10 luglio, 2020

L'INTRUSO

L'essere umano, durante l'intero corso della vita, è esposto continuamente a rischi di complicazioni anche gravi a causa delle relazioni che instaura.

Le prime complicazioni, quelle inevitabili, inizieranno dal rapporto con i propri genitori. Percepito come un intruso, prima dalla madre che lo ospita, poi dal padre che lo tollera, dai fratelli che per anni cercano di ucciderlo, l'essere umano rischia di identificarsi con la visione  distorta che gli altri hanno di lui. Quella di intruso.

In quel caso, egli si sentirà un intruso anche tra i compagni di scuola, i coetanei, gli amici, se non sarà portatore di caratteri vincenti e capace delle bassezze o dei virtuosismi adeguati all'ambiente in cui cresce.

Infine sarà un intruso nella vita del partner in qualità di portatore di un carattere, nonché di un passato e di un nostalgico copione anche molto differente da quello dell'altro che, non elaborato, inevitabilmente creerà incomprensioni, attriti, sofferenze e violenze a vari livelli.

L'essere umano, al grezzo, abbozzato, non si eleva più di tanto da quella condizione comune di intruso finché non prende consapevolezza di sé stesso. 

Purtroppo la consapevolezza è svalutata e per questo abbiamo, dalla gente comune ai più grandi scienziati, ingegneri, politici, letterati, ecc, individui magari estremamente preparati nel proprio circoscritto campo d'azione, geniali nella propria materia di studio e d'interesse specifico ma completamente idioti dal punto di vista emotivo/relazionale. Una condizione diffusissima.

Poi c'è chi dell'intrusione fa una ragione di vita, chi, nell'intromettersi, trova il proprio scopo, il senso della propria esistenza. Nell'essere onnipresente ritrova quel senso di sé, quella centralità da cui è gravemente dipendente. Quella pienezza che non potrebbe raggiungere altrimenti. 

Insomma, "essere intruso" può elevarsi a vero e proprio status: ce ne sono di già esistenti e, ad oggi, ben consolidati, come ad esempio lo status di suocero/a e di ex fidanzato/a, due categorie di intrusi professionali.

Ci sono persone infatti che quando le incontri cercano di insinuarsi nella tua vita per sempre. Ritrovare la propria autonomia da loro è molto difficile perché riescono a parassitare più individui contemporaneamente senza mollare la presa di nessuno, spinti a resistere dai tratti marcati di fissazione alla fase infantile dell'onnipotenza. Il loro scopo è quello di tenerti in pugno, mantenere la loro posizione in prima fila nella tua considerazione, davanti a tutti gli altri. Perché loro sono speciali e tu non sei che un prolungamento del loro ego. Per loro sei come l'acqua per una cellula. Si abbeverano alla fonte della considerazione degli altri. E necessitano, per dissetare quell'ego smisurato, avere infiniti pozzi da cui attingere, uno nel cuore di ciascuna delle persone che hanno visitato. 

Gli individui con status di suocero o ex fidanzato spesso si arrogano diritti di categoria, riconosciuti solo dal proprio ordine abusivo e non ufficialmente dallo Stato, contrariamente a quanto invece potrebbe sembrare; nonostante ciò, hanno un tale senso di appartenenza da sentirsi legittimati ad ingerire nella vita del proprio ospite come se le loro vite fossero indissolubilmente legate, e sono talmente abili nell'insinuarsi da risultare, se allontanati, persino vittime.

Ecco che l'intruso, in questa forma, certamente trova grandi soddisfazioni.

Si può essere intrusi seduttivi e compiacenti e per questo socialmente di successo: "Tutti vengono da me a parlarmi della loro vita! Non so proprio come mai!". 

Ma davvero non lo sai? 

L'intruso seduttivo e compiacente è il più difficile da estirpare dalla vita delle sue vittime proprio perché socialmente ben accettato. Per questo le vittime di questo tipo di intruso, spesso per trovare pace, devono allontanarsi momentaneamente da tutta una serie di amicizie comuni, frequentazioni, persino città...



Il massimo lo raggiunge chi poi fa del proprio status di intruso una professione tipo quella del counselor: in questo modo il suo difetto, la sua mania, il suo abuso è coperto e istituzionalizzato. Oltre che legittimato: "Te lo dico io che sono consulente!". Eccerto. Perlomeno, così facendo ha un grande bacino a cui attingere e, non essendo coinvolto personalmente, potrebbe pure risultare utile a qualcuno.

L'unica speranza invece per le sue vittime, è che l'ultimo ospite in ordine cronologico si incazzi e faccia chiarezza. La consapevolezza è l'unica arma efficace contro gli intrusi. Fare luce sui meccanismi in gioco automaticamente rompe gli ingranaggi e interrompe le dinamiche perverse.

E tu, che intruso sei?
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09 luglio, 2020

RICOPRIRE POI CON ACCIAIO, PIOMBO E CALCESTRUZZO

L'inferno esiste ed è la mia famiglia. E la città che la ospita e le persone che la circondano. Lo è l'umanità. Siamo noi, sono gli altri e non esiste male peggiore di quello che può farti un altro essere umano.

Esistono poi piccole bolle di paradiso, molto simili ad illusioni che crei con le persone che ami, che ti vogliono bene. Piccole realtà in cui ricaricarsi, leccarsi le ferite e sentirsi che vivere non è poi così male. 

Dopo aver visto la serie su Chernobyl, una immagine ha preso forma dentro di me: la mia famiglia e la mia città di origine come una centrale nucleare esplosa.

Le radiazioni fuoriuscite arrivano fin qui nella bolla, ma attenuate... riesco a distrarmi anche se mi sento ferita a morte dopo ogni visita.

Tornare dai miei è sempre devastante. Avvicinarmi alla mia città e ai miei è rischioso per me tanto quanto avvicinarmi pericolosamente ad un reattore scoperto di una centrale nucleare: vengo divorata da dentro. E mentre sono lì quasi non mi accorgo di nulla finché non è già troppo tardi.

E' vero che si sente parlare dei maltrattamenti al telegiornale ma per molte persone devono sembrare cose che capitano lontano da loro. In un altro spazio-tempo, nei film soprattutto. E quando uno dice di averne vissuti, pensano che esageri, che certamente te la racconti, che la vita non è il telegiornale, che loro stanno anche peggio, in fondo tu hai qualche dono invidiabile, mentre loro si sentono mediocri. Non può esserti andata poi così male. Stronza.

Ieri sera ho visto un film su dei prigionieri di guerra. Mi ha colpito il confronto tra i prigionieri appena catturati e gli altri lì da anni ridotti a pelle e ossa. I primi, i più consapevoli, vorrebbero mettersi subito all'opera per tentare di fuggire; i secondi li boicottano perché hanno paura di peggiorare la loro condizione. Ma sono quasi morti. 

Eppure funziona proprio così. Un prigioniero non tenta la fuga perché teme di peggiorare la propria condizione, ovvero di subire torture peggiori di quelle che è in grado di sopportare e che ha sopportato fino a quel momento e di cui non percepisce il naturale incremento graduale. Crede forse che si salverà, anche se non sa per quale ragione.

Mia madre mi ha tenuto in pugno finché non ho capito che non esistono regole e limiti alla sua cattiveria. Che non è vero che verrai risparmiato se rispetterai le regole, che non è vero che esistono conseguenze peggiori di quelle che stai già pagando e che a malapena sopporti. Perché è nella natura stessa del carnefice annichilire e per forza sarà sempre peggio ogni giorno che passa. Ti consumi un giorno per volta, anestetizzato da una falsa promessa di tregua. Una tregua che non arriverà mai, un traguardo che si sposta continuamente in assenza di pietà. Ma la speranza si nutre di quella bugia: che esista una fine alla tua sofferenza, che ci sia una logica in cui entrare e grazie alla quale uscirne vivo. Per questo ti illudi mentre muori lentamente. Quando lo capisci, allora ti ribelli. Se non lo capisci, è certo che muori. Pure se il corpo rimane. E io stavo morendo nell'illusione di una liberazione che non sarebbe mai arrivata.

Non c'è una logica salvifica. Il carceriere, per sua natura, sa solo fare e tenere prigioniero l'altro, non è in grado di costruire una relazione alla pari per il solo fatto che è capace di tenere qualcuno oppresso e di torturarlo al bisogno. Di ucciderlo.

Ho passato la vita in questo inferno e nell'incomprensione dei familiari intorno. Alcuni prigionieri della stessa illusione. Sono passata persino per ingrata quando, da sola, sono riuscita ad allontanarmi da tutto questo. Nessuno mi ha riconosciuto la sofferenza patita. 

Nella nostra società è facile finire per non essere creduti, per essere umiliati, incompresi e lasciati soli.
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10 giugno, 2020

LIMITI E INTERPRETAZIONI

Nella teoria, il limite di velocità consentito su una strada indica la velocità massima che i veicoli possono raggiungere su quel tratto, sia che siano guidati da Michael Knight o da persona comune; se su quello stesso tratto di strada non ci sono tutor, autovelox o pattuglie, comunque non è possibile andare più veloci, mentre, volendo, si può andare più piano, senza per questo essere colpevoli di illecito...
Nella pratica, invece, pare essere un obbligo andare sempre al massimo della velocità consentita e superare il limite, più o meno a seconda di quanto si è vicini a Dio l'Onnipotente nella scala sociale. 

Se non hai fretta e guidi tranquillo, sei un irritante sfigato, un perdente, un miserabile. Mentre gli aspiranti Dei, sfigurati dallo sforzo di elevarsi dalla condizione mortale, sono gli unici furbi in un mare di idioti. Se poi guidi una utilitaria, non sei proprio degno di percorrere la stessa strada. 

L'argomentazione classica è che loro sono capaci di guidare, quindi, se anche vanno molto veloci, hanno il controllo della macchina, a differenza della maggioranza delle persone. Secondo gli aspiranti Dei, i limiti di velocità sono rivolti solo a chi non sa guidare, tutti sostanzialmente, a parte loro. Salvo poi saltare in aria e piangere su un ostacolo imprevisto, come un cinghiale, un sasso, un bambino, qualcuno che si sposta bruscamente per evitare il camion fermo a cui è scoppiata una gomma. Ma si può sempre tentare di fare causa al Comune, reo di non controllare l'imponderabile, se si sopravvive.

Secondo questa logica egocentrata, se ti trovi in tangenziale dove il limite è di 90 Km/h, se sei colpevole di guidare una utilitaria e di osare di frequentare la corsia di sorpasso riservata agli Dei, quando arriva Supercar dietro di te ai 240 km/h,  pure se a destra hai una fila continua di macchine e camion, è comunque tuo dovere smaterializzarti, scomparire all'istante, nel momento preciso in cui Kitt ti ha sfanalato la prima volta -con adeguato anticipo- quando era ancora a 100 metri, distanza che ha bruciato alla velocità della luce. 

Deve essere avvilente stare in un mondo popolato da disgraziati e utilitarie, mentre tu sei Dio in terra anche se poi muori come gli altri tra atroci sofferenze negli incidenti. Ma forse più spesso li provochi dietro di te. Quindi, più che Dio l'Onnipotente, sei una grandissima, esaltata testa di cazzo fuori controllo.  

In fondo devi sentirti un po' solo a correre in ogni momento, a sfuggire da tutto, un po' stanco ad aggredire continuamente il tuo prossimo.

Di quale rispetto potrai mai essere capace tu che, seduto al volante del tuo macchinone, insulti chiunque pesantemente e senza ragione?

La perversione più in voga tra gli aspiranti Dei è quella di incollarsi alla macchina che si vorrebbe eliminare, superarla a destra dopo aver obbligato le macchine sull'altra corsia ad evitarlo, mentre lui vive un duello in una allucinazione. Passare poi ad un millimetro dalla carrozzeria di suddetta macchina di merda e ripetere il giochino perdendo pure la propria uscita, letteralmente perseguitando il malcapitato finché il traffico finalmente non lo obbliga a tornare alla realtà. Forse è il loro unico modo per avere una erezione.

Forse è una sindrome... cresciuti dalla fredda tecnologia non si è più in grado di relazionarsi col mondo se non a forza di clacson e sfanalate allo xeno, dopo le quali gli altri intorno rimangono ciechi condannando lo sfanalatore compulsivo a non essere visto per l'esserino bisognoso di affetto che è. Per fortuna perché non c'è molto da fare ormai per lui. 

Si vedessero allo specchio in quel momento: gradassi, prepotenti, incazzati, sfigurati dalle smorfie e in preda alla furia. Brutti, orrendi, insoddisfatti di tutto e tutti che sfogano la propria rabbia su chiunque gli capiti a tiro. Gente che avrebbe vissuto bene come aguzzino nei campi di concentramento e che in epoca moderna, nella nostra società, non possono che accontentarsi di tormentare il prossimo ogni volta che ne hanno l'occasione. Protetti dalla super corazza della loro Supercar, perseguitano tutte le utilitarie che danneggiano la loro razza superiore.

Viste le frequenti interpretazioni emotive del codice della strada, si potrebbe proporre che il corso di scuola guida preveda un pacchetto di ore dallo psicoterapeuta per poter conseguire la patente. Sarebbe una bella selezione! Patente che potrà essere rilasciata con "guida vigilata" a seconda del livello di irritabilità riscontrata e soggetta ad eventuale ritiro immediato a fronte di attacchi d'ira di quel tipo. Contestualmente alle lezioni di guida, sulle precedenze e alle prove di parcheggio, si faranno simulazioni delle tante situazioni irritanti per questi soggetti, in particolare dovranno stare in coda dietro utilitarie e dimostrare di saper rallentare; si farà inoltre presente l'importanza della gentilezza, del rispetto, dell'attenzione e pazienza come atteggiamenti necessari alla guida e alla vita stessa.

La gentilezza è un valore perduto ormai. Siamo tutti 'usa e getta', in lavori e relazioni, nei rapporti interpersonali. Oggetti di consumo.

Ad ogni modo, se quelle misure non bastassero a contenere l'ego di questi automobilisti dai nervi fragili,  si potranno attrezzare le utilitarie con scritte scorrevoli sul lunotto posteriore: 

  1. 'Ciao Michael Knight!' 
  2. 'Attenzione: rischio di frenata improvvisa'. 
  3. 'Non sapevo di essere sul set di James Bond!'. 
  4. 'Tom Cruise riesce a guidare sulle due ruote laterali, e tu?'. 
  5. 'Non eri abbastanza bravo per la Formula1, eh?!". 
  6. 'Attenzione: sono positivo al Covid, se insisti freno all'improvviso, mi tamponi e quando scendiamo dalla macchina, ti tossisco in faccia'. 
  7. 'Lo so, fa rabbia essere Dio in un mondo di persone comuni'. 
  8. 'Non sapevo questa fosse la tua corsia preferenziale'. 
Accetto suggerimenti per le scritte...

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FILM INDIPENDENTI

Un figlio, se lo fai, resta. Ai miei non lo avevano detto! 

A volte le cose non vanno come ce le immaginiamo. Un amore, una amicizia... ma, se fai un figlio, dovrebbe passarti per l'anticamera del cervello che avrai degli impegni e delle responsabilità almeno per un certo tempo.

Eppure, sorpresa, qualcuno non solo proprio non se ne sente responsabile per nulla di quel figlio, ma riesce pure a sbolognarlo e a interessarsene solo per tormentarlo. Una specie di giochino su cui sperimentare il potere smisurato che ha un genitore.

Adesso, va bene essere distratti, ma totalmente coglioni no. E che cazzo.

I miei genitori sono entrambi coglioni purtroppo. Due su due. Vero che chi si somiglia si piglia: due imbecilli privi di senso della realtà, preoccupati solo di apparire... non si sa poi a chi dovrebbero interessare. Anche se una idea oggi me la sono fatta.

Eppure si svegliano ogni giorno convinti di avere dei diritti, una dignità e un valore. 

Ma sì, perché in realtà hanno preso la vita come un gioco dove le mosse sono puramente irrazionali e senza senso, tanto la realtà non esiste per loro. E' una cosa che inventano e adattano alle loro necessità, una cosa a metà strada tra una allucinazione e ad un film.

Così ho subìto due abbandoni importanti, sùbito all'inizio, e tanti abbandoni ripetuti e sistematici lungo tutta l'infanzia e l'adolescenza.

Mia madre, da madre, almeno ha provato a spiegarmi, un po' sbrigativamente, che non valevo niente per lei, che mio padre se ne era lavato le mani di me e così si sentiva in diritto di fare lei. Lo considerava un discorso sulle pari opportunità! Vedi, a volte, gli equivoci! 

Pazienza. 

Il fatto è che mi ha rotto il cazzo per tutta la vita quando le girava e senza fare la parte positiva che dovrebbe fare un genitore, indipendentemente da quello che fa l'altro! 

Macché. Il contatto corporeo con me la inorridiva, salvo venire a prendersi una cosa che assomigliava ad un abbraccio, credo, quando le pareva. Era sempre sotto forma di tormento e gioco sadico, una roba che nessun altro essere vivente avrebbe mai scambiato per affetto. Solo a lei pareva normale. Deve essere cresciuta su un altro pianeta.

E poi periodicamente raccontava di me al compagno di idiozia, mio padre, e lui le diceva di dirmi di chiamarlo. 

[Sconcerto, il mio!]

Così ho realizzato di aver vissuto un "Truman Show" di terza categoria.

Tutto ha senso se ambientato in un film, dove succedono le cose più incredibili perché ci sono gli effetti speciali. Così si spiegherebbe perché per loro è tutto così easy: sono attori che recitano un copione.

Io però devo essermi addormentata, perdendo qualche passaggio logico della storia che interpretano perché nella recita, da che ho memoria, non rendono le emozioni, sono mono espressivi e non si capisce un cazzo di quello che fanno.

Credo che sia andata così: un regista di ultimo livello ha dato loro la parte dei genitori in un film inizialmente di natura confusa, ibrida, mista tra romantico e dramma. Loro poi erano attori scarsi ma per questo economici... forse riciclati dal porno. Penso che il film sia stato un fiasco perché i miei genitori non sono riusciti ad interpretare la minima consapevolezza della loro genitorialità. Forse nessun regista ha spiegato loro che dopo aver fatto un figlio, per quanto in una finzione, avrebbero dovuto occuparsene poi. 

Invece nella storia un po' nevrotico/erotica e un po' dramma, ad un certo punto nasco io: lo spettatore è portato dunque ad immaginarsi un seguito a tre, mentre, improvvisamente, cambia la scena e si vedono solo loro due. Forse un colpo di scena! Loro dicono di fare i genitori ma non lo fanno. Il film si trasforma da pseudo Romantico a patetico Osceno. La trama si svuota, gli attori sembrano improvvisare una specie di delirio, ognuno per conto proprio. E lo spettatore rimane completamente spiazzato. Pure il figlio. Che cerca così di farsi adottare dallo spettatore ma senza successo.

Il film continua ed è sempre più avvincente per chi guarda perché è agghiacciante e, forse, in questo, meritevole di un premio per il coraggio a continuare a darsi da fare. E' assolutamente senza senso, di qualità talmente infima nella recitazione, nella scenografia, negli effetti speciali, da tenere incollati gli spettatori, curiosi di vedere la miseria fin dove può arrivare. Il regista forse è morto durante le riprese e il film ha continuato da solo.

Primo caso di film che vive di vita propria. Altri registi hanno provato a prendere in mano la regia ma hanno fatto solo un grandissimo casino. Il figlio si vedeva dentro allo schermo, ora che evitava di venire colpito per errore dai movimenti maldestri dei due genitori, ora con le manine e il visino appiccicato allo schermo invisibile a metà tra realtà e finzione. E' intrappolato lì, sul confine. Nè dentro, né fuori.

Poi è sparito. Ogni tanto ricompare per errore e i due lo usano come straccio per pulire e poi scompare di nuovo. Chissà che fine farà...

Che film di merda.
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08 giugno, 2020

LADY DEATH

Nel mio paese non vogliamo morire. Mai. Così ce le inventiamo di tutti i colori per vivere o far vivere un giorno in più i nostri cari e, piuttosto che morire, accettiamo di vivere una vita penosa a trascinarci dal letto al divano anche solo per stare 12 ore davanti alla televisione, quando va bene, se non rimanendo direttamente a letto a sperare di dormire. Tutto questo perché non si sa mai che si decida improvvisamente di vivere come non si è mai fatto in tutta la vita.

Arriviamo al punto di ingurgitare cocktail di decine di farmaci e di dipendere in tutto e per tutto da una badante. Ma forse, a quel punto, non siamo già più padroni della nostra vita, l'abbiamo data in franchising alla cara Signora.

Ad un certo punto la vita è per lo più una condizione di veglia anestetizzata e priva assolutamente di stimoli, emozioni e affetto, anche perché i familiari, spesso già incastrati in mille compromessi, nelle loro brevi e penose visite, ripetono solo che non devi fare niente… non fare sforzi, non fare un solo passo, non prendere iniziative, non osare di fare nulla,  pensa a tutto Lady Death, perché solo così non muori e loro non si sentono in colpa.

Insomma, devi solo sopravvivere e continuare a svegliarti il giorno dopo, rassicurando così gli altri che hanno fatto un buon lavoro. 

Molti genitori fanno lo stesso coi figli. Li nutrono, li portano dal medico, li lavano e vestono, comprano loro dei contentini e poi li piazzano davanti alla tv, a sopravvivere, perché ogni altra attività comporterebbe un rischio di delusione, oltre che una faticosa partecipazione attiva alla vita. Così sono certi bravi genitori, esattamente come sono bravi figli, impegnati a far sopravvivere tutti e, spesso, incapaci di vivere loro stessi.

Così, arriva il momento in cui ti presentano Lady Death, colei che gestirà il tempo del tuo  trapasso, la tua personale traghettatrice dall'al di qua all'al di là, spesso raffigurata come una donna corpulenta, generalmente sopravvissuta a terribili abusi nel suo paese per essere pronta a sacrificarsi con determinazione sul tuo talamo pur di emanciparsi da quella condizione. E poi nel mio paese ci sono più vecchi che bambini e i vecchi offrono il vantaggio che i loro sintomi di disagio possono essere ricondotti al loro stato di salute generale e non al rapporto di lavoro. Almeno in questo senso non fanno danni trigenerazionali come succede quando per sbaglio Lady Death non trova lavoro come badante ma come baby-sitter. Volendo puoi anche vendicarti di quella stronza di tua madre affidandola a lei nella versione integrale.

Eccola, Lady Death: una signora apparentemente gentile, di età indefinita e sangue freddo, così freddo che ti stupisci che possa circolarle qualcosa nelle vene. E, mentre le parli, inizi a sentire come un soffio freddo dietro alla schiena.

Eccola in tutto il suo agghiacciante splendore. Se sei fortunato avrà conservato un po' di umanità. Altrimenti sarà come vivere in un lager al tempo dei nazisti. Lady Death è lei stessa una sopravvissuta ai peggiori inferni e non ci andrà molto per il sottile. Ha dovuto lottare per rimanere viva e nessuno l'ha aiutata amorevolmente quando agonizzava. Se ti sei ficcato in quella condizione senza lottare, tanto peggio per te. Persino la sua educazione è avvenuta in perfetto stile "pedagogia nera". Insomma, Lady Death ci diventi dopo un certo addestramento, mica improvvisandoti.

Lady Death si riconosce per la sua particolare sensibilità di parlare di fronte al suo cliente, che considera già morto, di tutte le persone che ha accompagnato alla fine, non mancando di descrivere il loro ultimo viaggio insieme nei dettagli, compreso il più macabro, quello in cui il suo cliente si contorce per l'ultima volta e lei lo lava tutto per bene e lo fa trovare bello pulito e vestito pronto per il funerale. Queste sono le esperienze che quando le racconta fanno una buona impressione, evidentemente.

Generalmente, Lady Death avrà un nome finto, più o meno sempre uguale tra colleghe, Gabriela Mariana Caterina, come se fossero tutte una unica persona, Lady Death, appunto. Un personaggio familiare perché perfettamente inserito nella tradizione popolare e che prende forma prima nella fantasia e solo dopo nella realtà. Lady Death ha poi una sua immagine apparente: capelli cotonati stile Zia Assunta Iannantuono in Cacace del telefilm "La Tata", stesso suo abbigliamento anche se ha meno di 50 anni e vive ai giorni nostri, almeno nelle ore diurne, profumata e risoluta a prendere tutto il possibile.

Quando hai visto Lady Death poi vorresti morire ma ormai non puoi più, non disponi più di te stesso. E' lei la tua sola e unica padrona. E' lei che deciderà quando tirerai le cuoia perché da adesso in poi sarà lei a garantirti le funzioni vitali.

In bocca al lupo allora! Chissà se vale la pena continuare a vivere insieme a Lady Death. Forse vale la pena una riflessione su come viviamo prima che suoni al nostro campanello.
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05 giugno, 2020

KILL BILL


Certe relazioni meriterebbero un finale, simbolico ovviamente, come questo! Rapporti malati che originano da un disequilibrio, uno sbilanciamento dei poteri; rapporti verticali, dunque, dove i ruoli sono rigidi e ben definiti: manipolatore/padrone/oppressore/carnefice/sadico e manipolato/schiavo/oppresso/vittima/masochista. Entrambe personalità dipendenti, pilotate da bisogni primari insoddisfatti e inconsci.

Kill Bill rappresenta per me un percorso simbolico di liberazione dalla condizione di dipendenza di uno dei due protagonisti (Beatrix Kiddo), mentre l'altro (Bill appunto) cerca di mantenere la posizione di dominio, prima utilizzando la manipolazione, il ricatto morale, poi, attraverso la violenza.

Tutto il film simboleggia una condizione esistenziale tipica dell'uomo: una relazione  fondata sulle debolezze, messa in crisi da un evento significativo al punto da generare una sana evoluzione in uno dei due partner e una feroce rabbia proiettiva nell'altro. Kill Bill racconta anche della difficoltà e della fatica necessarie ad una reale e profonda "liberazione" da legami perversi.

Chiunque abbia vissuto un percorso di crescita, per quanto inserito in una realtà meno traumatica, può riconoscersi nella protagonista.

Il processo di liberazione può essere anche molto doloroso sul momento ma genera un cambiamento positivo irreversibile.

E' dunque auspicabile riconoscere e affrontare il proprio "Bill" interiorizzato, qualunque aspetto abbia. "Ucciderlo" simbolicamente, con la consapevolezza del proprio valore e della propria forza emotiva, con l'uscita dalla dipendenza. 

A questo scopo esiste il desiderio di cambiare, innanzitutto, il muoversi alla ricerca, e la psicoterapia, poi, per orientarci e strutturarci, imparando così a camminare nella giusta direzione. Per sistemare i "Bill" reali che ci perseguitano, invece, esistono prima di tutto la fuga appena possibile, l'attivazione di adeguate strategie di autoconservazione e la ricerca di aiuto. Uccidere, nella realtà, persino quando siamo perseguitati, tormentati, gravemente torturati e minacciati, creerebbe successivi ulteriori problemi di coscienza, etica e morale oltre che di libertà personale. Le molestie morali sono difficilmente dimostrabili. E questo i persecutori lo sanno bene. Dobbiamo quindi fare i conti con il principio di Realtà, il nostro Super-Io e le regole della nostra società, anche quando sono poco efficaci o addirittura insufficienti. La vita va protetta, difesa e continuamente garantita da noi stessi, innanzitutto attraverso la consapevolezza, il più efficace garante del rispetto dei propri diritti. 

A questo ho pensato vedendo Kill Bill… E di tutti i "Bill" incontrati nella mia vita, dedico questo pensiero e questo film a M.P.: hai detto bene quando, realizzato che avevi perso il tuo giochino, ti sei definito un mostro. Una consapevolezza durata un nano secondo, immagino, ma ormai non più un mio problema. Quanto ti somiglia, fisicamente, David Carradine e, psicologicamente, il personaggio che interpreta in Kill Bill! Stessa spietatezza, fino all'ultimo! Hai persino tentato la mia distruzione finale ma io, come Beatrix, durante il mio addestramento, evidentemente avevo imparato la tecnica di esplosione del cuore con cinque colpi delle dita e l'ho usata, mio malgrado, per difendermi. Perché per me sei morto. Il nostro duello finale assomiglia molto al loro anche se giocato tutto con le parole, parole affilate come lame.
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31 maggio, 2020

I RACCONTI DI TATA OLIVYA

C'erano una volta due bimbe molto speciali.

Anais era la sorella maggiore ed Eloise la sorella minore. Ma, a volte, Anais era la sorella minore ed Eloise la sorella maggiore. Dipendeva dal momento.

A volte avevano 5 e 3 anni, ma a volte erano delle bebé o addirittura dovevano ancora nascere.

Alcune volte erano invisibili, altre facevano la palla e ci rimbalzavi contro oppure correvano velocissime e non le raggiungevi mai. Quelle volte era davvero difficile prenderle. Per fare giocare Tata Olivya, le due bimbe spegnevano i poteri magici ma li riaccendevano poco dopo e Tata Olivya dopo un mese con loro era pronta per le olimpiadi!

Insomma, ogni giorno era speciale.

Anais poi aveva tantissimi capelli con cui si facevano dei super codini perché non facevano nodi; Eloise aveva i capelli biondissimi con i quali invece si facevano dei super nodi. 

Che fosse Anais od Eloise, spazzolarle era una impresa: tra i poteri magici, i muscoletti allenati e i bomboloni che mangiavano a colazione, le due sorelle scappavano via velocissime senza esitazione.

Chissà se Eloise a forza di correre via e fare nodi coi capelli si taglierà i capelli corti come quelli di Tata Olivya appena troverà posto dalla parrucchiera...

Anais aveva la pelle dorata e pareva croccantina. Sembrava buona da mangiare tanto era doratina! E con tutti quei capelli belli e folti, al sole del mattino, quasi non le serviva il cappellino.

Eloise aveva la pelle chiara chiara, come quella di Tata Olivya quando era bambina... anzi, come quella di Tata Olivya pure quando era grandina! Perché Tata Olivya era bianchissima! Così Eloise e la Tata si spalmavano di crema solare protezione 50+, con l'aiuto di Anais che queste necessità non le aveva ma che comunque dal troppo sole si proteggeva. Anais faceva le bolle con la crema: piccole per il viso, grandi per braccia e gambe. E la Tata ed Eloise spalmavano, spalmavano.

A Tata Olivya piaceva moltissimo giocare con le due bimbe: insieme costruivano capanne coi legnetti, disegnavano bambini con i sassi, giocavano con i cerchi e il paracadute e persino col divano della sala ma, soprattutto, giocavano ad acchiapparella.

A piedi nudi  o con le scarpe, le due bimbe con la Tata si rincorrevano, si assaltavano e infine si rotolavano sull'erba. Soprattutto quando le due bimbe rubavano il cappello preferito alla Tata. Così un giorno la Tata portò 3 cappelli ma lo stesso se li rubavano in continuazione.

Anais ed Eloise erano proprio due bambine in gamba!

Anais sapeva andare in bicicletta meglio del ciclista che l'aveva quasi travolta sulla ciclabile davanti a casa (la bimba aveva dei riflessi da gatto e così ha evitato l'impatto!). Ed Eloise scorreva via sul suo monopattino come Flash, spingendo tutto col piede sinistro, un piede fortissimo! Una leggenda narrava che Eloise mettesse male i piedini e inciampasse spesso ma era solo una leggenda! Certo, ogni tanto Eloise cadeva lanciando urla agghiaccianti ma in realtà non si faceva mai molto male perché era fortissima. L'urlo poi era magico perché guariva tutte le ferite e subito ripartiva a correre.

Anais ed Eloise erano velocissime, tranne quando erano lente! Ad esempio, erano lentissime certe volte che Anais non voleva mettersi il casco e si trascinava sul marciapiede come una lumaca triste, oppure quando Eloise si impuntava per cose incomprensibili per un adulto ma certamente molto importanti per un bambino. Tipo perché doveva tenere in mano un pupazzo o un mazzo di fiori mentre guidava il monopattino. Quelle volte lì ci volevano tipo due ore per fare due metri. Anais allora aspettava ad ogni incrocio o faceva il giro intorno a loro in bicicletta, sempre, tranne quando c'era troppa gente perché rischiava di scontrarsi ma ormai lo sapeva, la Tata lo ripeteva in continuazione!

Anais ed Eloise andavano un sacco d'accordo. Ma ogni tanto litigavano, come tutti i fratelli, le sorelle, i bambini in generale. Ma loro sapevano litigare bene! Succedeva così: un minuto di dispetti di vario genere e sorta, dallo stropicciamento di nasi alle tirate di capelli con arruffamento. Una specie di temporale estivo che arrivava all'improvviso e poi tutto tornava come prima. Erano bravissime a fare il temporale estivo. Dopo erano più sorelle di prima.

Anais capiva molto bene Eloise perché c'era già passata dalla sua età. Eloise sapeva assecondare Anais perché, anche se non c'era già passata dalla sua età, si era fatta insegnare come fare a passarci. Così le due sorelle riuscivano a giocare insieme. 

Anais era la primogenita quindi, prima che nascesse Eloise, era figlia unica e non aveva sorelle a cui insegnare cose, con cui giocare o litigare. Eloise era la secondogenita ed era da sempre abituata ad avere Anais vicino a lei. Così, mentre Anais insegnava tutti i trucchi della vita ad Eloise, Eloise insegnava ad Anais a condividere. Insomma, Anais ed Eloise erano molto fortunate perché una aveva l'altra e viceversa. E potevano imparare insieme.

Un giorno Anais, scrutando l'acqua del laghetto che faceva venire voglia di tuffarsi, disse di voler essere una tartaruga d'acqua per nuotare tutto il tempo; ed Eloise, riflettendo sulla necessità di stare attenti quando si cammina per le strade della città, disse che infatti non voleva morire prima di aver finito di giocare perché se no non valeva.

Insomma, Anais ed Eloise erano due bimbe molto speciali e a Tata Olivya mancheranno tantissimo.

Però le due bimbe sanno che la Tata vive in mezzo al bosco e quando vorranno potranno andare a trovarla.

A presto bimbe belle!
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21 maggio, 2020

LE RELAZIONI PERVERSE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Prima parte della FASE 1

Mentre si gridava alla morte e al picco, io mi sono ritrovata fuori, a causa della mia dipendenza affettiva, a cercare di aiutare la mia patologica famiglia, in difficoltà perché vecchia e invalida e abbandonata, per precauzione, dai servizi domiciliari. Per venti giorni ho sbattuto la testa contro porte chiuse e teste dure. In un momento mi sono ritrovata prigioniera della perversione della mia famiglia con la compiacenza delle ordinanze.

Seconda parte della FASE 1

Fuga dall'inferno, finalmente a casa, sintomi, malattia e guarigione. Ancora una volta la malattia accorre in mia salvezza dal morire di sensi di colpa per aver abbandonato la mia famiglia per salvare me stessa. 

Fin qui tutto bene. Affrontavo un giorno per volta. Avevo tante cose di cui occuparmi che giustificavano la mia difficoltà a distrarmi. Eppure qualcosa ho letto.

Poi è arrivata la FASE 2

Man mano che si avvicinava il 4 maggio, io stavo sempre peggio. L'apertura mi avrebbe esposta nuovamente al possibile riavvicinamento alla mia famiglia. Come se mi avessero tolto il mantello dell'invisibilità e contemporaneamente mi avessero costretto ad indossare l'anello del Signore degli anelli, di nuovo venivo esposta al male della mia famiglia. Mia madre dice che ci vedremo appena possibile, dal tono credo lo consideri un diritto materno; per la prima volta in tutta la mia vita, sembra curiosa di sapere come sto... considerato che quando ero dai nonni, mi tossiva in faccia dicendomi che era tosse cronica... sospetto un contagio fraudolento da parte sua. Ha fatto di peggio, e questo, se avesse funzionato, sarebbe stato l'omicidio perfetto. Farmi star male le ha sempre procurato un grande piacere. Il lutto, poi, sarebbe un dono prezioso per lei, un'altro pretesto per farsi commiserare e ricevere attenzione. Non le resta che tornare a sperare che mi venga qualcos'altro, ma potrebbe richiedere tempo e potrei sempre tirare avanti, come lei ha fatto per 20 anni col suo cancro, cancro che inizio a credere sia lei stessa in persona. Il cancro della mia vita. Che fatica avere soddisfazione da questa figlia che cerca di vivere nonostante il suo impegno a spegnermi.

Adesso sì che non riesco più a leggere e che faccio incubi tutte le notti. Dopo 8 anni di silenzio, difficile da ottenere fuori e dentro di me, avermi per 20 giorni alla sua mercé l'ha fatta sentire potente. Ha rinforzato la sua fiducia nel suo potere di farmi soffrire fino a distruggermi, la mia sfiducia nel potermi salvare, esattamente come il coronavirus può rinforzare la sua carica virale. 

Cosa mi terrà lontana dal male e mi darà il coraggio di salvarmi? Quando tornerò a leggere, facendomi trasportare lontano dall'immaginazione e da nuovi pensieri?
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07 maggio, 2020

ANGOSCIA E COSCIENZA

Da quando l'uomo ha "coscienza di sé", si è continuamente posto il problema di come utilizzarla… con scarsi risultati mi pare per adesso considerato quello che succede nel mondo.

La storia dell'umanità è un susseguirsi di prepotenza, violenza, prevaricazioni del più "forte" sul più "debole".

Il più forte solitamente è meglio "nutrito", dispone di una tecnologia più avanzata e, nel confronto con il più debole, sceglie di prevaricarlo per dimostrare a sé stesso il diritto a continuare ad esistere.

Che questo atteggiamento sia derivato dai nostri antenati e dall'evoluzione o sia un effetto collaterale dello sviluppo della coscienza, per me rimane da capire.

Istinto e coscienza sono entrambi influenzati dalle esperienze che facciamo fin da neonati. Molte reazioni immediate che abbiamo da adulti sono il risultato di un apprendimento di come sia il mondo esterno da quando siamo ancora nella pancia.

L'essere umano, nei millenni, spinto dall'istinto di sopravvivenza, ha messo a punto elaborate strategie grazie alle quali ha potuto sfruttare gli elementi del suo ambiente a proprio vantaggio. Il vantaggio della comunità deriva dalla spinta al vantaggio individuale. Senza gli altri non ci sarebbe una individualità ma soltanto la morte.

Eppure, una volta creata una comunità, la spinta individuale ci spinge con forza di nuovo all'autoaffermazione. Talvolta l'autoaffermazione è fonte di benessere per la comunità, altre, no. L'uomo tende ad usare gli altri ben oltre le necessità di sopravvivenza. Gli altri sono anche un limite oltre che una ricchezza. La comunità può ferire profondamente il singolo fino a distruggerlo.

Ogni individuo trova protezione e limitazioni all'interno della propria comunità, limitazioni dovute alla complessità del mantenere una comunità viva e prosperosa nel rispetto dell'individualità di ogni singola persona.

Se la protezione dal pericolo dell'ignoto e della morte è efficace e l'autoaffermazione è possibile nei limiti della comunità stessa, allora la convivenza sarà ancora possibile, per quanto migliorabile.

Ma se gli obiettivi specifici dell'uno e dell'altra non trovano terreno comune, avviene una rottura.

Esiste poi l'angoscia. Difendersi dall'angoscia può essere molto difficile.

Gli altri possono rappresentare l'occasione per sentirsi onnipotenti e l'onnipotenza è la medicina più efficace contro l'impotenza, la nostra angoscia esistenziale più profonda.

Evidentemente l'essere umano è generato nella paura e nell'angoscia che sono anche la sua sostanza.

Se così fosse, quantomeno il male a cui assistiamo o di cui siamo vittime avrebbe una spiegazione.

Il principio di realtà non è sempre stato lo stesso nella storia dell'umanità… esistono poi realtà molto differenti. Sopravvivere può richiedere sforzi più o meno grandi e ciò può determinare differenze anche molto grandi tra le comunità di individui.

La storia dell'umanità è una continua ricerca di equilibrio tra individualità e comunità. 

Credo che all'origine di tutto ci sia una angoscia terribile e che questa abbia determinato la brutalità a cui assistiamo ogni giorno in ogni parte del mondo e quella che abbiamo studiato sui libri che raccontano la storia dell'uomo.

L'essere umano ha dunque una spinta profonda che lo spinge ad agire con violenza al senso di angoscia.

La coscienza ci aiuta, se nutrita. Aiuta a disinnescare quei meccanismi di difesa estremi, a cambiarne la regolazione.

Un lavoro che inizia dal concepimento e continua fino all'età adulta. Dopo è sempre possibile intervenire ma è tanto più difficile quanto più povera è la coscienza.
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05 maggio, 2020

PANDEMIA ESISTENZIALE

Personalmente è come se avessi vissuto più di una pandemia nella mia vita.

Ho passato più volte lunghi periodi chiusa in casa per tutelarmi da un nemico invisibile ma reale quanto il coronavirus. La capacità di fare del male che è in ognuno di noi potrebbe assomigliare ad un virus: non la vedi, tutti potrebbero essere positivi per quanto asintomatici, non ha confini finché non li strutturi... e non sai quando l'hai incontrata finché non inizi a stare male.

Quindi sì, mi sono fatta diverse quarantene in vita mia, ogni volta che il mio corpo non sopportava più l'esposizione al male dell'altro, forse perché emotivamente fragile rispetto alla cattiveria, avendone vissuta tanta in infanzia e adolescenza.

A pensarci bene io adesso non ho paura del virus, che ho già preso, ma della cattiveria degli altri scatenata dalla loro angoscia e di cui non mi è mancata esperienza in questi due mesi di travagli. Ho paura dell'umanità, umanità che qualcuno aveva già assimilato per comportamento proprio a quella dei virus...

E voi invece? Di cosa avete paura? Com'è non essersi ammalati e non sapere come potrebbe essere passarci?
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LA VERITA' CHE SI NASCONDE DIETRO OGNI NOTIZIA FALSA

Sui social stanno girando messaggi di persone che si dichiarano medici testimoni di verità scomode che vengono censurate in nome del profitto.

Che il profitto sia ciò che muove il mondo non sarebbe una novità. Niente di cui stupirsi. 

Chissà se ogni ospedale e ogni medico non abbia fatto a modo suo poi in ogni singola realtà... mi pare che ognuno abbia avuto esperienze molto diverse in questa pandemia, per fortuna. Chi di solidarietà, chi di disumanità. Sono successe tante cose brutte prima ancora di pensare alla morte. Ma brutte brutte. Quindi sì. Magari quella storia che gira non è vera ma che storie così siano all'ordine del giorno non dovrebbe stupire. Non serve andare molto lontano e gli ambiti sono i più disparati: aziende che avvelenano città, città e persone abbandonate dopo il terremoto, ecc, ecc. Avete fatto un giro nelle zone colpite da terremoto? Ascoltato le testimonianze di chi è sopravvissuto e lotta tutti i giorni per ricostruire senza successo? 

Non servono le storie inventate per scandalizzarsi, bastano quelle vere e basta uscire di casa per impararne sempre di nuove. Andrà tutto bene finché non si è colpiti in prima persona. Poi vedi che non va bene per un cazzo. E allora ci si dispera. 

Dopo aver rischiato di veder sterminata tutta la mia famiglia per come siamo stati trattati dal personale sanitario innanzitutto, e dopo aver condiviso un flash-mob con gli stessi che il giorno dopo insultavano la gente dai terrazzi... onestamente non credo ci sia molto di cui andare sereni. 

Se avesse ragione il tipo lì che grida alla censura, sarebbe solo una goccia in mezzo al mare. Lo stesso mare di merda e plastica che piangiamo mentre lo insozziamo.

La verità che si nasconde dietro ogni notizia falsa è che nessuno è garantito per diritto di nascita, che bisogna tenere gli occhi aperti, conoscere la realtà in cui viviamo e imparare a difenderci.
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