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29 luglio, 2024

IN UN MARE DI SENSI DI COLPA

Quando arrivo da lei, dopo anni di distanza e di silenzio, ha la bocca spalancata per cercare di respirare, gli occhi aperti, velati e non può più muoversi. 

Le sue compagne di camera mi dicono che prima che arrivassi io respirava appena mentre adesso ha un respiro forte e vigoroso. Quindi è qui, mi ha aspettata. Qualcuno -scopro poi- le ha detto che stavo arrivando. 

Oh mamma. 

Le parlo piano e la accarezzo, come quando ero bambina e mi chiedeva di farle i grattini. Dal respiro e un lieve movimento della bocca, intuisco che mi sente e che le piace. Le dico che le voglio bene. Ti voglio bene mamma. Hai fatto tutto quello che potevi, lo so. Si emoziona anche se è immobile. Si sente dal respiro. Mi parla col respiro. 

Vorrei condividere fino in fondo questa intimità ma le mie ferite mi fanno dubitare, mi confondo e penso che sapresti criticare anche in questa situazione. Siamo poi in una stanza con altre persone e i neon accesi. Mi distraggo, perdo il contatto. Ma resto con te, così, come posso.

Poi, il suo respiro si calma, rallenta e si pacifica. La pace, stavolta senza compromessi.

Rovino questo momento avvisando gli infermieri. Ci vuole molto perché il cuore si fermi del tutto. Ma io non lo sapevo. Spero che non fossi più lì quando ti hanno controllato.

Scusami per non averti creduta, per non essermi fidata. Non ce l'ho fatta neanche questa volta. Non ce l'ho fatta più da 12 anni a questa parte.

Mi dispiace mamma per tutto quello che hai sofferto nella vita. Io ho sofferto con te, ho sentito tutto sulla mia pelle. Spero di aver alleviato un po' del tuo dolore con la mia vita. Con il mio amore di bambina certamente ti ho nutrita. Da adulta mi sono allontanata, altrimenti sarei morta. Hai impresso sulla mia pelle e nel mio stomaco quello che ti hanno fatto. Porto sul mio corpo i segni del male che ti hanno fatto e che tu hai fatto a me. Sono diventata il tuo testimone, in un certo senso. Ma non so quanto ti sia servito. Di certo non ti ho salvato. E per questo sto malissimo.

Mentre soffrivo a causa tua, scoprivo la tua sofferenza, la tua paura, la tua solitudine. Sentivo ma non potevo fare nulla. Assistere impotente alla tua agonia ha generato in me sensi di colpa. 

Non riesco ancora a perdonarmi. Talvolta annaspo in un mare di sensi di colpa.

Nei giorni seguenti ho pianto così tanto che pensavo di disintegrarmi. Ci sono persone che sono venute a rimproverarmi, a biasimarmi. Eppure solo noi sappiamo cosa abbiamo passato io e te. Nessun altro. 

La verità non andrà perduta. Ci sono io a ricordarla. E oltre a me altri testimoni competenti. Non siamo più sole in quella prigione di solitudine. Adesso nessuno mi può più ingannare o confondere. Ho fatto ordine.

Desidero andare avanti con la mia vita. E, se proprio non posso evitarli, almeno vorrei riuscire a nuotare con stile nel mio mare di sensi di colpa.

Ti voglio bene mamma. 

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17 giugno, 2024

SPARGERE LE CENERI

Di nuovo qui. Dopo aver sparso legalmente le ceneri di mia madre insieme ad altre persone estranee su un battello che doveva sbrigare questa noia il prima possibile. 

Siamo partiti a busso, veloci come il vento e tra gli spruzzi. Forse volevano aiutarci a mimetizzare le lacrime e distrarci gli uni dagli altri nello sforzo di mantenerci seduti ognuno al proprio posto, anziché ammassati gli uni sopra agli altri a causa dell'inerzia dei nostri corpi. 

Abbiamo buttato le ceneri in fila, le une sopra le altre -mia madre avrebbe avuto da ridire- ma c'era corrente e forse si sono schivati. 

Però c'era anche vento e mia madre si è parzialmente spiaccicata sulla poppa della barca. Forse era l'unica lì sopra e da lì c'era una vista magnifica verso la sua spiaggia preferita. 

Poi si è tuffata e ha nuotato con mia nonna che in realtà era un delfino prima di diventare mia nonna e quindi anche mia madre era un delfino e ora nuotano e si tuffano felicemente nel loro mare preferito. 

Io spero di non venire mai sparsa là perché dev'esserci stato un equivoco al momento della scelta, non sono un delfino e potrei litigare con tutto l'aldilà per l'eternità.

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10 marzo, 2021

IL SALTO DI SPECIE

[Leggi prima: L'Uomo Selvatico]

Alcuni scienziati hanno sollevato il dubbio se l'Uomo, la Donna e la Figlia Selvatici possano effettivamente dirsi di appartenere alla specie dell'Homo Sapiens. 

Per la scienza attuale, non ci sono dubbi: le altre specie di Homo si sono estinte. Dunque appare impensabile che la Famiglia Selvatica possa appartenere a qualche ramo morto dell'evoluzione.

Si è però recentemente edotta l'umanità intera (tranne che per alcuni gruppi particolarmente resistenti alla conoscenza) della possibilità del salto di specie a proposito dei virus.

Si sa che gli scienziati non devono escludere nessuna possibilità, neppure la più remota, se vogliono riuscire a scoprire le Leggi della Natura. Perciò, da qualche tempo a questa parte, è stato avviato uno studio sulla possibilità di un salto da una specie di Homo ad un'altra, conservatasi tramite qualche sconosciuta funzione del DNA.

Vero è che l'Uomo Selvatico è solo una leggenda ma si sa che al fondo di ogni storia c'è sempre della verità. Così, dalla curiosità di alcuni scienziati e di altri professionisti, che si ritengono a buon titolo vicini di casa dell'Uomo Selvatico, è nato un progetto, inizialmente su base volontaria e autofinanziato, adesso finanziato dall'UE, per raccogliere quanti più dati a sostegno della tesi: Il salto di specie è possibile anche per l'Uomo? E, se sì, esistono più varianti in grado di fare salti differenti?

Pare che l'Uomo Selvatico possa effettivamente essere considerato una mutazione dell'Homo Sapiens in altre specie di Homo che si credevano estinte, perché in passato non avevano le condizioni per prosperare, mentre adesso, grazie alla adeguata trasformazione ambientale e sociale, sarebbero perfettamente a loro agio, decisamente più a loro agio di quanto non possa sentirsi un Sapiens, con tanto di degna rappresentanza politica.

L'indice RT per questa epidemia è elevatissimo.

Si è osservato in tutti gli esseri umani esposti alla vicinanza o convivenza con l'Uomo Selvatico, una rapida degenerazione che conduce in brevissimo tempo o alla morte o ad una orrenda mutazione.

Tutti gli esseri umani costretti a relazionarsi con l'Uomo Selvatico presentano sintomi preoccupanti per gli scienziati e che esitano in maniera molto differente a seconda del carattere del soggetto colpito dalla disgrazia. In tutti i casi, i contagiati assistono impotenti ad una esasperazione dei propri tratti caratteriali più marcati: i sensibili divengono ipersensibili e spesso muoiono. Gli indifferenti divengono sociopatici e spesso uccidono gli altri.

Si è visto che le vittime maggiori sono le persone sensibili. Negli ultimi anni sono aumentate esponenzialmente le richieste di aiuto psicologico di persone provenienti dalla zona dove è presente l'Uomo Selvatico; sono aumentati i ricoveri e le morti di giovani donne e uomini, persone emotive, intelligenti, spiccatamente sensibili. Questi soggetti fragili, di fronte ad una tale esposizione tossica, generalmente si lasciano morire, dopo atroci sofferenze emotive. Mentre, al contrario, nelle persone già predisposte all'egoismo, all'odio, all'indifferenza, all'alessitimia, la personalità muta ma sopravvive inasprendo i suddetti tratti, disumanizzando l'individuo, rendendolo totalmente anaffettivo, insensibile, indifferente, privo di empatia, di sentimenti, di passioni. Questi mutanti si nutrono di tutti gli altri. E' il caso dell'Uomo Selvatico.

Si sospetta che all'origine l'Uomo Selvatico sia venuto al mondo come un normale Sapiens ma che, a forza di deprivazioni, abbia fatto il salto di specie, mutando in Homo Ergaster, ritenuto erroneamente estinto. Comunemente, l'Homo Ergaster viene chiamato, in modo improprio, "L'Ergastolano", per quanto le sue caratteristiche specifiche siano certamente presenti in molti ergastolani.

L'Homo Ergaster era un uomo che già due milioni di anni fa aveva comportamenti socialmente ripugnanti e per questo era stato annichilito dalle specie più evolute, ancora numericamente superiori e capaci di coalizzarsi contro le minacce.

Questo ominide pareva essersi realmente estinto. Invece deve essere stato come riassorbito in forma di nucleotide nel DNA che, una volta presentatesi le condizioni favorevoli, ha provocato una trasformazione sostanziale nell'individuo ospitante.

L'Uomo Selvatico si è letteralmente trasformato in un ominide vissuto due milioni di anni fa e così hanno fatto pure coloro che, già ugualmente predisposti geneticamente, sono stati esposti alla sua influenza.

Molti individui, prima del salto di specie, necessitano di una fase intermedia durante la quale avviene una prima mutazione preparatoria al salto, partendo da certi tratti caratteriali sviluppati grazie ad un ambiente favorevole. E solo dopo compiono il vero e proprio salto di specie, mutando l'ospite in modo irreversibile, nell'Homo Ergaster.

Le condizioni ambientali favorevoli per questo salto di specie sono: l'avidità, l'egocentrismo, la diffidenza, l'indifferenza, l'anaffettività, l'alessitimia... elementi tutti eccessivamente presenti nella nostra società moderna.

Ecco dunque spiegato il fenomeno dell'Uomo Selvatico: non più leggenda ma caso umano diffusissimo.

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------[Questo racconto è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il prodotto della fantasia dell'autore oppure sono usati in chiave romanzesca. Ogni somiglianza con fatti o luoghi o persone esistenti o esistite è puramente casuale].

02 marzo, 2021

Il PIANETA RIMOSSO

Durante il suo viaggio nell'Universo, il Piccolo Principe* giunse sul pianeta dell'Ignorante che Puzza. Fu una esperienza tanto terribile che la rimosse.

L'Ignorante che Puzza si crede il padrone del pianeta e tratta gli altri abitanti come degli invasori. Soprattutto le donne che considera... com'era quella parolaccia che usano certi adulti per umiliarne altri? Avete capito. Terribile. Diceva continuamente "Quella t... di qua, quella t... di là".

L'Ignoranza di per sé non sarebbe nulla di grave. Ma la sua è una ignoranza ottusa, ostinata e complicata dalla cattiveria.

L'Ignorante che Puzza avrebbe potuto semplicemente essere un ignorante con la i minuscola, nel senso stretto di persona priva di istruzione. Ciò non gli avrebbe impedito di essere ricco di qualità, doni e competenze umane, di sensibilità, di fiducia e altruismo. Avrebbe potuto essere una persona curiosa e interessante e con una parte di potenziale inespresso ma pronto a manifestarsi non appena gli si fosse presentata l'occasione. Il Piccolo Principe scoprì presto a proprie spese che la mancanza di istruzione non è nulla di fronte alla condizione assai peggiore e di difficile evoluzione che è l'analfabetismo emotivo.

Si sa, la prima alfabetizzazione emotiva avviene in famiglia. Poi ne dovrebbe seguire almeno una seconda, di rinforzo, a scuola. Ma, per riceverla, intanto bisogna andarci, a scuola. E comunque, non sempre la scuola riesce a colmare certe lacune abissali.

Evidentemente all'Ignorante che Puzza non è arrivato sufficiente nutrimento in questo senso e, a causa della sua successiva condotta di vita, priva degli adeguati stimoli a crescere e cambiare, è avvenuta in lui una potatura mortifera e totale di tutte quelle connessioni necessarie ad una corretta evoluzione. Per questo, l'Ignorante qui ha la I maiuscola. Ignora in senso assoluto. E puzza.

Lo studio, la lettura, lo sport, la condivisione con altri di interessi e attività arricchiscono e aprono la mente. Ma certamente l'Ignorante che Puzza deve aver creduto di essere nato già fatto e finito e di doversi arricchire solo economicamente. Perché, mai e poi mai, in tutta la sua misera esistenza, gli è venuto il dubbio di aver qualcosa da imparare dagli altri, per lui una manica di inutili sciocchi da deridere in tutto e per tutto. Nutre infatti profonda convinzione di essersi fatto da solo e di potersi affinare al bar per quel poco che gli manca, osservando certi suoi simili ICP comunque sempre criticatissimi, al massimo per acquisire uno o due trucchetti triviali, necessari alla sua meschina esistenza. Certamente deve aver creduto che fosse possibile vivere in quell'unico modo lì e che i rapporti umani fossero riconducibili a semplici stereotipi di convenienza. Una potente e pericolosa semplificazione.

Sembra che, nella sua famiglia, ognuno reciti una parte assegnata da un copione collaudato da millenni. Entrambi privi di passioni vere e proprie, l'uomo fa, senza porsi domande, si accoppia, figlia suo malgrado, garantisce la sopravvivenza alla prole come capita ma con autorità, mentre la donna cura l'apparenza, si occupa della casa, la pulisce, la fa benedire anche se non sa cosa sia avere fede. Ogni sua azione è ottimizzata e finalizzata all'apparire in regola allo sguardo distratto o impotente dei malcapitati testimoni. Sia lui che lei rispettano il proprio copione con precisione maniacale. Inoltre, sia a casa che fuori, fanno la stessa cosa: faticare lui in mestieri tradizionalmente svolti da uomini, pulire lei, entrambi fino a consumarsi le giunture. Niente di male, se non fosse che quelle due attività, nel giro di poco tempo, grazie alla determinazione con cui ne hanno ricercato l'automatismo, possono essere compiute senza pensare, staccando completamente il cervello. Si sa che il cervello è pigro e, se assecondato, va facilmente in automatico e atrofizza ciò che non utilizza, ottenendo certamente di affaticarsi meno, ma danneggiandosi su lungo periodo. Perché pensare quando domani arriva lo stesso e con meno sforzo?

Studiare, fare esperienze diverse, conoscere persone nuove con le quali condividere tratti del proprio percorso esistenziale serve a non marcire umanamente e a mantenere il cervello bello, attivo e sano. Il comportamento dell'Ignorante che Puzza, per un circolo vizioso, deve aver causato l'aggravamento costante delle proprie funzionalità psichiche. Un impoverimento inesorabile e devastante che lo ha reso una persona inadeguata alle relazioni, che siano con persone o animali. L'indifferenza alle emozioni dell'Altro è tale da produrre in un osservatore esterno una stretta al cuore, seguito da disgusto, vomito e senso di orrore.

Questa ignoranza profonda, totalizzante, ha permesso all'Ignorante che Puzza di costruirsi una corazza impermeabile: egli non ha la benché minima consapevolezza della propria miseria umana e ciò gli consente di non preoccuparsi di nulla, tranne di come allontanare il prossimo o addomesticarlo a dovere affinché lui possa continuare a vivere nella propria illusione autoreferenziale e onnipotente. Un meccanismo di difesa eccellente. La semplificazione assoluta. Egli ha ridotto le dimensioni del proprio cervello fino ad ottenerne il funzionamento minimo necessario a vivere senza pensare. Notevole. Parlargli è assolutamente inutile. Sa quattro frasi che utilizza per qualsiasi conversazione.

La puzza, purtroppo, è la conseguenza dell'eccesso di ignoranza: a forza di accumularsi, inizia un processo di fermentazione misto a marcescenza. Appena apre bocca, l'Ignorante che Puzza stende chiunque con il fetore dei propri marci pensieri. Certamente la puzza può intensificarsi anche a causa di abitudini compensatorie puzzolenti: per esempio, fumando il sigaro per darsi un tono. E' poi una immagine oscena vederlo ciucciare quel sigaro come se fosse la tetta della mamma. In quei momenti, l'Ignorante che Puzza appare nella sua infinita piccolezza, un uomo miserevole, un essere che ha lasciato germogliare e avvelenare la propria vita nella frustrazione, nell'odio, nello squallore di rapporti finti, nella solitudine  esistenziale. 

Chiunque incontrandolo rimane colpito dalla sua espressione idiota piena di livore misto a scherno e convinzione di essere l'unico che ha capito tutto dell'Universo, ovvero che tutti gli altri sono il problema oltre che dei deficienti. Le donne poi sono tutte t.., inutili accessori che, finito di recitare il proprio copione, andrebbero appoggiate nel ripostiglio insieme alle scope.

L'Ignorante che Puzza è un uomo capace di stabilire sì relazioni ma a senso unico, solo di potere e completamente anaffettive. E' malfidato, diffidente e non impara niente. Non importa quanta pazienza e fiducia gli abbiano accordato i colleghi, i datori di lavoro, i familiari, i conoscenti, i vicini: lui, appena qualcosa non gli torna, dà loro contro con tutta la forza che ha in corpo, li tormenta, li investe con il suo giudizio inconfutabile, in una comunicazione unidirezionale, volta a colpire e, possibilmente, annichilire l'interlocutore. E qualsiasi reazione esasperata delle sue vittime è per lui conferma della propria giustezza. Non sa cosa sia il confronto. Non sa cosa sia la buonafede. Non ha idea di cosa provino gli altri, delle emozioni che suscita. Lui pensa e dice male appena si sente insicuro, ovvero spesso, se non sempre, non si sa mai. Tanto, secondo il proprio pensare, certamente se non lo fa lui con gli altri, lo faranno gli altri con lui. Una vera e propria profezia autoavverante.

L'Ignorante che Puzza è maleducato, cafone e non riesce neppure a realizzare che ciò che lo disturba dell'Altro è lo stesso che fa lui, solo che lui lo fa in modo più molesto e inopportuno. Tanto meno sa mettersi in discussione o accorgersi dei propri eccessi e atteggiamenti aggressivi, invadenti e inappropriati alle diverse situazioni. In fondo è pure un parsimonioso, per non dire tirchio, avido e avaro e ha una unica modalità relazionale con la quale pensa di poter gestire qualsiasi relazione. Un po' troppo poco persino nel suo mondo che ha ridotto ai minimi termini. Purtroppo, nessun essere umano può scollegarsi completamente dal resto del mondo e crearsi una bolla completamente indipendente, lui tantomeno. Prima o poi qualcuno atterra sempre nelle sue vicinanze e lui non potrà che trascorrere l'esistenza a difendersi, odiare e cercare di allontanare il prossimo fino alla fine dei suoi giorni. 

Conoscere l'Ignorante che Puzza sconvolse il Piccolo Principe che dovette soffrire molto a quella vista. Si racconta che incontrò altri Ignoranti che Puzzano e imparò a conviverci alla giusta distanza, riuscendo a ricordare di quel primo doloroso incontro. Provò infine pena per l'Ignorante che Puzza che, inconsapevole, passò a cervello spento l'intera esistenza.

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*Riferimento al racconto "Il Piccolo Principe" di Antoine De Saint-Exupéry.

[Questo racconto è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il prodotto della fantasia dell'autore oppure sono usati in chiave romanzesca. Ogni somiglianza con fatti o luoghi o persone esistenti o esistite è puramente casuale].

10 dicembre, 2020

AGGIORNAMENTI

I tempi cambiano e così anche le favole. Anche se la favola dei tre porcellini può avere ancora il suo senso: una mamma che mette i figli in condizione di emanciparsi e il confronto tra diverse strategie di autoconservazione sono tematiche dall'importanza quanto mai attuale. 

Suonare il flauto e il violino poi sono competenze da non trascurare né tantomeno sottovalutare. Se ci fosse stato un seguito a quell'inizio turbolento dei tre porcellini nel mondo, sarebbe potuto accadere che Tommy, violinista sopraffino, imparata la lezione sulla capacità di sapersi autoconservare, decide di fare qualcosa del proprio dono (suonare il violino), così come Jimmy aveva saputo riconoscere e valorizzare il suo (imprenditore e costruttore edile). E fu così che, perfezionando la sua tecnica e studiando, fu preso dall'orchestra filarmonica di Vienna, una delle filarmoniche più prestigiose e note al mondo. Dopo un decennio, decise di abbandonare la filarmonica suddetta per una meno conservatrice, discriminante e bigotta, scoprendo la passione per l'insegnamento e dedicandosi alla musicoterapia. Chi l'avrebbe mai detto.

Timmy, che suonava il flauto, invece, era un tipo molto sensibile e creativo ma anche molto disorganizzato e confuso. Viveva purtroppo all'ombra dei fratelli già realizzati, un violinista e un costruttore di successo, e non riusciva a credere in sé stesso. Aveva paura del pubblico, quindi difficilmente immaginava di poter intraprendere una carriera come quella di Tommy. E non amava costruire, per quanto fosse un abilissimo carpentiere. Cercava sé stesso nei modelli dei fratelli ma lui era diverso e unico proprio come lo erano gli altri. Non ricevere successo e riconoscimenti plateali lo faceva dubitare ulteriormente di sé. O forse dubitava perché aveva interiorizzato che se non dimostrava subito di essere un genio, forse non valeva la pena perdere tempo con niente, né valeva la pena la sua esistenza. Ma suonare lo rilassava, lo calmava, lo divertiva. Chissenefrega se non ci mangiava! Dopo decenni a cercare la propria strada, sempre al verde e sempre in crisi esistenziale, iniziò una formazione che poi divenne professione: quella dello psicomotricista. Siccome nessuno sapeva cosa fosse, per evitare figuracce, non gli facevano mai troppe domande. E da quel momento poté suonare senza sentirsi un fallito e giocare coi bambini per lavorare. Se non fosse stato per il guadagno scarso, fare lo psicomotricista sarebbe stato persino più appagante che fare il calciatore professionista. Invece l'incertezza per il futuro era cosa assai sfiancante e gli toglieva parte della gioia, sempre preso tra il piacere del lavoro e un certo desiderio di mettere su famiglia.

Jimmy dal canto suo era il figlio retto e rigorosamente giusto, il figlio responsabilizzato fin da subito, l'orgoglio della famiglia, il figlio che non delude e su cui poter sempre contare. Il figlio dotato che, caricato delle amorevoli aspettative di riuscita dei suoi genitori, si realizza nel lavoro mentre il suo matrimonio inevitabilmente naufraga. Ma non per colpa sua: semplicemente quella non era la donna giusta, una che non apprezza la famiglia (che tradotto ai giorni nostri quell'"apprezzare la famiglia" sarebbe stato = annullarsi in essa ma rimanere vitale per compiacere, serva della suocera e del marito e sua cornuta appendice).

La figura del lupo poi non era così tremenda. Andava pur bene un lupo che cerca di mangiare tre porcellini. Qualcuno poi doveva impersonare il male e il lupo si presta bene con quella sua boccaccia. Era poi stato riciclato da altre favole. Ci sta che un attore si specializzi in certi ruoli. Guarda Jack Nicholson!!! Le parti da pazzo serial killer le interpretava senza sforzo. Un successone! Ci sta che il lupo faccia la sua stessa fine. Far paura ha il suo vantaggio. Qualcuno certamente ti ama, magari al di là di uno schermo.

Anche se, ad oggi, il lupo è a rischio di nevrosi e di psicosi, prima ancora che di estinzione, nella favola dei tre porcellini non subisce maltrattamenti gravi e comunque si tratta di finzione. Nella nostra realtà invece, in cui giochiamo a Dio, ora reintroducendo il lupo, osservando se si moltiplica abbastanza, ora abbattendolo perché si è moltiplicato troppo e reintroducendolo ancora, il lupo si sente svilito e strumentalizzato. Soffre di vere e proprie crisi di identità, di depressione. Si sente un po' un cane. Abbiamo calpestato la sua dignità, il suo orgoglio, la sua fierezza. Era meglio quando stava peggio e faceva il cattivo nelle favole. Se potesse scegliere preferirebbe l'estinzione al controllo delle nascite che controllava benissimo da solo. 

Comunque, una versione della favola a cui il vicino dei tre porcellini assiste quotidianamente è questa.

I tre porcellini sono tre fratelli usciti nel mondo già molto incazzati. Tutti e tre abili con le mani, appena fuori di casa erano già pratici ed esperti di muri, attrezzi, macchinari, soldi. Molto giovani, hanno saputo ristrutturare insieme una grande casa in un bel posto per poi litigare di continuo fino a che uno solo di loro ha avuto la meglio facendo fuggire gli altri. Per un po' si è goduto quel paradiso tutto da solo.

Ma ben presto accadde che uno dei due porcellini fuggiti trova un inquilino per il suo appartamento e il porcellino perfido, non sapendo se sarebbe riuscito a farlo fuggire e in quanto tempo, tentò allora di addomesticarlo.

Il nuovo inquilino però, oltre che abilità pratiche come i tre fratelli, aveva qualcosa di diverso da loro. Il porcellino iniziò così a provare una naturale attrazione per questa nuova persona così affabile, attrazione che lo portava a tentare di manipolarlo. Gli si avvicinava sempre con una buona dose di diffidenza, come quella di un cane pastore. Ogni tanto gli scappava di pensare: "Forse di questo qui ci si può persino fidare". Ma erano brevi momenti dopo i quali si sentiva molto stupido. Il più delle volte si aspettava il bastone e così attaccava per primo per meglio difendersi. Insomma, vinceva il solito copione.

Ad ogni modo, il nuovo vicino era un tipo a posto. Il porcellino non poteva dire "in gamba" perché nel confronto naturalmente non si sentiva mai all'altezza di nessuno e preferiva guardare tutti dall'alto in basso, nonostante la sua scarsa statura morale e fisica. "A posto" era un aggettivo neutro e non implicava giudizi troppo qualitativi lasciandolo tranquillo con la sua insicurezza. 

Passarono gli anni e il porcellino scoprì che l'umanità offre cose diverse da quelle poche a cui era abituato. Non facendo poi esperienza del mondo ma vivendo chiuso da sempre in una bolla, non si era mai emotivamente emancipato.

Ad oggi il porcellino è comunque un gran scassacazzo. E' aggressivo, rumoroso e melodrammatico. Conviverci è a tratti faticoso, a tratti un vero inferno. Persino per il suo vicino, una sorta di Dalai Lama nostrano. Ma l'esperienza insegna che l'essere umano è sempre molesto. C'è chi è porcellino e chi il suo vicino. E chi è un po' come il lupo, quello delle magliette dei bambini, o delle targhe dei parchi naturali. Che va bene solo quando è a rischio di estinzione e regolato nella affermazione.

Proprio oggi comunque ho visto passare un lupo. Per davvero. Dalla finestra della cucina! Forse si trovava nella finestra di tolleranza degli umani. O forse è sfuggito alle limitazioni... Al porcellino non l'ho detto. 

Ho capito che, a lui e agli altri fratelli, la sera prima di dormire leggevano la favola originale de I tre porcellini e a seguire quella di Cappuccetto Rosso e altre classiche tristissime con terribili finali. Il loro eroe era il cacciatore perché aveva il fucile. Ecco perché sono così incazzati. Troppe aspettative! Di camminare solo sul sentiero ed essere sempre buoni; di non disubbidire altrimenti muori; di essere prede o cacciatori. Di sparare al male fuori, mentre si sentono male dentro, senza poterlo spiegare.

Passare questa seconda fase della pandemia isolata con i vicini sempre più molesti, cafoni e aggressivi mi sta provando. Spero solo che scrivere mi salvi psichicamente. E che il lupo venga a salvarmi. Almeno so che si aggira dalle mie parti. Come nei film, quando il protagonista cazzuto va a salvare la ragazza strafiga, rapita apposta per catturarlo. In questo momento sono in pigiama con un berretto di maglia in testa e forse mi è un po' cioccata l'ascella... in giro ci sono i cacciatori con i cani, il lupo mi salverà lo stesso?

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08 dicembre, 2020

FINALE 3 - SCRIVILO TE

[Leggi prima: Storia a bivi]

"Finale 3 - scrivilo te" faceva rima, quindi l'ho messo per terzo invece che per ultimo. Tutto qui.

Dopo aver letto "L'Uomo Selvatico" e "Storia a bivi", ti chiedo gentilmente di inviarmi il finale che immagini tu, così da ampliare i miei orizzonti. Da sola certamente non immaginerò mai tutti i possibili scenari e certamente rischio di ripetermi nelle risposte da dare all'Uomo Selvatico. 

E' sempre utile vedere le cose da altri punti di vista. Dà speranza che magari una soluzione si trova a questa convivenza difficile che è quella degli uomini sulla terra.

Intanto grazie per aver letto.

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FINALE 2 - FRATELLO PORCELLO


I paesani sono pronti, hanno un piano: attendere la notte, muovere tutti insieme e addentrarsi nel bosco a cercare l'Uomo Selvatico. Sono tutti armati di rimostranze e richieste di cambiamenti. Ed essendo buio presto, sperano non faranno troppo tardi. 

Fortunatamente alle sei è già buio e i paesani sono radunati al parcheggio subito prima del bosco. Sono nervosi, arrabbiati e il gruppo sembra amplificare il desiderio di rivalsa. Qualcuno ha un atteggiamento un po' troppo sopra le righe, il suo vociare chiassoso potrebbe attirare l'attenzione. C'è chi cerca di calmare gli esaltati e chi si lascia contagiare.

Finalmente iniziano a muoversi. Forse camminare li scalderà e allenterà la tensione generale. Qualcuno grida improperi: ''Te la faremo pagare, mostro'', ''Vediamo chi avrà paura questa volta'', ''Esci fuori vigliacco!'', e così via. Camminare, per qualche ragione, non sembra aiutare.

La fatica inoltre ha un effetto negativo sull'umore di molti che pian piano contagiano anche tutti gli altri: il pessimismo, lo sconforto, la disillusione, la rabbia, il rancore sono i sentimenti più comuni. Qualcuno inizia a sudare e questo non gli piace. Non se lo aspettavano di dover sopportare tanto per avere giustizia. Altri hanno l'affanno e desiderano fermarsi a fumare una sigaretta ma non vogliono rimanere indietro, da soli, col rischio di trovarsi faccia a faccia con pericolosi animali. Tocca di proseguire per forza e ciò alimenta il malcontento. Un circolo vizioso.

Nel gruppo, ognuno per conto proprio, si concentra attentamente sul fastidio, scoprendo di provare solo quello. Fastidio per le scarpe strette, dure, fredde, per la fatica di camminare, per l'incertezza del risultato di quella operazione, mica possono picchiare a sangue qualcuno, finirebbero in galera! Se solo fossero protetti da qualche legge apposta. Farsi giustizia da soli, a qualcuno darebbe grandi soddisfazioni.

Persi tra pensieri e preoccupazioni e tra le lamentele generali, il gruppo improvvisamente si arresta.

Gli ultimi non vedono e non sentono cosa sta succedendo, così si radunano a mezzaluna e finalmente scorgono l'impedimento a marciare.

E' un tizio tozzo e minaccioso, piantato in terra come un tronco. Che sia l'Uomo Selvatico? Non corrisponde a nessuna descrizione ma sicuramente appare ostile.

Uno del gruppo, il più iroso, si fa avanti e i due sbracciano e urlano per 20 minuti. Allora il paesano fa segno al gruppo di avvicinarsi per dargli man forte ma il tizio tozzo imbraccia un fucile e dice: "Fuori dalla mia proprietà o vi denuncio. Quel coglione di mio fratello abita nel bosco ma con il vostro chiasso disturbate me e io non lo sopporto. Via di qui, subito".

Tutto chiaro adesso: quello era uno dei tre fratelli porcelli di cui parla la leggenda. Pare aver costruito una casa indipendente ma sempre in quel bosco, dopo aver abbandonato il condominio ristrutturato assieme agli altri. Qualcuno, ora che ci pensa, lo ha già incontrato, un vero spaccone, uno che ha sempre ragione, uno come suo fratello!

Il tizio tozzo, si chiedono tutti, allora va considerato anche lui Uomo Selvatico? Se sì, sarebbero di fronte ad una vera e propria epidemia!

Pensandoci bene, forse è già una pandemia perché a guardare e ascoltare meglio alcuni paesani, sposati con uomini e donne di altre regioni o nazioni, non sono molto diversi dal fratello porcello né da certi uomini politici prepotenti, arroganti e aggressivi presenti in tutto il mondo.

E se l'Uomo Selvatico non stesse solo confinato nel bosco? Se fosse il nostro vicino, il nostro cugino, se fosse anche un po' dentro di noi?

Queste le riflessioni di una parte del gruppo. L'altra parte non rifletteva... assomigliava più ad un branco di scimmioni in cattività.

Adesso il paese aveva un altro problema: canalizzare quell'aggressività su un obiettivo più raggiungibile e più facile da identificare fuori di sé.

Alcuni paesani il giorno dopo vendettero casa e lasciarono il paese. Le malelingue dicevano che erano gay e psicologi. Per loro, meglio perderli che trovarli!

Nel giro di qualche anno il paese si spopolò e rimasero solo uomini selvatici e litigiosi. Un giorno litigavano e l'altro pure. Ma se glielo chiedi, loro ti diranno che non hanno problemi con nessuno. Che vanno d'accordo con tutti purché siano ragionevoli... proprio come loro!
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[Questo racconto è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il prodotto della fantasia dell'autore oppure sono usati in chiave romanzesca. Ogni somiglianza con fatti o luoghi o persone esistenti o esistite è puramente casuale].

07 dicembre, 2020

FINALE 1 - COS'HO DIMENTICATO?

[Leggi prima: Storia a bivi]

I paesani sono pronti, hanno un piano: attendere la notte, muovere tutti insieme e addentrarsi nel bosco a cercare l'Uomo Selvatico. Sono tutti armati di rimostranze e richieste di cambiamenti. Ed essendo buio presto, sperano non faranno troppo tardi.

La tensione è alta ma l'unione fa la forza ed esorcizza l'angoscia. Era un sacco poi che non facevano qualcosa tutti insieme, che non avevano un progetto comune. Ritrovarsi in tanti, anche solo visivamente, scalda il cuore.

Essendo autunno inoltrato fa un freddo porco: è dunque probabile che l'Uomo Selvatico sia rintanato in casa e i paesani contano sul suo intorpidimento. 

Così si incamminano tutti imbacuccati, la tensione muove l'adrenalina e lo spirito di unione tiene alto l'umore. Risalire il bosco è faticoso e il silenzio è rotto soltanto da scrocchi di sterpi e da respiri affannosi.

Il freddo avvolge e risveglia alcuni sensi: gli occhi gelati sembrano vedere più nitido, il naso pare meglio percepire gli odori e più distinti, così come si accorge dell'aria quando passa dalle narici. Le orecchie sono pronte a cogliere presenze, come un cinghiale che si allontana grugnendo o un ruscello che scorre. 

Pian piano, passo dopo passo, metro dopo metro, il cameratismo scivola in convivialità e la compagnia si rilassa. A coppie, a piccoli gruppi, si inizia a parlare. Il tempo scorre via veloce e il sentimento muta.

Si scorda sempre qualcosa a casa o in macchina. E c'è sempre un momento in cui lo si realizza.

Ad un certo punto, quasi contemporaneamente, tutti si accorgono di una cosa che manca: la motivazione a proseguire. 

Si sa che gli uomini di oggi sono volubili e individualisti. Mentalmente pigri e incapaci di perseguire un obiettivo comune. Affetti da perdite frequenti di motivazione.

In questo caso invece, la motivazione iniziale non era andata perduta. Era rimasta al parcheggio, appoggiata alla macchina, sostituita da una più forte, nel momento stesso in cui tutti si sono trovati. Lo stare insieme ha assunto una motivazione propria. Come quando, prima dei cellulari ci si trovava in piazza e, aspettando che tutti arrivassero, si faceva serata in piedi, lì dove si era.

Comunque oggi è andata così, il bello di ritrovarsi e stare insieme ha fatto dimenticare la frustrazione delle incomprensioni quotidiane. Chissà, magari domani verrà in mente qualche nuova soluzione.

[Ascolta: Instant Kharma, John Lennon]

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------[Questo racconto è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il prodotto della fantasia dell'autore oppure sono usati in chiave romanzesca. Ogni somiglianza con fatti o luoghi o persone esistenti o esistite è puramente casuale].

STORIA A BIVI

[Leggi prima: L'Uomo Selvatico]

Il tempo passa e dell'Uomo Selvatico si continua ad avere notizie di fastidi, spaventi e aggressioni. Con un caratteraccio come il suo, si è presto diffuso un generale malcontento tra i paesani: non è più possibile fare una battuta di caccia, andare a raccogliere funghi, asparagi, castagne o semplicemente passeggiare nel bosco, senza temere i suoi agguati, le sue catture, i suoi stupidi discorsi, le sue rimostranze, le sue urla. 

Succede così che i paesani si organizzano per dare all'Uomo Selvatico una lezione. 

Tecnicamente si chiamerebbe reciprocare e, si sa, non è proprio l'ideale. Anzi non fa che alimentare inutilmente il conflitto. Ma tra i paesani non c'è uno psicologo e, se c'è, sta zitto. La psicologia è la seconda causa di esilio da paese dopo l'omosessualità. E il bosco è già occupato.

Tornando all'Uomo Selvatico, forse invitarlo a cena per Natale ed essere amichevoli sarebbe la vera soluzione. Volergli bene e trattarlo con amore. O, semplicemente, essere una testimonianza di affetto e rispetto. Non che non ci si sia provato, ognuno a modo suo! Purtroppo però, l'ottusità e la diffidenza dell'Uomo Selvatico è un grosso limite alle sue relazioni e alla pazienza di chiunque. 

Infatti, quando si convince erroneamente (cosa che sarebbe facilmente dimostrabile se solo ti stesse a sentire e ti desse il beneficio del dubbio) che l'Altro è la causa di un suo problema, non c'è modo di farlo ragionare. Sembra in totale balia della sua allucinazione. Come una furia, ti si para davanti ad un centimetro, paonazzo, balbettante, sputazzante, accecato dalla rabbia. E, fintanto che permane in quella modalità, è totalmente impossibile comunicare con lui. Nel frattempo hai pure il tuo bel da fare a tenere a bada la tua reazione nervosa autonoma. C'è chi ha una finestra di tolleranza ampia e chi scarsetta ma, prima o poi, di fronte all'Uomo Selvatico, a tutti capita di provare la reazione nervosa autonoma. Ad alcuni poi, scatta prima il simpatico (attacco e fuga) con altrettanta crisi di rabbia furibonda e, ad altri, il parasimpatico (congelamento). Fatto sta che entrambe le reazioni sono piuttosto impegnative per l'organismo e, dopo averle sperimentate entrambe più volte in compagnia dell'Uomo Selvatico, in breve tempo protendi per lasciar perdere qualsiasi strategia relazionale e opti per l'evitamento. Cerchi solo di dribblare l'avversario e di rimandare il più in là possibile la prossima occasione di scontro, sperando che passerà in fretta. 

Dopo che ha sfogato, l'Uomo Selvatico se ne va e ti lascia lì, stecchito, con le budella aggrovigliate intorno al collo, prigioniero di un senso di impotenza che ti dà la nausea. 

Certo, capita di provare tenerezza di fronte a quei rari momenti di lucidità di quel poveraccio. E' persino commovente, ad un certo punto, in qualche rara occasione, vederlo capire, osservarlo collocarti nel giusto, nella casella del non colpevole e fare marcia indietro rispetto alla manifestazione palese di un suo inconscio desiderio di distruggerti. (Inconscio perché lui non si accorge proprio di essere aggressivo: per lui assalirti senza lasciarti possibilità di replica e, un minuto dopo, sentirsi a posto è avere un normale confronto). 

Ma sono magre consolazioni. Se sei emotivo, ti ci vogliono giorni per riprenderti dal senso di impotenza provato o dalla rabbia e dal desiderio di fuga castrato. E, in quei giorni, è peggio che essere mestruati. Si è intrattabili, nervosi, si ha paura di tutto, si piange spesso e ci si sente estremamente vulnerabili! Come un animale che, solo, realizza di poter essere braccato in qualunque momento!

Quindi, il desiderio dei paesani è comprensibile anche se sbagliato e potenzialmente pericoloso. Serve davvero dare una lezione all'Uomo Selvatico? Che tipo di lezione poi? 

Cosa gli faranno i paesani?

Finale 1 - Cos'ho dimenticato?

Finale 2 - Fratello Porcello

Finale 3 - Scrivilo te

Finale 4 - Il bambino filosofo

----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------[Questo racconto è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il prodotto della fantasia dell'autore oppure sono usati in chiave romanzesca. Ogni somiglianza con fatti o luoghi o persone esistenti o esistite è puramente casuale].

26 novembre, 2020

SCELTE, AMORE E ZOMBI

Se ci concentrassimo sulle scelte che facciamo continuamente, ogni istante della vita, potrebbe venirci un attacco di panico. Scegliamo in continuazione. Consapevolmente o meno, guidati da un bisogno, da un desiderio chiaro o nella totale confusione. Ma pur sempre scegliamo. Continuamente. E, scegliendo, diamo forma al nostro destino. Il fottuto destino. Altro che predeterminazione fatale dell'accadere! Il destino è il frutto del nostro scegliere. Ed è raro che il destino possibile sia uno soltanto! Quindi, più che il problema di avere un destino predeterminato, l'essere umano ha il problema di avere infiniti destini da poter creare. Certamente il copione famigliare aiuta a sfoltire le nostre infinite possibilità, riducendole drasticamente ad un numero finito. Ma ne abbiamo comunque tantissime a disposizione. 

Scegliere è faticoso, anche quando sceglie per noi il sistema nervoso autonomo. Scegliere con consapevolezza poi è faticosissimo. Anche perché la consapevolezza spesso arriva dopo svariati tentativi di scelte insoddisfacenti. 

Ricapitolando, per scegliere bene ed essere artefici di un destino sorridente, certamente qualche scelta la sbaglieremo. Di meno, se proveniamo da una famiglia che ha tramandato l'arte della consapevolezza di generazione in generazione, invece di ricominciare ogni volta da capo! Di più, se proveniamo da zombi che vanno avanti a testa bassa e non si fermano mai a sentire, a riflettere e a pensare e che si presentano come brutta copia di quelli prima di loro.

Oltre ad avere infinite possibilità tra cui scegliere, abbiamo pure svariate intelligenze molto diverse tra loro e spesso organizzate in compartimenti stagni. 

Data la complessità dell'uomo e l'horror vacui a cui necessariamente è soggetto, è normale che la tendenza sia quella di semplificarsi l'esistenza, riducendo drasticamente la complessità della realtà incerta, in poche semplici certezze. Solo che, tra semplificare un pochino e uccidere l'essenza stessa dell'umanità, in mezzo passa un mondo di possibilità. 

E, continuamente, umani a diversissimi stadi di semplificazione, di sviluppo delle diverse intelligenze, di consapevolezza dello scegliere si incontrano e, inevitabilmente, si scontrano.

Continuamente. 

Si capisce che vivere è un casino e le droghe spesso hanno un iniziale valore terapeutico, per alleviare il disagio di una responsabilità enorme già solo per sé stessi, figuriamoci per altri: scegliere mentre annaspiamo nella confusione e nell'incertezza è una condizione fetente. 

E fu così che nacquero i negazionisti, i no-vax, i terrapiattisti... Scherzo. E fu così che nacque il male di vivere: come cazzo si fa a trovare il coraggio di scegliere quando, per farlo con un buon livello di consapevolezza, dipendi, prima, dalle scelte di qualcuno prima di te e, poi, dipendi dalla tua capacità di sopportare il dolore causato dagli errori di quelli prima di te e dei tuoi, subito dopo e ad essi collegati?

Che cazzo. 

Se poi sei circondato da una umanità miserevole di zombi, di non morti né vivi, dove, da chi, come dovresti imparare a scegliere? 

Ecco la grande tragedia umana: imparare a scegliere decentemente prima di essere morti per davvero.

E' una tragedia perché la vita di chiunque è costellata di scelte di merda. E siamo tutti destinati a fare delle scelte del cazzo. La qualità della vita dipende da quanto le scelte del cazzo portano poi a quelle soddisfacenti. Allora sì che ci siamo destinati bene. Che abbiamo creato qualcosa di nuovo e che ci siamo, come dicono tanti, realizzati. 

L'esistenza migliora se pensiamo che sbagliare è una condizione inevitabile (contrariamente alla moda in auge fino almeno almeno agli anni 2000, del bianco e nero, del giusto e sbagliato, del lineare, del genitore e dell'uomo che non sbaglia mai) e che non dovrebbe contare l'aver sbagliato di per sé, ma cosa ci si fa con quell'errore. Le scelte del cazzo fatte erano il meglio che potessimo fare in quel dato momento della nostra vita di un po' zombi che eravamo. Col tempo però, siamo maturati un pochino, siamo cresciuti, siamo diventati persone più consapevoli, che hanno imparato dai propri errori, dopo averli ripetuti il giusto numero di volte necessario all'apprendimento. 

Una magra consolazione ma l'unica che ci resta.

Lo zombismo è una metafora perfetta della condizione umana di sempre: una malattia che colpisce l'uomo riducendolo ad un mostro che si trascina in preda al proprio istinto di mangiare e che (secondo i registi moderni) guarisce grazie all'amore. Alcuni hanno capito che i mostri della nostra vita e della terra in generale sono persone che non sono state amate e che non sanno amare: individui incapaci di provare empatia, sociopatici che, proprio grazie a questa mancanza, raggiungono un senso di appagamento solo violando i diritti degli altri e qualsiasi regola di comune convivenza. Per i sani di mente, queste persone non possono che portare morte e distruzione. Per tutti gli altri, sono un esempio di riscatto. 

Purtroppo, come rappresentato nel film sugli zombi Warm Bodies, ci sono stadi della malattia reversibili e altri no e che creano rispettivamente gli zombi e gli ossuti. Allo stadio di ossuto, sei talmente trasfigurato che non puoi più tornare indietro e puoi solo fare terra bruciata attorno a te. Ci sono molti esempi di ossuti intorno a noi, nella nostra vita famigliare e nella politica attuale. Nel film era più immediato riconoscere e distinguere gli zombi dagli ossuti. Nella vita reale, invece, è più complesso. Ad alcuni si rizzano i peli del corpo quando sono vicini ad uno zombi e provano nausea e un malessere diffuso se nei paraggi c'è un ossuto. Data la difficoltà a riconoscere zombi e ossuti nella realtà, temo che la pandemia dello zombismo non terminerà mai. Gli ossuti mietono vittime dalla notte dei tempi e continueranno, più o meno sempre. Per impedire che una pandemia distrugga l'umanità, il numero degli ossuti deve diminuire.

Aggiungo una testimonianza positiva e poi chiudo con questo delirio: sono felice. Nonostante provenga da una famiglia di zombi, da un ambiente di zombi e sia stata cresciuta da un ossuto, sono riuscita a trarre qualcosa di buono dalle mie scelte infelici. E a tratti sono orgogliosa di quello che sono riuscita a fare partendo da quella realtà: ho messo una buona distanza fisica tra me e il luogo nuclearizzato e abitato dagli zombi (e soprattutto dagli ossuti) da cui provengo. Abito il rifugio dei miei sogni: quello in cui mi sento a casa, protetta dal mondo esterno. Certo, nei miei sogni non c'erano vicini zombi ma i sogni sono sogni e gli zombi ormai sono dappertutto perché sono la pandemia più resistente e difficile da superare per l'umanità. Bisogna fare attenzione ma conviverci pure un pochino e voler loro bene. Si vede che a volte batte loro il cuore. E poi non sono gli zombi dell'infanzia e non sono ancora ossuti, almeno credo! 

Infine, lavoro con i bambini, la parte bella dell'umanità e la speranza di una umanità migliore! 

Prima di scegliere, inoltre, ho imparato ad ascoltare le reazioni del mio corpo e ad integrarle con i ragionamenti. Il corpo o la mente, presi singolarmente non hanno quasi mai ragione. Bisogna farli dialogare. Un'arte! Che si impara nel tempo, con l'esempio e l'esperienza. 

A tutti gli zombi: lo zombismo è reversibile ma la cura inizia alzando lo sguardo da terra e ascoltando i micro battiti del vostro cuore e poi camminando barcollando verso ciò che lo fa battere più forte!

Agli ex zombi e a chi ha delle ricadute: non credete a chi vi dice che non valete niente! Soprattutto non date retta a quella vocina ossuta del cazzo che talvolta emerge dal profondo come un eco lontano o un chiasso assordante e che vi svaluta e fa vacillare. Avete sconfitto un virus letale e lottate contro le ricadute, siete forti e coraggiosi ed estremamente creativi! E quante più sono le vostre cicatrici, tanto più grande è stata la vostra forza e il vostro coraggio per superare le difficoltà che avete incontrato. Non siete degli sfigati perché a voi è toccata una vita infame, siete degli eroi sopravvissuti a battaglie spaventose, che non si sono arresi nonostante il dolore e la sofferenza e che costruiscono dalle macerie.

Soprattutto e contrariamente a quello che si vuol fare credere e che si ostenta sui social, sappiate che tutti sono entrati in contatto con il virus dello zombismo. E non esistono vite tutte sorrisi e successi. Proprio dietro quel bisogno di sbandierare allegria, splendore, successo, bellezza, ricchezza, si cela un profondo desiderio di riscatto da una condizione profonda in cui ci si è sentiti fragili, perdenti, inadeguati, impotenti, in cui ci si è vergognati.

Far credere che avere successo significhi potersi esibire belli, vincenti e sorridenti e che chi soffre sia uno sfigato, uno che probabilmente si merita di soffrire e che si martella pure i coglioni con seghe mentali, è sintomo di grande disagio. I modelli attuali sono degli esibizionisti dal sorriso scintillante e con la carta di credito fumante.

Una accecante illusione. 




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05 ottobre, 2020

UOMINI D'ALTRI TEMPI OFFRESI

Esistono ancora oggi, in Italia, uomini d'altri tempi. Non lo dico con nostalgia. Ma con disgusto. Questi uomini d'altri tempi poi, hanno dei figli. Quindi gli altri tempi diventano quanto mai attuali.

Capita infatti di sentire ancora oggi uomini accampare teorie per giustificare certe cattive abitudini, apprese involontariamente nella propria famiglia e non per originalità! Insomma, niente di nuovo sul fronte occidentale!

Riconoscere le proprie cattive abitudini significherebbe finire col mettere il naso nelle sporche questioni di famiglia che certi genitori hanno fatto ben capire di non gradire che si approfondisca.

Così, tendenzialmente, la prima generazione coinvolta, quella dei figli, imposta la propria vita sull'omertà, sulla negazione della necessità di approfondire, sulla giustificazione delle proprie cattive abitudini, accampando fantasiose teorie generali a sostegno di una verità purtroppo miserabile e soggettiva e allontanando tutto ciò che li avvicini alla verità. L'amore in primo luogo.

Se poi sei un figlio maschio etero, nel pacchetto ricevi non pochi privilegi, benefit e licenze. E tanto basta alle generazioni di uomini d'altri tempi per comprarsi l'obbedienza, la coazione a ripetere e il silenzio dei figli.

E' più facile e conveniente addomesticare o allontanare l'ultimo arrivato nella propria vita che approfondire un discorso vecchio e schifoso e pieno di insidie.

I figli maschi etero tendenzialmente riescono piuttosto bene nell'insabbiamento. Comprensibile, con quei benefit, la tentazione è grande! Se per sbaglio si accorgono delle incongruenze, ecco la fatica di mantenere l'equilibrio tra la verità che cerca di venire a galla e la menzogna che vuole soffocarla! Immediatamente saranno costretti dalla propria vigliaccheria e pigrizia a trovare un colpevole esterno al circo da cui provengono ma, tutto è bene quel che finisce bene, ogni cosa tornerà ad incastrarsi meglio di prima. L'amore infatti al giorno d'oggi è usa e getta: si sfrutta l'innamoramento e poi si butta. C'è chi lo fa per un intenso decennio, con solo qualche ricaduta, chi per tutta la vita.

Benvenuti al circo degli equilibrismi!

Se le cattive abitudini familiari sono ben radicate, inscritte in una famiglia tutto sommato gratificante con i figli, mediamente inconsapevole, che va avanti senza farsi troppe domande, difficilmente il figlio riuscirà a liberarsene. Vale certamente di più il modello interiorizzato fin da piccolo. Più verosimilmente adotterà le teorie più semplici e immediate che in qualche modo gli permettono velocemente di tornare ad illudersi di essere nel giusto e poter continuare a non vedere.

Il sistema poi cresce maschi con i benefit e femmine insicure. Così dura più a lungo e diventa difficile modificarlo. Se i maschi fanno squadra, più facilmente le donne si troveranno a dover accondiscendere. Un sistema collaudato da millenni di vita evoluta.

Per la rivoluzione ci vogliono dei prerequisiti. La rivoluzione di solito non è improvvisa, non la fa una generazione da sola, certamente non quella che è stata formata direttamente dagli uomini d'altri tempi, ma più probabilmente quella successiva, dopo una serie di passaggi. Altrimenti il distacco è troppo netto per essere sopportato e gestito al meglio, per consentire di non esporre troppo la propria vita alla violenza delle intemperie. 

Ad ogni modo, sono qui a denunciare la preoccupante presenza di uomini italiani eterosessuali che considerano la donna un oggetto, un servizio, colei che si smazza ciò che molto semplicemente un uomo non ha piacere di fare e che si presta alle richieste sessuali di suddetto compagno senza avanzarne di proprie (per carità, non sta bene, il maschio poi si deprime).

La fantasia più diffusa tra i maschi è ancora quella che la donna si immoli compiacente e remissiva e crei l'allucinazione di una donna un po' madre e un po' troia. Testimonianza del mancato superamento della fase edipica. Come impostare l'intera esistenza su un bisogno primario insoddisfatto. Cazzo, ma è una epidemia!!! 

Questi uomini poi non sopportano che una donna dica loro di accettare di frequentarsi per convenienza: uno scambio alla pari di favori, di sostegno reciproco e aiuto li ferisce nell'orgoglio di maschio etero! Loro desiderano una femmina che sbrighi le faccende quotidiane che non hanno voglia di fare, come segno di cura (materna), e che lo facciano senza lamentarsi e magari si facciano anche sbattere per bene o, nel caso fosse lui a non garantire la prestazione, ad offrire una presenza lusinghiera, perché poi in realtà non vogliono davvero una madre, vogliono mantenere l'illusione di essere uomini e non bambini. E se le donne non accondiscendono, tanto meglio, possono sempre avvalersi dell'altro benefit, quello di condividere con altri uomini dello stesso spessore commenti o fantasie di prepotenza sulla figa di passaggio, sentendosi legittimati in qualunque momento a mettere direttamente in pratica suddette fantasie, colpevolizzando la malcapitata di turno. Magari giovane o manipolabile. 

Tutto ciò deve far sentire potenti. Ribellarsi farebbe perdere non pochi privilegi, anche se apparenti.

Propongo uno scambio, visti i problemi a far tornare i conti: un barcone di questi uomini nostrani in cambio di uno di donne immigrate. Grazie.

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04 ottobre, 2020

OCCASIONI

Non serve andare nella giungla per vivere avventure, per provare qualcosa di nuovo, per sentire la tua vita minacciata da qualcosa che non sia provocato dall'uomo. O dal Covid. Basta rimanere comodamente a casa propria, magari sul divano, dopo il crepuscolo.

Inizialmente non sai se hai solo dormito poco, se quell'indolenzimento agli occhi è dovuto agli schermi attraverso i quali osservi troppo spesso il mondo. Pensi che basterà dormire.

Ma poi ti svegli e il fastidio è lo stesso del giorno prima. Anzi, quell'indolenzimento agli occhi, oggi, è un mal di testa deciso. Nessun altro sintomo accorre in aiuto per una diagnosi.

Passa un'altra notte e un altro giorno. Il mal di testa diventa feroce. Così feroce da costringerti a contorcerti alla ricerca di una posizione di sollievo che pare impossibile.

Così chiami il medico che ripete pedantemente la sua visione della vita: "Se non hai patologie particolari, lascia lavorare il sistema immunitario. Al massimo, ti mando a fare un tampone-drive, giusto per escludere il covid. Hai la patente?". 

E tu hai davvero preso la laurea e l'abilitazione? Perché ti ho appena detto che non sto in piedi, vomito a spruzzo e non trattengo gli antidolorifici, per cui il dolore è insopportabile. Magari esistesse solo il covid. Stronza. Evidentemente mi odi.

Allora chiamo il 118. Forse loro mi ascolteranno. 

Mi ascoltano e, soprattutto, mi caricano sull'ambulanza. Avrebbero preferito mi visitasse a casa il mio medico ma il mio medico neanche lo trovo al telefono. 

Non nascondo un certo timore a recarmi in ospedale dopo quanto visto succedere a marzo in un certo ospedale. Ma questa è un'altra regione e un altro tempo. Speriamo bene.

In pronto soccorso hanno le idee chiare e un medico molto gentile. Mi sembra di essere in Doc - Nelle tue mani e mi sento già meglio. Solo mi mandano a piedi a fare la pipì in un vasetto, fuori dal reparto. Il cesso sembra quello di Trainspotting: è tutto pisciato e il copriwater non sta sollevato. Io non posso pensare di fare uno squat per pisciare, tenendo su la schifosa tavoletta con una mano e posizionando il contenitore per le urine con l'altra. Non avrei poi altre mani per asciugarmi e, in quella posizione, rischierei di vomitare per lo sforzo, o di svenire per aver osato muovere la testa in tutte le direzioni, testa che continua a pulsare e fare male, un male cane.

Decido allora di pisciare d'in piedi. Tanto era un giorno e mezzo che non bevevo, potevo certamente contare sulla disidratazione. Infatti riempio appena al minimo il contenitore, in piedi tutto bene, nessuno svarione, nessuno sforzo, ho pure centrato bene l'anatomia femminile. Il cervello funziona ancora bene.

Esco dal cesso e seguo il camminamento arancione che dovrebbe riportarmi dentro al pronto soccorso. Peccato che sia previsto uscire ma non rientrare. Mi tocca così di aspettare fuori della porta, in piedi per miracolo, che qualcuno esca. Dieci interminabili minuti. Fosse venuto in mente a qualcuno di venirmi ad aprire.

Aprono per caso, entro sotto sguardi perplessi, raggiungo la mia barella e mi sdraio. Qualcuno torna da me. Compiuta la missione, mi sono finalmente meritata gli antidolorifici! Prima, dell'inutile paracetamolo in vena, poi, altra roba più decisa. E intravedo una speranza all'orizzonte. 

Mentre attendo un miglioramento, contorcendomi sulla barella, assisto alla processione di spagnoli vacanzieri coi sintomi del covid e di giovani preoccupati perché partecipanti ad una certa festa Erasmus. Tutti lì per il tampone. Poi ci deve essere una signora malata di Alzheimer perché le ripetono in continuazione e con tono sempre più forte le stesse cose. Ma lei imperterrita continua a fuggire dalla barella, a cadere per terra, a farsi tirare dei nomi.

Io nel frattempo, dopo molto, inizio a sentirmi appena un po' meglio. Mi sento come se mi avessero picchiato e fossi contusa in tutto il corpo. Il dolore persistente lascia il posto ad un indolenzimento diffuso, a tratti acuto ma meno intenso.

Qualcuno fa l'ennesima cattura all'anziana signora e il via vai di potenziali 'incoronati', intervistati uno per volta dal medico di turno che ripete le solite cose come un mantra, mi fa da ninna nanna. Mi svegliano poco dopo per iniziare una serie di esami. Già solo essere riuscita ad addormentarmi mi sembra un miracolo.

Infine mi ricoverano per farmi una puntura lombare, decisiva per una diagnosi, fino a quel momento fatta solo per esclusione.

Mi scortano tre medici e due infermieri... mi viene voglia di fuggire... Non faccio a tempo a pensare, mi trattengono in posizione fetale, neppure mi lasciano vedere gli attrezzi del mestiere e mi congelano e pungono la schiena. Dovevo essere la prima volta di quel giovane medico perché gli altri intorno erano tanti, davano molti consigli e gli facevano complimenti...

Poi mi mettono a nanna, senza cena e dicendomi che l'operazione mi farà venire mal di testa! Dio santo! Dopo qualche ora infatti chiamo per avere un'altra dose di quell'ottimo antidolorifico. 

Seguono 4 giorni di catture, alcune inutili ma non si poteva sapere. La ripresa è lenta ma costante. La mia compagna di stanza fa molto rumore e, sorpresa, ha una badante. 

Allora capisco che sono lì per quello: la meningite virale da pappataci è una scusa. Dovevo superare il trauma della badante rumena. 

Da quando è morta mia nonna, solo vedere e sentire parlare una badante rumena mi fa accapponare la pelle. Una vera e propria sindrome da stress post traumatico.

Quei giorni di osservazione mi hanno fatto riappacificare con la realtà che la vita si gioca su un terreno difficile, decisamente infingardo. Che l'essere umano, poi, si comporta da bestia anche quando potrebbe scegliere, sulla base del trattamento ricevuto durante la sua formazione e dell'insegnamento che ne ha tratto. Che è così e basta, che bisogna farsene una ragione, che, quando possibile, devo assolutamente rifugiarmi in un altrove e non pensare oltre a tutte queste cose. 

Ad una settimana dalle dimissioni dall'ospedale sono ancora un po' provata. Domani però torno a giocare. Ho pianto, per mia nonna, per l'orrore, per la badante rumena, per tutta la tristezza accumulata in questi mesi. 

Adesso, forse, sono meglio attrezzata per le prossime sfide.
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08 giugno, 2020

LADY DEATH

Nel mio paese non vogliamo morire. Mai. Così ce le inventiamo di tutti i colori per vivere o far vivere un giorno in più i nostri cari e, piuttosto che morire, accettiamo di vivere una vita penosa a trascinarci dal letto al divano anche solo per stare 12 ore davanti alla televisione, quando va bene, se non rimanendo direttamente a letto a sperare di dormire. Tutto questo perché non si sa mai che si decida improvvisamente di vivere come non si è mai fatto in tutta la vita.

Arriviamo al punto di ingurgitare cocktail di decine di farmaci e di dipendere in tutto e per tutto da una badante. Ma forse, a quel punto, non siamo già più padroni della nostra vita, l'abbiamo data in franchising alla cara Signora.

Ad un certo punto la vita è per lo più una condizione di veglia anestetizzata e priva assolutamente di stimoli, emozioni e affetto, anche perché i familiari, spesso già incastrati in mille compromessi, nelle loro brevi e penose visite, ripetono solo che non devi fare niente… non fare sforzi, non fare un solo passo, non prendere iniziative, non osare di fare nulla,  pensa a tutto Lady Death, perché solo così non muori e loro non si sentono in colpa.

Insomma, devi solo sopravvivere e continuare a svegliarti il giorno dopo, rassicurando così gli altri che hanno fatto un buon lavoro. 

Molti genitori fanno lo stesso coi figli. Li nutrono, li portano dal medico, li lavano e vestono, comprano loro dei contentini e poi li piazzano davanti alla tv, a sopravvivere, perché ogni altra attività comporterebbe un rischio di delusione, oltre che una faticosa partecipazione attiva alla vita. Così sono certi bravi genitori, esattamente come sono bravi figli, impegnati a far sopravvivere tutti e, spesso, incapaci di vivere loro stessi.

Così, arriva il momento in cui ti presentano Lady Death, colei che gestirà il tempo del tuo  trapasso, la tua personale traghettatrice dall'al di qua all'al di là, spesso raffigurata come una donna corpulenta, generalmente sopravvissuta a terribili abusi nel suo paese per essere pronta a sacrificarsi con determinazione sul tuo talamo pur di emanciparsi da quella condizione. E poi nel mio paese ci sono più vecchi che bambini e i vecchi offrono il vantaggio che i loro sintomi di disagio possono essere ricondotti al loro stato di salute generale e non al rapporto di lavoro. Almeno in questo senso non fanno danni trigenerazionali come succede quando per sbaglio Lady Death non trova lavoro come badante ma come baby-sitter. Volendo puoi anche vendicarti di quella stronza di tua madre affidandola a lei nella versione integrale.

Eccola, Lady Death: una signora apparentemente gentile, di età indefinita e sangue freddo, così freddo che ti stupisci che possa circolarle qualcosa nelle vene. E, mentre le parli, inizi a sentire come un soffio freddo dietro alla schiena.

Eccola in tutto il suo agghiacciante splendore. Se sei fortunato avrà conservato un po' di umanità. Altrimenti sarà come vivere in un lager al tempo dei nazisti. Lady Death è lei stessa una sopravvissuta ai peggiori inferni e non ci andrà molto per il sottile. Ha dovuto lottare per rimanere viva e nessuno l'ha aiutata amorevolmente quando agonizzava. Se ti sei ficcato in quella condizione senza lottare, tanto peggio per te. Persino la sua educazione è avvenuta in perfetto stile "pedagogia nera". Insomma, Lady Death ci diventi dopo un certo addestramento, mica improvvisandoti.

Lady Death si riconosce per la sua particolare sensibilità di parlare di fronte al suo cliente, che considera già morto, di tutte le persone che ha accompagnato alla fine, non mancando di descrivere il loro ultimo viaggio insieme nei dettagli, compreso il più macabro, quello in cui il suo cliente si contorce per l'ultima volta e lei lo lava tutto per bene e lo fa trovare bello pulito e vestito pronto per il funerale. Queste sono le esperienze che quando le racconta fanno una buona impressione, evidentemente.

Generalmente, Lady Death avrà un nome finto, più o meno sempre uguale tra colleghe, Gabriela Mariana Caterina, come se fossero tutte una unica persona, Lady Death, appunto. Un personaggio familiare perché perfettamente inserito nella tradizione popolare e che prende forma prima nella fantasia e solo dopo nella realtà. Lady Death ha poi una sua immagine apparente: capelli cotonati stile Zia Assunta Iannantuono in Cacace del telefilm "La Tata", stesso suo abbigliamento anche se ha meno di 50 anni e vive ai giorni nostri, almeno nelle ore diurne, profumata e risoluta a prendere tutto il possibile.

Quando hai visto Lady Death poi vorresti morire ma ormai non puoi più, non disponi più di te stesso. E' lei la tua sola e unica padrona. E' lei che deciderà quando tirerai le cuoia perché da adesso in poi sarà lei a garantirti le funzioni vitali.

In bocca al lupo allora! Chissà se vale la pena continuare a vivere insieme a Lady Death. Forse vale la pena una riflessione su come viviamo prima che suoni al nostro campanello.
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05 giugno, 2020

KILL BILL


Certe relazioni meriterebbero un finale, simbolico ovviamente, come questo! Rapporti malati che originano da un disequilibrio, uno sbilanciamento dei poteri; rapporti verticali, dunque, dove i ruoli sono rigidi e ben definiti: manipolatore/padrone/oppressore/carnefice/sadico e manipolato/schiavo/oppresso/vittima/masochista. Entrambe personalità dipendenti, pilotate da bisogni primari insoddisfatti e inconsci.

Kill Bill rappresenta per me un percorso simbolico di liberazione dalla condizione di dipendenza di uno dei due protagonisti (Beatrix Kiddo), mentre l'altro (Bill appunto) cerca di mantenere la posizione di dominio, prima utilizzando la manipolazione, il ricatto morale, poi, attraverso la violenza.

Tutto il film simboleggia una condizione esistenziale tipica dell'uomo: una relazione  fondata sulle debolezze, messa in crisi da un evento significativo al punto da generare una sana evoluzione in uno dei due partner e una feroce rabbia proiettiva nell'altro. Kill Bill racconta anche della difficoltà e della fatica necessarie ad una reale e profonda "liberazione" da legami perversi.

Chiunque abbia vissuto un percorso di crescita, per quanto inserito in una realtà meno traumatica, può riconoscersi nella protagonista.

Il processo di liberazione può essere anche molto doloroso sul momento ma genera un cambiamento positivo irreversibile.

E' dunque auspicabile riconoscere e affrontare il proprio "Bill" interiorizzato, qualunque aspetto abbia. "Ucciderlo" simbolicamente, con la consapevolezza del proprio valore e della propria forza emotiva, con l'uscita dalla dipendenza. 

A questo scopo esiste il desiderio di cambiare, innanzitutto, il muoversi alla ricerca, e la psicoterapia, poi, per orientarci e strutturarci, imparando così a camminare nella giusta direzione. Per sistemare i "Bill" reali che ci perseguitano, invece, esistono prima di tutto la fuga appena possibile, l'attivazione di adeguate strategie di autoconservazione e la ricerca di aiuto. Uccidere, nella realtà, persino quando siamo perseguitati, tormentati, gravemente torturati e minacciati, creerebbe successivi ulteriori problemi di coscienza, etica e morale oltre che di libertà personale. Le molestie morali sono difficilmente dimostrabili. E questo i persecutori lo sanno bene. Dobbiamo quindi fare i conti con il principio di Realtà, il nostro Super-Io e le regole della nostra società, anche quando sono poco efficaci o addirittura insufficienti. La vita va protetta, difesa e continuamente garantita da noi stessi, innanzitutto attraverso la consapevolezza, il più efficace garante del rispetto dei propri diritti. 

A questo ho pensato vedendo Kill Bill… E di tutti i "Bill" incontrati nella mia vita, dedico questo pensiero e questo film a M.P.: hai detto bene quando, realizzato che avevi perso il tuo giochino, ti sei definito un mostro. Una consapevolezza durata un nano secondo, immagino, ma ormai non più un mio problema. Quanto ti somiglia, fisicamente, David Carradine e, psicologicamente, il personaggio che interpreta in Kill Bill! Stessa spietatezza, fino all'ultimo! Hai persino tentato la mia distruzione finale ma io, come Beatrix, durante il mio addestramento, evidentemente avevo imparato la tecnica di esplosione del cuore con cinque colpi delle dita e l'ho usata, mio malgrado, per difendermi. Perché per me sei morto. Il nostro duello finale assomiglia molto al loro anche se giocato tutto con le parole, parole affilate come lame.
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