi, che sono considerati dai più dei lamentoni privi di volontà e palle, degli incapaci, degli esseri inutili e incomprensibili. Questo a dimostrazione del fatto che l’umanità in generale non è in grado di farsi carico e prendersi cura delle proprie fragilità. Le combatte, moltiplicandole. 

Chissà se, date le stesse condizioni climatiche, l’uomo, oltre a pensare e fare gli stessi errori ovunque nel mondo, non possa anche riprodursi tale e quale in infiniti sistemi solari, costringendo la propria specie e la Natura tutta, ogni volta, alla stessa fine.
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20 dicembre, 2020

LA FIGLIA SELVATICA

[Consigliato leggere prima: L'Uomo Selvatico]

La Figlia Selvatica, rinominata qui Babbuina in onore di Fantozzi, essendo tutta la famiglia un cliché fantozziano, è la figlia non voluta dell'Uomo e della Donna Selvatica. La Donna Selvatica è qui rinominata Babbiona, per assonanza con Babbuina e indole stolta.

Si racconta, e a raccontare è proprio l'Uomo Selvatico, il padre, che la Babbuina sia stata un errore.

L'Uomo Selvatico è talmente poco avvezzo all'affetto che pare aver ripetuto più volte questa affermazione di fronte alla figlia e altri testimoni occasionali.

A questa affermazione è seguita poi la dimostrazione pratica di non provare nulla per essa se non mero senso del dovere. Se solo fosse uscito in tempo. Se solo avesse saputo che i bambini non si concepiscono solamente se si hanno rapporti frequenti! Accidenti! All'Uomo e alla Donna Selvatici non piace dare nell'occhio, così decidono di fare quello che va fatto sperando che passi in fretta. 

La coppia selvatica si imbarca suo malgrado in questa impresa, piena di speranza che presto ne sarebbero usciti e se ne sarebbero dimenticati.

Purtroppo però, a rendere tutto più sgradevole, la creatura inaspettata è una femmina! L'Uomo Selvatico è misogino e maschilista e non riesce ad immaginarsi una dannazione peggiore: una compagna e pure una figlia femmina da addomesticare!

Spesso si chiede a cosa servano le femmine oltre all'accoppiamento e a pulire e cucinare, perché debbano essere così impegnative! Se solo si potessero chiudere nello sgabuzzino insieme alle scope e tirare fuori solo all'occorrente! Sono esseri deboli, incomprensibili, pieni di cazzate nella testa che non si capisce una mazza di cosa pensino veramente. Che senso ha la loro esistenza? 

Gli anni passano e la Babbuina non fa che confermare la visione distorta che ha il padre delle donne: si fa sempre male, non ha propriocezione, soffre di asma e allergie strane, non capisce niente a scuola e, ahimé, ha preso gli stessi infernali capelli della madre! 

Più la Babbuina cresce, più le aumentano i capelli. Ci vogliono ore al mattino perché lei e la madre siano pronte per uscire dal bagno e, alla Babbuina serve il certificato medico per non andare in piscina con la scuola. L'acqua è per le Babbions ciò che la kryptonite è per Superman. Ore di phon e discorsi alle 5 e mezza della mattina tutti i giorni svegliano e traumatizzano tutto il paese da anni e la notizia si è ormai sparsa in tutta la provincia. La scuola non ha fatto obiezioni quando la Babbuina ha presentato il certificato medico di non idoneità all'attività sportiva in acqua. Le ripercussioni sociali di un evento del genere sarebbero state gravissime.

Nessuno così ha mai visto le due creature selvatiche con il loro vero aspetto prima del phon e della piastra. In paese ci sono delle leggende in proposito. E' noto che alcuni parrucchieri hanno dovuto far rifare l'impianto elettrico dopo aver tentato di domare quelle criniere impossibili. Altrimenti chi le sentiva! Son sempre dietro a fare i numeri "servizio clienti" per lamentarsi di tutto.

Ad ogni modo, tutte quelle catture per rendere più adeguata la Babbuina, oltre a disturbare la quiete pubblica, hanno reso la ragazzina profondamente insicura. I suoi genitori la guardano sempre come se fosse un oggetto impresentabile, un po' come loro, tant'è che non si mostrano spesso in giro e non frequentano nessuno. 

La mancanza di amore, le correzioni e l'isolamento pian piano modellano una ragazzina priva di vitalità e passione, dallo sguardo vuoto e incapace di esprimersi.

Nessuno dei Selvatici sa come ci si relazioni tra esseri umani, tanto meno tra genitori e figli. Spesso sono inopportuni, aggressivi e cafoni. E si stupiscono se l'Altro reagisce con sdegno ai loro attacchi.

Ad ogni modo, crescendo, la Babbuina, da insicura remissiva, diventa estremamente aggressiva. In principio nell'aspetto: si maschera con trucco pesante, sopracciglia tatuate spesse e scure, vestiti neri e azzardati, piercing e tatuaggi. Successivamente, grazie alle giuste frequentazioni, con un atteggiamento da vera bulla. Si rigira ai genitori che, intimoriti, tra sceneggiate, urla e pianti, la assecondano in ogni suo capriccio, nella remota speranza che qualcuno se la porti via prima o poi: ormai ha vent'anni. Fatto sta che la ragazza è ad oggi una scheggia impazzita: pur appartenendo ad una famiglia economicamente stabile, in un paese dormitorio di campagna, sembra uscita dalla periferia più povera della metropoli più degradata del pianeta. Ha persino iniziato a parlare un dialetto non suo ma che esprime bene la sua rabbia profonda che ora è pura cattiveria che usa contro chiunque le capiti a tiro. 

I due genitori selvatici paiono ogni giorno più impotenti di fronte a tanta malvagità. L'unica cosa che fanno per sopravvivere è assecondarla e coalizzarsi con lei contro gli altri per evitare di subire le sue ire.

Solo che gli altri sono i poveri vicini e gli occasionali frequentatori.

L'idea poi che questa bestia possa riprodursi a sua volta fa orrore e pena: nessuno vuole assistere ad un altro esperimento fondato sulla deprivazione.

Decisamente i due selvatici hanno fallito il loro compito. Avrebbero dovuto stare più attenti ad accoppiarsi vista la non intenzione di riprodursi e l'impossibilità di mettersi in discussione a causa della grave ignoranza e totale inconsapevolezza.

Purtroppo però la storia è ancora in corso: ce la farà la Babbuina a cambiare o si trasformerà inesorabilmente in un Ossuto* o in un Dissennatore**?

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* Cit. da "Warm Bodies", film di Jonathan Levine

** Cit. dalla saga di "Harry Potter" di J. K. Rowling

[Questo racconto è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il prodotto della fantasia dell'autore oppure sono usati in chiave romanzesca. Ogni somiglianza con fatti o luoghi o persone esistenti o esistite è puramente casuale].

10 ottobre, 2020

LA MATRIOSKA

Io ho una matrioska.

Dentro dentro, ha un nucleo denso e compatto di sofferenza. Si è creato alla morte del padre e si è indurito col tempo. 

Questo nucleo è contenuto dentro ad una bambolina, i cui tratti dipinti del viso sono colati, deformandole i connotati. Si intravede una bocca spalancata in un atto disperato di prendere aria senza successo.

C'è una terza bambolina, sembra aver ripreso a respirare ma ha il viso tirato e gli occhi persi.

La quarta bambolina rappresenta una ragazza tormentata. Ha cambiato espressione: si notano dei piccoli occhi azzurri, duri e una bocca sottile. Solo per chi guarda bene ha un aspetto inquietante perché ambivalente. 

La quinta bambolina rappresenta una donna apparentemente sicura di sé e ostile. Il suo sguardo è dipinto con attenzione, l'aspetto curato a sembrare una persona dotata di stile. Tiene malamente in braccio un neonato, su di lei un accessorio decisamente stonato.

La sesta bambolina rappresenta una donna furiosa. Il neonato è adesso una bambina di pezza ricoperta di spilli. Il dolore espresso dalla bambina è terribile e assomiglia a quello della seconda bambolina.

La settima bambolina rappresenta una strega brutta e volgare. Ha perso la sua bambina ma le dà la caccia in continuazione.

L'ottava bambolina è quella che contiene tutte le altre: rappresenta una donna perduta che si crede onnipotente. Sostenuta da perversa intelligenza, inganna ingenui e conoscenti e tiene tutti legati. Nella stretta, i parenti sanguinano, la figlia è quasi morta. Il suo unico scopo nella vita è nutrirsi degli altri attraverso ricatti e tormenti. E ci riesce bene. Incredibile quanto sia difficile liberarsi dal male.

Per legge, le matrioske non si possono scambiare, regalare, bruciare o buttare. Ognuno ha la sua e se la tiene, con tutto il suo carico di male o di bene. 

C'è una tassa da pagare sulla propria matrioska in termini di infelicità. Più male contiene, più, chi la possiede, soffre. 

Si può non considerarla. Per quanto difficile, dal momento che non sta mai zitta e che, solo perché sei al mondo, necessariamente passi per i suoi ricatti.

Speriamo che cambino le leggi o che si trovi un cassetto blindato e insonorizzato in cui archiviarla.
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05 ottobre, 2020

UOMINI D'ALTRI TEMPI OFFRESI

Esistono ancora oggi, in Italia, uomini d'altri tempi. Non lo dico con nostalgia. Ma con disgusto. Questi uomini d'altri tempi poi, hanno dei figli. Quindi gli altri tempi diventano quanto mai attuali.

Capita infatti di sentire ancora oggi uomini accampare teorie per giustificare certe cattive abitudini, apprese involontariamente nella propria famiglia e non per originalità! Insomma, niente di nuovo sul fronte occidentale!

Riconoscere le proprie cattive abitudini significherebbe finire col mettere il naso nelle sporche questioni di famiglia che certi genitori hanno fatto ben capire di non gradire che si approfondisca.

Così, tendenzialmente, la prima generazione coinvolta, quella dei figli, imposta la propria vita sull'omertà, sulla negazione della necessità di approfondire, sulla giustificazione delle proprie cattive abitudini, accampando fantasiose teorie generali a sostegno di una verità purtroppo miserabile e soggettiva e allontanando tutto ciò che li avvicini alla verità. L'amore in primo luogo.

Se poi sei un figlio maschio etero, nel pacchetto ricevi non pochi privilegi, benefit e licenze. E tanto basta alle generazioni di uomini d'altri tempi per comprarsi l'obbedienza, la coazione a ripetere e il silenzio dei figli.

E' più facile e conveniente addomesticare o allontanare l'ultimo arrivato nella propria vita che approfondire un discorso vecchio e schifoso e pieno di insidie.

I figli maschi etero tendenzialmente riescono piuttosto bene nell'insabbiamento. Comprensibile, con quei benefit, la tentazione è grande! Se per sbaglio si accorgono delle incongruenze, ecco la fatica di mantenere l'equilibrio tra la verità che cerca di venire a galla e la menzogna che vuole soffocarla! Immediatamente saranno costretti dalla propria vigliaccheria e pigrizia a trovare un colpevole esterno al circo da cui provengono ma, tutto è bene quel che finisce bene, ogni cosa tornerà ad incastrarsi meglio di prima. L'amore infatti al giorno d'oggi è usa e getta: si sfrutta l'innamoramento e poi si butta. C'è chi lo fa per un intenso decennio, con solo qualche ricaduta, chi per tutta la vita.

Benvenuti al circo degli equilibrismi!

Se le cattive abitudini familiari sono ben radicate, inscritte in una famiglia tutto sommato gratificante con i figli, mediamente inconsapevole, che va avanti senza farsi troppe domande, difficilmente il figlio riuscirà a liberarsene. Vale certamente di più il modello interiorizzato fin da piccolo. Più verosimilmente adotterà le teorie più semplici e immediate che in qualche modo gli permettono velocemente di tornare ad illudersi di essere nel giusto e poter continuare a non vedere.

Il sistema poi cresce maschi con i benefit e femmine insicure. Così dura più a lungo e diventa difficile modificarlo. Se i maschi fanno squadra, più facilmente le donne si troveranno a dover accondiscendere. Un sistema collaudato da millenni di vita evoluta.

Per la rivoluzione ci vogliono dei prerequisiti. La rivoluzione di solito non è improvvisa, non la fa una generazione da sola, certamente non quella che è stata formata direttamente dagli uomini d'altri tempi, ma più probabilmente quella successiva, dopo una serie di passaggi. Altrimenti il distacco è troppo netto per essere sopportato e gestito al meglio, per consentire di non esporre troppo la propria vita alla violenza delle intemperie. 

Ad ogni modo, sono qui a denunciare la preoccupante presenza di uomini italiani eterosessuali che considerano la donna un oggetto, un servizio, colei che si smazza ciò che molto semplicemente un uomo non ha piacere di fare e che si presta alle richieste sessuali di suddetto compagno senza avanzarne di proprie (per carità, non sta bene, il maschio poi si deprime).

La fantasia più diffusa tra i maschi è ancora quella che la donna si immoli compiacente e remissiva e crei l'allucinazione di una donna un po' madre e un po' troia. Testimonianza del mancato superamento della fase edipica. Come impostare l'intera esistenza su un bisogno primario insoddisfatto. Cazzo, ma è una epidemia!!! 

Questi uomini poi non sopportano che una donna dica loro di accettare di frequentarsi per convenienza: uno scambio alla pari di favori, di sostegno reciproco e aiuto li ferisce nell'orgoglio di maschio etero! Loro desiderano una femmina che sbrighi le faccende quotidiane che non hanno voglia di fare, come segno di cura (materna), e che lo facciano senza lamentarsi e magari si facciano anche sbattere per bene o, nel caso fosse lui a non garantire la prestazione, ad offrire una presenza lusinghiera, perché poi in realtà non vogliono davvero una madre, vogliono mantenere l'illusione di essere uomini e non bambini. E se le donne non accondiscendono, tanto meglio, possono sempre avvalersi dell'altro benefit, quello di condividere con altri uomini dello stesso spessore commenti o fantasie di prepotenza sulla figa di passaggio, sentendosi legittimati in qualunque momento a mettere direttamente in pratica suddette fantasie, colpevolizzando la malcapitata di turno. Magari giovane o manipolabile. 

Tutto ciò deve far sentire potenti. Ribellarsi farebbe perdere non pochi privilegi, anche se apparenti.

Propongo uno scambio, visti i problemi a far tornare i conti: un barcone di questi uomini nostrani in cambio di uno di donne immigrate. Grazie.

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05 giugno, 2020

KILL BILL


Certe relazioni meriterebbero un finale, simbolico ovviamente, come questo! Rapporti malati che originano da un disequilibrio, uno sbilanciamento dei poteri; rapporti verticali, dunque, dove i ruoli sono rigidi e ben definiti: manipolatore/padrone/oppressore/carnefice/sadico e manipolato/schiavo/oppresso/vittima/masochista. Entrambe personalità dipendenti, pilotate da bisogni primari insoddisfatti e inconsci.

Kill Bill rappresenta per me un percorso simbolico di liberazione dalla condizione di dipendenza di uno dei due protagonisti (Beatrix Kiddo), mentre l'altro (Bill appunto) cerca di mantenere la posizione di dominio, prima utilizzando la manipolazione, il ricatto morale, poi, attraverso la violenza.

Tutto il film simboleggia una condizione esistenziale tipica dell'uomo: una relazione  fondata sulle debolezze, messa in crisi da un evento significativo al punto da generare una sana evoluzione in uno dei due partner e una feroce rabbia proiettiva nell'altro. Kill Bill racconta anche della difficoltà e della fatica necessarie ad una reale e profonda "liberazione" da legami perversi.

Chiunque abbia vissuto un percorso di crescita, per quanto inserito in una realtà meno traumatica, può riconoscersi nella protagonista.

Il processo di liberazione può essere anche molto doloroso sul momento ma genera un cambiamento positivo irreversibile.

E' dunque auspicabile riconoscere e affrontare il proprio "Bill" interiorizzato, qualunque aspetto abbia. "Ucciderlo" simbolicamente, con la consapevolezza del proprio valore e della propria forza emotiva, con l'uscita dalla dipendenza. 

A questo scopo esiste il desiderio di cambiare, innanzitutto, il muoversi alla ricerca, e la psicoterapia, poi, per orientarci e strutturarci, imparando così a camminare nella giusta direzione. Per sistemare i "Bill" reali che ci perseguitano, invece, esistono prima di tutto la fuga appena possibile, l'attivazione di adeguate strategie di autoconservazione e la ricerca di aiuto. Uccidere, nella realtà, persino quando siamo perseguitati, tormentati, gravemente torturati e minacciati, creerebbe successivi ulteriori problemi di coscienza, etica e morale oltre che di libertà personale. Le molestie morali sono difficilmente dimostrabili. E questo i persecutori lo sanno bene. Dobbiamo quindi fare i conti con il principio di Realtà, il nostro Super-Io e le regole della nostra società, anche quando sono poco efficaci o addirittura insufficienti. La vita va protetta, difesa e continuamente garantita da noi stessi, innanzitutto attraverso la consapevolezza, il più efficace garante del rispetto dei propri diritti. 

A questo ho pensato vedendo Kill Bill… E di tutti i "Bill" incontrati nella mia vita, dedico questo pensiero e questo film a M.P.: hai detto bene quando, realizzato che avevi perso il tuo giochino, ti sei definito un mostro. Una consapevolezza durata un nano secondo, immagino, ma ormai non più un mio problema. Quanto ti somiglia, fisicamente, David Carradine e, psicologicamente, il personaggio che interpreta in Kill Bill! Stessa spietatezza, fino all'ultimo! Hai persino tentato la mia distruzione finale ma io, come Beatrix, durante il mio addestramento, evidentemente avevo imparato la tecnica di esplosione del cuore con cinque colpi delle dita e l'ho usata, mio malgrado, per difendermi. Perché per me sei morto. Il nostro duello finale assomiglia molto al loro anche se giocato tutto con le parole, parole affilate come lame.
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19 giugno, 2019

VELOCE COME IL VENTO


Vacca boia... sta psico del cazzo alla fine mi ha fatto crescere delle radici e la fiammella vitale! Avevo raggiunto la vitalità di un tossicodipendente, ormai ero finita. Non credevo più a nulla, non mi fidavo più di nessuno, non avevo più nessun desiderio. Solo stanchezza. Poi, sostenuta dall'affetto, giorno dopo giorno, casino dopo casino, provando e riprovando, qualcosa si è riacceso e sono ripartita. Una fatica. Quanto è andato sprecato. Come avere una macchina da corsa e farci la spesa. Dopo un po' si ingolfa, si ferma e non vuole più ripartire.

Ogni tanto riguardo 'Veloce come il vento' e sono proprio come Accorsi quando pensa di venir mollato dalla sorella e comincia a predicare che non ci si può fidare e poi lei invece gli si affida e lui si emoziona, ha una possibilità e poi un'altra ancora, fanno un casino dopo l'altro finché non imparano ad essere una famiglia. E l'umorismo salva. Aiuta a sdrammatizzare questa cazzo di fottuta vita di merda. Così chiama Allegria il fratellino triste e lo fa sorridere andando contro tutte le regole. Ma si fa male. Si fanno tutti male. Eppure ce la fanno. E non c'è altro modo per quelli come noi. Provando e riprovando e facendo e facendosi male. Alla fine poi forse ce la facciamo. Bisogna non aver paura di soffrire. E lui è un eroe. Un testimone per i suoi fratelli dopo che è morto il padre. E la sua vita è valsa la pena. Così, scombinato com'era.


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04 ottobre, 2018

CORAGGIO!

Da piccola ricordo di aver desiderato disperatamente per qualche tempo la bacchetta magica per poter fare tutte le magie che mi pareva. Un breve delirio stimolato dai cartoni animati e forse dall'inconscio che chiedeva i rinforzi. 

Fatto i conti col principio di realtà, me ne sono fatta una ragione di non poterla avere ed ho poi capito in seguito di essere stata comunque molto magica nella mia infanzia: sapevo vedere la bellezza intorno a me, avevo una fantasia, una vitalità e una gioia traboccanti e con esse ricoprivo ogni cosa. 

[La realtà 'nuda e cruda' come alcuni pensano di vederla, non so neppure se esista davvero o se sia pure quella una magia, ma di altra natura. Non a caso, ognuno vede le cose a modo proprio e le stesse 'tragedie' determinano vissuti e conseguenze molto diversi tra loro]. 

Purtroppo nella mia famiglia c'è stata una grande richiesta della mia magia che deve essere stata vista come una piccola miniera di tesori (gioia, vitalità, bellezza, nuovo inizio, nuova vita, crescita, appunto!) e che hanno sfruttato però senza criterio, esaurendola in fretta. 

Un dono inaspettato. Una riserva di vita inaspettata: accolta con sorpresa in mezzo ai sopravvissuti, sono stata depredata, svuotata e accantonata. Qualcuno mi ha pure rinfacciato di non risplendere più molto, di essere diventata opaca, dopo tutto l'investimento affettivo che avevo ricevuto. Che ingrata!

A lungo ho arginato il panico furibondo di mia madre, placandola; e non sono raggelata di fronte alla fredda razionalità di mio nonno, addolcendola. Ma ogni dinamica, ogni problema familiare ha continuato a riproporsi, sempre, fino alla fine, senza soluzione. Ho così interiorizzato di non essere abbastanza. Per molto tempo ho mantenuto un magico equilibrio per me stessa e per gli altri intorno ricevendo indietro solo disprezzo. 

Fatto sta che riconosco di essere stata magica, un tempo, perché ad oggi le magie non mi riescono più tanto bene e le sbaglio spesso. Vedo 'male' dove non ce n'è neppure molto e 'bene' ormai raramente. Come avessi consumato precocemente un potere senza riuscire a rinnovarlo opportunamente. 

Sono stata costretta così a lungo a sopportare 'per amore' cose che mi facevano male che ad un certo punto ho smesso di lottare, sono fuggita e mi sono nascosta. 

Adesso vivo come una rifugiata. Come mia nonna che, dopo essere sopravvissuta alla guerra, alla fame, alla morte e alla disperazione, ha vissuto il resto della vita in una calma placida e apparente, rinunciando a sé stessa pur di non iniziare, 'disarmata', nuove battaglie. In un certo senso ha continuato a lottare, come poteva, certo: ora per i diritti dei lavoratori, ora per quelli delle donne magari, ma non per sé stessa, visto che aveva creduto di non valerne la pena, rifiutando lavori di maggiore responsabilità e prestigio e lavorando sia fuori che a casa come da una donna ancora ci si aspettava. 

Certe battaglie si fa prima a combatterle per gli altri che per sé stessi, soprattutto quando ci hanno fatto credere di essere delle schifose, maledette e tremende quando invece siamo preziose, intelligenti e molto coraggiose.

Si arriva ad un punto che il desiderio di tregua supera qualunque altra ambizione e, una volta ottenuta, percependo lo svuotamento interiore, si rischia di non sapere più come e da cosa ripartire.

Il coraggio nella mia famiglia si è spesso consumato troppo in fretta e il resto della vita si è finito poi per passarla alla finestra...

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07 settembre, 2018

UN RACCONTO PER AMICO

Forse non tutti sanno o si ricordano che ciò che non passa per la propria esperienza difficilmente possiamo capirlo profondamente. Possiamo riuscire a vedere che un altro sta male, magari credergli pure ma non sapremo mai quanto forte sia il suo dolore. Poi c'è anche chi non se lo immagina neppure, chi non riesce proprio a credere a quel dolore e pensa che l'altro la racconti per commiserarsi. 

11 maggio, 2018

IL LETTO

Oggi ho cambiato le lenzuola: finalmente l'ho fatto di mattina, ho fatto prendere aria al materasso una mezz'ora e messo subito dopo la biancheria pulita, di cui ho azzeccato l'orientamento al primo colpo. 

06 aprile, 2018

L'ENNESIMO SPAVENTO

C'è chi invecchiando rimane fedele a sé stesso, al proprio aspetto, solo cede un po' o si indurisce, fa le pieghe e s'ingrigisce...

E poi c'è chi, come me, invecchiando sembra come buttar fuori sua madre e sua nonna dalle pieghe della pelle.

Quelle due paion proprio emergere da dentro di me e deformarmi a loro immagine!

Sarà forse l'ultima prova prima del distacco definitivo? 

Sì, una tremenda prova del nove: riuscire a sopportare, senza impazzire, l'allucinazione della vecchia generazione proiettata nello specchio ad ogni mio passaggio.

Dopo di che niente di loro potrà più spaventarmi davvero. Perché è solo apparenza, non c'è sostanza.

Sopravvissuta alla loro rabbia proiettiva, alla loro incapacità affettiva, alle persecuzioni, alle umiliazioni, ai tormenti, ai dispiaceri; presa la distanza dai loro comportamenti, dalle loro aspettative, consapevole di essere altro da loro, ne ho neutralizzato l'influenza, sono in grado di riconoscere i loro pensieri dai miei e di scartarli prima di agire. Potrà mica spaventarmi una vaga somiglianza...

Devo solo ricordarmi che il processo è irreversibile, che non si può tornare indietro nella consapevolezza, nel profondo cambiamento, neppure dopo l'ennesimo spavento.

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17 marzo, 2018

ESSERE BAMBINI

Fare il bambino è proprio uno sporco lavoro. 

Non parli o ti esprimi che gli adulti da cui dipendi non capiscono niente, vanno in crisi, si mettono a leggere come matti manuali, si imbarazzano, non sanno a chi chiedere, vorrebbero essere adottati dalle maestre dell'asilo, avere una consulenza h24 perché l'insicurezza è tale che non sanno come fare neppure dopo molte letture; poveretti, nella corsa all'affermazione, all'emancipazione, alla sopravvivenza psichica, durante la fuga dai propri bisogni profondi e dalla consapevolezza...hanno rimosso sentimenti ed emozioni e non frequentando bambini dai tempi dell'asilo, oggi, un po' li temono pure...

Prendiamoci cinque minuti per pensare a come deve essere la vita di un bambino per umanizzarlo e renderlo più comprensibile e meno spaventoso.

Da piccoli le emozioni sono un grumo indistinto che esce fuori tutto insieme, violento e angosciante. Non ci si capisce niente, in certi momenti, ti senti solo disintegrare improvvisamente. E se stai in quella condizione di disagio diffuso, generalizzato e insopportabile, di rabbia, mista a tristezza, mista ad angoscia di perdere l'amore e a paura di scoppiare...è urgente trovare qualcuno in grado di capire, altrimenti ti senti solo di una solitudine davvero orribile e rischi la dissociazione. 

Se in quei momenti ti trovi di fronte allo sgomento, al panico e alla rabbia furibonda di tua madre e tuo padre che vanno in risonanza, reciprocano o non sanno che fare...pensi che quella sia la fine e ogni cosa si complica, si aggroviglia: ridi magari perché piangere è anche peggio ma così sembri un caso patologico e li allontani; tiri pugni perché vuoi un abbraccio ma quello non arriva mai al momento giusto, se non per acchiapparti e sculacciarti; corri per non farti prendere o per farti prendere in un ultimo disperato tentativo di attirare l'attenzione di cui hai tanto bisogno, ma hai fatto talmente tanto casino a quel punto che ti arrivano solo urli, isterie, rabbie e altri 'sculaccioni'.

Inoltre per fare ordine bisogna prima fare disordine: buttare fuori e sperare che qualcuno là fuori ci capisca qualcosa, elabori, interpreti, restituisca tradotto, possibilmente attenuato e ci aiuti a mettere finalmente un po' a posto...

Ma là fuori ci guardano come fossimo alieni...dov'è il libretto di istruzioni di questo piccolo demonio...nessuno li aveva preparati, se poi lo avessero saputo...

Da piccolo la vita è un casino: per vivere e crescere dipendi, hai bisogno di fusione ma anche di sperimentare momenti di indipendenza, di diffusione, in una giusta alternanza e proporzione; e devi testare continuamente quel contenitore fatto di mani e braccia e amore che sono mamma e papà sperando che siano abbastanza forti, che non si disintegrino davanti ai tuoi occhi, che continuino a volerti bene qualunque sia la tua emozione; sperando di essere rassicurato, tenuto e di non essere ferito durante queste prove...

Tra i 12-18 mesi circa, come strategia per 'diffonderti', cominci pure a prendere a morsi, calci e tirate di capelli i tuoi genitori e chi ne fa le veci...e volevi solo far capire che hai capito che sei qualcosa di diverso da loro, proprio come loro sperano tu capisca presto se no si esauriscono...ma anche stavolta sei maldestro e quelli di là, con sempre meno capelli, insonni e i nervi a fior di pelle...chissà come la prendono. 'Lo fa apposta', 'Guarda che occhi che fa', 'E' terribile'...se solo avessero visto che fanno tutti così, che è solo un transitorio passaggio obbligato, che è difficile tanto per i genitori quanto per i bambini... 

Ma spesso si fan figli senza nessuna preparazione e con scarsa consapevolezza di sé e di quale sia la propria responsabilità di genitore. Come prendersi un cane senza sapere come educarlo, per finire poi a dargli dei calci o ad abbandonarlo. Più o meno, a livello emotivo, si può far lo stesso con un bambino: si tollerano i suoi eccessi senza saper cosa fare, a lungo, poi si scoppia e li si investe di rabbia. 

Ma il bambino era stato autorizzato proprio dagli adulti, dai propri genitori -inconsapevoli- a chiedere ancora e ancora, nel momento in cui lui cercava il limite come doveva e non lo trovava. 

Ad un certo punto però lo trova, certo, perché subentra il limite emotivo dell'adulto che determina un brusco cambio di registro e di tendenza. 

L'adulto dà il limite alzando bandiera bianca, sfinito, furibondo, arreso, non di fronte all'ingratitudine e all'ingordigia del figlio -come crede- ma alla propria inadeguatezza al ruolo di genitore e solo dopo aver lanciato un missile terra aria travestito da rimprovero: sei sbagliato, non ti sopporto, perdi il mio amore, mentre magari gli chiede tuo fratello com'è che è così diverso da te? 

Che poi, il risultato di tutti quegli esercizi vanno a formare le basi del nostro copione e le strategie di adulti con cui entrare e rimanere in relazione...Capito di che cosa è l'inizio? E poi ci si chiede come mai ci siano così tante difficoltà di comunicazione tra le persone...

Capito che casino essere bambini? Non c'è volontà malefica in loro, solo un grandissimo bisogno di essere amati, rassicurati e affettivamente contenuti. 

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10 ottobre, 2017

M COME MOLESTIE MORALI*

M. si mostrava sempre disponibile, accogliente, affidabile e stimolante e questo gli ha permesso di creare il suo personaggio e una certa confusione in me già insicura.

M. mi definiva border-bipolare e così mi presentava agli altri. Mi arrabbiai per questo ma lui mi convinse che fosse giusto. Avevo interiorizzato così bene le contraddizioni dell'amore perverso materno che evidentemente faticavo a riconoscerlo negli altri e a difendermene. Il clima di dubbio circa la mia sanità mentale si insinuò in me e in chi ci frequentava. 

Qualsiasi nostro confronto era stroncato da lui in partenza.

Dopo anni, esasperata, smisi di assecondare le sue perversioni sessuali chiedendo che venissero rispettati i miei limiti come io avevo accolto le sue fantasie senza giudizi e, non ascoltata, alla fine smisi di andarci a letto. Fui insultata e accusata di non sapermi lasciare andare perché non volevo scopare con altre donne o farmi frustare tutte le volte legata e appesa ad un chiodo del soffitto.

Tradirlo prima di lasciarlo fece sì che ancora una volta lui apparisse come una vittima e io quella fuori controllo. Disse agli amici più stretti che mi sperava felice mentre mi scriveva mail terrificanti in un ultimo tentativo di distruggermi.

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*Molestie Morali di Marie-France Hirigoyen (psichiatra, psicanalista, psicoterapeuta familiare. Esperta in vittimologia, disciplina per la quale in Francia è stata istituita una cattedra universitaria, ha svolto numerose ricerche sulla molestia morale e partecipa a stage di formazione presso aziende pubbliche e private).

03 ottobre, 2017

IL CORPO DELLE DONNE

Un documentario di Lorella Zanardo che mostra qualcosa che è davanti ai nostri occhi e che forse, troppo spesso, passa inosservato. 


Questo documentario aiuterà nel confronto con donne e uomini che -inconsapevolmente- aderiscono a quello stereotipo femminile e maschile e dai quali si finisce frequentemente per essere etichettate -quando va bene- come noiose, paranoiche, prive di senso dell'umorismo. Uno strumento in più che, meglio delle semplici parole, così facilmente contestabili, può far riflettere. Grazie.


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