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29 luglio, 2024

IN UN MARE DI SENSI DI COLPA

Quando arrivo da lei, dopo anni di distanza e di silenzio, ha la bocca spalancata per cercare di respirare, gli occhi aperti, velati e non può più muoversi. 

Le sue compagne di camera mi dicono che prima che arrivassi io respirava appena mentre adesso ha un respiro forte e vigoroso. Quindi è qui, mi ha aspettata. Qualcuno -scopro poi- le ha detto che stavo arrivando. 

Oh mamma. 

Le parlo piano e la accarezzo, come quando ero bambina e mi chiedeva di farle i grattini. Dal respiro e un lieve movimento della bocca, intuisco che mi sente e che le piace. Le dico che le voglio bene. Ti voglio bene mamma. Hai fatto tutto quello che potevi, lo so. Si emoziona anche se è immobile. Si sente dal respiro. Mi parla col respiro. 

Vorrei condividere fino in fondo questa intimità ma le mie ferite mi fanno dubitare, mi confondo e penso che sapresti criticare anche in questa situazione. Siamo poi in una stanza con altre persone e i neon accesi. Mi distraggo, perdo il contatto. Ma resto con te, così, come posso.

Poi, il suo respiro si calma, rallenta e si pacifica. La pace, stavolta senza compromessi.

Rovino questo momento avvisando gli infermieri. Ci vuole molto perché il cuore si fermi del tutto. Ma io non lo sapevo. Spero che non fossi più lì quando ti hanno controllato.

Scusami per non averti creduta, per non essermi fidata. Non ce l'ho fatta neanche questa volta. Non ce l'ho fatta più da 12 anni a questa parte.

Mi dispiace mamma per tutto quello che hai sofferto nella vita. Io ho sofferto con te, ho sentito tutto sulla mia pelle. Spero di aver alleviato un po' del tuo dolore con la mia vita. Con il mio amore di bambina certamente ti ho nutrita. Da adulta mi sono allontanata, altrimenti sarei morta. Hai impresso sulla mia pelle e nel mio stomaco quello che ti hanno fatto. Porto sul mio corpo i segni del male che ti hanno fatto e che tu hai fatto a me. Sono diventata il tuo testimone, in un certo senso. Ma non so quanto ti sia servito. Di certo non ti ho salvato. E per questo sto malissimo.

Mentre soffrivo a causa tua, scoprivo la tua sofferenza, la tua paura, la tua solitudine. Sentivo ma non potevo fare nulla. Assistere impotente alla tua agonia ha generato in me sensi di colpa. 

Non riesco ancora a perdonarmi. Talvolta annaspo in un mare di sensi di colpa.

Nei giorni seguenti ho pianto così tanto che pensavo di disintegrarmi. Ci sono persone che sono venute a rimproverarmi, a biasimarmi. Eppure solo noi sappiamo cosa abbiamo passato io e te. Nessun altro. 

La verità non andrà perduta. Ci sono io a ricordarla. E oltre a me altri testimoni competenti. Non siamo più sole in quella prigione di solitudine. Adesso nessuno mi può più ingannare o confondere. Ho fatto ordine.

Desidero andare avanti con la mia vita. E, se proprio non posso evitarli, almeno vorrei riuscire a nuotare con stile nel mio mare di sensi di colpa.

Ti voglio bene mamma. 

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17 giugno, 2024

SPARGERE LE CENERI

Di nuovo qui. Dopo aver sparso legalmente le ceneri di mia madre insieme ad altre persone estranee su un battello che doveva sbrigare questa noia il prima possibile. 

Siamo partiti a busso, veloci come il vento e tra gli spruzzi. Forse volevano aiutarci a mimetizzare le lacrime e distrarci gli uni dagli altri nello sforzo di mantenerci seduti ognuno al proprio posto, anziché ammassati gli uni sopra agli altri a causa dell'inerzia dei nostri corpi. 

Abbiamo buttato le ceneri in fila, le une sopra le altre -mia madre avrebbe avuto da ridire- ma c'era corrente e forse si sono schivati. 

Però c'era anche vento e mia madre si è parzialmente spiaccicata sulla poppa della barca. Forse era l'unica lì sopra e da lì c'era una vista magnifica verso la sua spiaggia preferita. 

Poi si è tuffata e ha nuotato con mia nonna che in realtà era un delfino prima di diventare mia nonna e quindi anche mia madre era un delfino e ora nuotano e si tuffano felicemente nel loro mare preferito. 

Io spero di non venire mai sparsa là perché dev'esserci stato un equivoco al momento della scelta, non sono un delfino e potrei litigare con tutto l'aldilà per l'eternità.

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03 maggio, 2020

DOMANI INVENTERO'

"Ai confini di ogni confine c'è l'ignoto.  
Se salto, dove andrò?  
E se c'è qualcosa di brutto?  
O di sbagliato?  
E se c'è qualcosa di nuovo?  
Domani inventerò." 
[Domani Inventerò, Agnes de Lestrade e Valeria Docampo, TERRE DI MEZZO editore].
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Domani è il 4 maggio 2020: FASE 2.

In questi giorni ho parlato al telefono con un sacco di gente e raccolto tante preoccupazioni... qualcuna forse mi è rimasta addosso. 

E adesso?

Mi sembra di essere in un libro di storia mentre accade e dentro al telegiornale. Per la prima volta tutto quello che riguardava gli altri, lontani da me, riguarda proprio me. 

E in un colpo solo mi confronto con il passato, il presente e il futuro, con la morte, con la malattia, con un regime, con l'indignazione, il dolore, la paura, l'orrore, la disumanità tutta insieme... 

Per la prima volta sembra che tutto sia collegato e che abbia senso. Un senso profondo e agghiacciante, doloroso, travolgente come un'onda gigantesca, immensa nella sua potenza. 

Una volta, mentre giocavo in un mare agitato, sono stata travolta da un'onda molto grande. Quando pensavo avrei cominciato a risalire, ne è arrivata un'altra a tenermi sotto. In un tempo sospeso, ho assecondato una forza più grande di me e aspettato di venire rilasciata. Non ho pensato al bisogno di respirare, che non potevo in alcun modo soddisfare. Ho atteso di sentire il momento in cui quella forza avrebbe mollato la presa permettendo alle mie forze di reagire. 

Se non avessi fatto quella esperienza adesso non saprei di avere quella resistenza.

In questo tempo sospeso, trattenuta nella mancanza e nel dolore, nel bisogno simbolico di respirare, ho atteso. 

Ma c'è una differenza: trattenuta sott'acqua da un'onda, tutto è passato appena riemersa. Trattenuta dal provvedere a me stessa e a i miei cari da una umanità contorta e perversa, tornare in superficie a respirare non sarà cosa semplice. E ciò che rende l'esperienza molto più terrifica di allora, è la complessità con cui dovrò confrontarmi prima di poter determinare o meno la mia salvezza.

Non ho idea di quando potrò respirare. Il tempo è ancora sospeso anche se gli hanno dato un altro nome. Questo è importante sapere! Altrimenti si rischia di annegare per la disperazione di aver vissuto l'ennesima illusione.

Per sopravvivere non resta che inventare. Succederà di venire spinti giù ancora e ancora. Di venire trattenuti da forze più grandi di noi. Dovremo conservare le forze, prepararci, attendere il momento per scalciare, trasgredire e verremo puniti prima di vedere riconosciuti i nostri diritti... in gioco è il diritto stesso alla vita. 

Siamo ad un confine chiaro: la storia la stiamo scrivendo noi. Era così anche prima, certo, ma non lo sapevamo davvero... a molti di noi sembrava più di camminare su un sentiero. Adesso è chiaro che il sentiero lo stiamo tracciando noi e che eravamo "fuori strada" già prima. Per questo abbiamo paura. La realtà di prima era piena di illusioni che creavano dipendenza e a stento alleviavano i nostri dolori. 

Dunque siamo qui, senza illusioni, senza anestetico, senza medicine, senza strade chiare da percorrere. La nostra sopravvivenza è stata messa fortemente in discussione. Non ci resta che inventare.
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22 giugno, 2018

NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE

Immersione su relitto, qualche raccomandazione per tenere sotto controllo la narcosi d'azoto: fare a mente divisioni a due cifre, ripetere a memoria una poesia e non scendere a capofitto...

17 febbraio, 2018

IL MARE DOVE NON SI TOCCA

Ero dal medico in sala d'attesa e tra i tanti im-pazienti ho notato una donna anziana, stanca e disillusa che in continuazione sbuffava. 

Io sono arrivata tardi, ahimè, quando il rotolo coi numeri era già stato tolto, così i vecchietti in sala quando han visto che non giravo i tacchi immediatamente e non me ne andavo si sono tutti agitati ed hanno cominciato a brontolare e commentare quanto la mia presenza fosse fuori luogo. 

La signora disillusa guardandoli adesso ha contratto ulteriormente la sua smorfia di disgusto, ha sbuffato rumorosamente e commentato sottovoce, di modo che la sentissi solo io, che il mondo è proprio un brutto posto. 

Io ho replicato all'unica persona che, forte dell'insofferenza collettiva, tra gli altri si è fatta portavoce dei suoi compagni di sventura (la vita dopo gli 80 forse e sicuramente quella in sala d'attesa) e, preventiva, mi ha attaccata verbalmente, preoccupata che potessi essere portatrice di qualche sgradita iniziativa. In fondo, si sa, i giovani al giorno d'oggi non hanno più rispetto per nessuno, tantomeno per gli anziani...

'Stia tranquilla signora, non sono qui per passarle davanti o recarle alcun disagio' e senza fornire spiegazioni non dovute mi son tolta la giacca, ho tirato fuori un romanzo e mi sono immersa nella lettura. Una decina di minuti dopo la prima signora, quella disillusa e nauseata, ha condiviso con me la sua solitudine e confessato la sua paura: che non c'è più niente da fare, che lei ormai è vecchia e chissenefrega ma che per noi giovani ci aspetta l'inferno. Il mondo è definitivamente arrivato in fondo. 

Mentre parlava, una parte di me la capiva e condivideva l'emozione e la tristezza; ma a differenza di quella signora, io per fortuna riesco ancora a rianimare la mia vitalità, di solito un po' sofferente e, in quel momento, ero persino in grado di compensare quel pessimismo assoluto invece di venirne travolta, così ribatto grossolanamente: 'Sì, è un casino stare al mondo, ma lo è sempre stato, in modo diverso e uguale e purtroppo si fanno continuamente passi avanti e casini, grandi casini...e passi avanti...'.

'Eh, ma ci vuole una buona dose di fortuna nella vita, devi nascere fortunato altrimenti è una agonia e comunque stavolta prende una brutta piega', dice, lasciando intendere che lei non l'aveva avuta la fortuna e che comunque ormai non c'è più speranza per nessuno...

Stavo per cedere e pensare: Eh già, a chi lo dici, io pure son partita proprio male, almeno avessi avuto dei genitori amorevoli...ma poi ho sentito che quel pensiero non mi apparteneva, almeno non in quel momento.

A pensarci...ci sono fortune e sfortune un po' per ognuno, ma ciò che fa la differenza vera è la capacità di trasformazione. 

Certo, il punto di partenza conta e, se siamo soli nel momento più difficile, diviene complicato andare avanti...e diventa faticosissimo trasformare. Ma non c'è altro da fare e trasformare è la dote umana migliore che possediamo. 

Ad ogni modo le sue parole inevitabilmente stimolano in me ricordi e confronti e sì, è proprio vero, ad alcuni va molto meglio che ad altri. Ma...mi sorprendo di me stessa, invece di cascarci dentro e affogare in un mare di pessimismo, vengo distratta da pensieri e immagini positive: la mia trasformazione e quella di tante persone importanti per me e per gli altri che, imperfette e incasinate, comunque hanno tanto da offrire, il meglio direi, un esempio di crescita responsabile; e sono in tanti, a differenza degli avidi, inconsapevoli stronzi che si sentono i padroni del mondo che sono pochi e fortemente illusi di avere ciò che serve loro per star bene. Ed essere consapevoli, saper crescere e trasformare nel rispetto di sé stessi e degli altri è la vera felicità, non un contentino, un placebo come lo è l'illusione di valere umanamente in base al denaro che si guadagna e al numero di persone che si comanda.

'Sì -le dico- forse posso capire ciò che intende...proprio vero che è dura e che conta anche la fortuna, ma bisogna non smettere di crescere, di cambiare e di credere in noi stessi e negli altri perché a fare la vera differenza è la nostra forza vitale, la nostra consapevolezza, la nostra umanità che sarà luce e nutrimento per qualcuno e così via, ognuno trasforma sé stesso e tutti insieme trasformiamo il mondo e vivere è quanto di meglio ci potesse accadere: fino all'ultimo si può riuscire a migliorare, ma solo mettendosi in gioco, cercando di non ritirarsi prima del tempo. E questa è la vera sfida. Accettare le difficoltà, accettando di sbagliare e, provando e riprovando, con fiducia, andando su, fino in fondo'.

'Ah, lei è un'ottimista!'. E mi osserva diffidente...in effetti io mi sento un po' deficiente.

Sorrido, come glielo spiego...no, decisamente no, non è l'ottimismo la qualità che maggiormente mi caratterizza. Ma sono una guerriera, magari a volte molto stanca, ma una che non molla. Se solo sapesse quante volte ho chiuso la faccenda con un vaffanculo, non c'è niente da fare, sbattendo i piedi come una bambina capricciosa...ma evidentemente qualcosa stavo comunque facendolo perché nel frattempo ho fatto della strada.

Poi riprende l'elenco degli orrori così uguali ma così nuovi che non lasciano speranza alla speranza; e, siccome non c'è spazio in quella disperazione per la salvezza, io rimango in silenzio ad ascoltarla.

E prima che potessi dire qualcosa è arrivato il suo turno, era l'ultima di quelli 'regolari' poi sarebbe toccato a me. Gli altri sono filati via senza che ce ne accorgessimo. La signora che mi aveva aggredita appena entrata, passando per uscire, si è avvicinata per vedere cosa stessi leggendo...ha proprio preso in mano il libro per leggere il titolo...chissà cosa l'aveva incuriosita...

Non so che pensieri potrà averle suscitato ma Il mare dove non si tocca (di Fabio Genovese) a me ha fatto pensare a come ci si sente nella vita: emozionati, sicuri e precari allo stesso tempo, appena in grado di nuotare in un mondo di cui conosciamo molto poco, che ci attrae ma che non possiamo esimerci dal temere...e tante altre cose...adesso vado a finirlo!

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28 gennaio, 2018

YELLOW SUBMARINE

Nella città di mare in cui sono cresciuta, c'era un uomo che faceva il nostromo e che era un eroe perché in vita sua aveva salvato un sacco di persone. Era saggio e sapeva molto del suo mare e della sua gente. In condizioni avverse o problemi di corrente era concentrato ma quando si rivolgeva a qualcuno era sempre allegro ed educato; una missione dopo l'altra, riusciva sempre a salpare e a portare a conclusione ogni più svariata operazione. Si prendeva cura del suo equipaggio e lo rassicurava che, sopra le onde, splendeva sempre il sole e che, finché ci fosse stato lui, lo avrebbe accompagnato, sicuro, a destinazione.

Era una persona gentile. Una mattina di inverno mi aveva vista sbucare da dietro l'angolo, di corsa, scapigliata e con la giacca in mano, un attimo dopo essere partito. Così si è fermato e mi ha raccolto, quella prima volta. E tutte le successive: prima di partire, chiudeva le porte e poi contava qualche secondo ed io, immancabilmente, sbucavo da dietro l'angolo. Avevo una precisione svizzera nel mio ritardo. E lui sempre mi ha aspettato. Così ho evitato tante di quelle note, prediche e scenate che solo per questo avrei dovuto fargli un regalo. 

Un pomeriggio d'estate, quando era già finita da un po' la scuola, corro per prendere il filobus sulla stessa linea ma ad un'altra fermata per andare al mare. Cavolo, sono in ritardo, sbuco dalla traversa di casa e mi lancio in mezzo alla strada per farmi vedere, senza troppe pretese; ma l'autista...l'autista è Lui! Il Nostromo! Ed anche se era appena partito, ancora una volta, si ferma e mi apre le porte; mi riconosce e, ridendo, mi dice: Ma anche d'estate e di pomeriggio...ma allora è un vizio! 

E' di buon umore e io allora mi sento felice. Chiude e mi porta al mare.  

Io penso di aver finito le superiori anche grazie a lui, al suo sorriso e alla sua disponibilità emotiva. Alzarsi all'alba e correre a perdifiato tutte le mattine non avrei potuto sopportarlo se quell'autista mi avesse anche sgridato o lasciata lì, come han fatto altri, alcuni furibondi. Penso che avrei fatto come molti studenti in bilico...forse avrei forcato e avrei sofferto molto di più l'ira funesta di mia madre. Oppure mi sarei imbarcata altrove...e chissà come sarebbe stato. Intanto ho finito la scuola in tempo e questo mi ha salvato da tanti, tantissimi problemi ulteriori. Una figlia bocciata oltre che ritardata, in casa, non l'avrebbero sopportato.

Grazie Nostromo.

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23 gennaio, 2018

ESISTERE...MA CON RISERVA

Raggomitolata in una nicchia della montagna, spio da lontano la mia terra. I miei ricordi, i miei pensieri e le mie emozioni sono tutti pieni di chiare contraddizioni. Senza sforzo né dolore, quasi fosse il principio di una commedia, vedo il mio passato dispiegarsi su quella magnifica scena. Il golfo, le falesie e quei luoghi da me adesso temuti, si animano armoniosamente dei tanti miei vissuti. E mi rivedo giocare divertita, una protagonista attiva di quella mia strana vita: ricordo le immersioni, le arrampicate, i giochi con la deriva e tutte le avventure che mi hanno aiutato a sentirmi viva.

Peccato che a me non siano cresciute le radici, ma così era scritto nei miei geni infelici. Nonostante tutto sono riuscita a garantirmi quel tanto nutrimento che bastasse per sopravvivere alla mancanza di accudimento. Lasciati troppo a lungo da soli con sé stessi, si rimane poi sempre troppo esposti al rischio di perdersi negli eccessi.

Non mi sono mai integrata nell'ambiente in cui sono cresciuta. Per certi versi, così, mi sono salvata ma neppure mi sono 'sistemata'. Così è stata la mia vita: in salita e precaria fin da subito e di difficile interpretazione. Anche felice ma sofferta e piena di paure.

I miei genitori mi hanno concesso di esistere, sì, ma con riserva: troppo presi da loro stessi mi hanno messo al mondo e poi abbandonata sulla panchina di chi, inutile, aspetta e osserva. 

Così mi sono sempre sentita: uno spettatore che ad entrare nel vivo del gioco non è autorizzato, che diviene ogni giorno più estraneo in quel difficile mondo in cui è solo appoggiato.

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01 gennaio, 2018

SOGNO N°2 DEL 01/01/2018

Disegno di Mariana Ruiz Johnson, tratto dall'albo illustrato Mentre tu dormi

Sono la barca rossa a pallini
che accompagna gli amici nella notte piena di stelle,
nel suo mare pieno di pesciolini.


Ma sono anche il mare, i pesci, la luna e le stelle; 
sono ogni singola cosa e insieme tutte quelle.


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Guarda qui le altre illustrazioni di Mariana Ruiz Johnson

12 novembre, 2017

ALLA DERIVA...MA DOVE VOGLIO


E' fine estate e siamo rimasti in pochi. Il vento e le raffiche non mollano da un mese. Dopo qualche giorno su una deriva a due posti, l'istruttore acconsente a farmi provare il laser. Quando arrivo la mattina alla spiaggia per armare la barca sono carica come un leone.

La mia esperienza di vela è poca e raffazzonata, mentre rilevanti sono il mio entusiasmo e la mia determinazione.

Usciamo. Dietro di me, sul gommone, c'è l'istruttore che oltre a raccattarmi in caso di necessità mi suggerisce cosa fare. Non accetto compromessi, un'andatura tranquilla, io devo andare! Ma le raffiche non perdonano e sono sempre in mare. Imparo a non cadere in acqua e quando scuffio salto sul fianco della barca, poi sulla deriva, la rigiro e son dentro come prima. Così, tutto il giorno.

Alla sera quasi non cammino: ho le mani tagliate e sono tutta un livido ma non cedo. Mi sento un guerriero! Dopo qualche giorno esco dal canale: con la mia andatura circolare conquisto il mare aperto, l'orizzonte, il sole. 

Ho i piedi alle cinghie e sono fuoribordo. E' faticoso ma la barca plana e sto andando dove voglio. E sono felice, ogni volta che ci penso. 

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17 settembre, 2017

DENTRO ALLA VITA

E' come se fino ad oggi avessi surfato alla bell'e meglio sulla schiena dell'onda e adesso ne fossi stata travolta e mi trovassi dentro a quella magnificenza, trattenuta e respinta, affascinata da quella immensa potenza e preoccupata di non sapere se avrò aria a sufficienza.

Forse ho solo scoperto chi sono e non mi dispiace rimanere un po' da sola con me stessa. 

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16 settembre, 2017

TERMOMETRO A MARE

A 24 anni imparai a nuotare. Nuotai quasi tutti i giorni per diverso tempo. Ero ancora impressionabile ma tecnicamente preparata.

Avevo fissato a lungo il mare profondissimo dagli scogli immaginando la liberazione che avrei provato se ci fossi entrata dentro. Un oceano di emozioni mi aspettava. Ero bloccata in quella vita sbagliata e dovevo mettermi alla prova.

Non passò molto tempo che mi lasciai andare. Entrai piano nel mare e sopravvissi all'emozione. La vastità di quel mondo sconosciuto finalmente era a mia disposizione.

E se mi ero liberata da qualcosa, forse avrei potuto liberarmi ancora.

Secondo l'istruttrice di nuoto dei primi tempi era chiaro che con la mia paura dell'acqua non sarei mai stata in grado di nuotare in acque profonde, figuriamoci andare sott'acqua. Ma io sapevo cosa fare ed ebbi ragione. Feci moltissime immersioni, nel blu, sempre più giù.

Nella vita certe cose bisogna farle senza chiedere conferme. Quella fu la prima evidente dimostrazione che in qualche modo conoscevo me stessa.

Ancora oggi il mare mi aiuta a capire: se vicino a lui mi viene voglia di nuotare forse è tutto a posto e se mi sento irrequieta ed ho voglia di indietreggiare forse devo lavorare su me stessa.

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07 settembre, 2017

FUGA DA ALCATRAZ

Sono cresciuta in una città della costa tirrenica. D’estate, quando non riusciva ad andare via col suo uomo, mia madre mi portava con sé al mare.
Il suo posto preferito era una remota spiaggia di ciottoli dell’isola P., all’epoca raggiungibile con un guado o inerpicandosi dall’attracco su per un esposto sentiero.
Partivamo col primo barcone del mattino e rientravamo con l’ultimo. Arrivavamo che c’erano solo i gabbiani e non è che dopo arrivasse poi molta gente: 8h di noia assicurate per una bambina abbandonata a sé stessa fin da piccola, che aveva paura dell’acqua e che non aveva melanina. In quelle occasioni mi venivano fatte poche raccomandazioni perché una volta rimasta da sola con le mie paure, sapeva che a badarmi sarebbe bastato l’istinto di conservazione. Non esisteva via di fuga da quel posto maledetto.
L’unico luogo riparato era la pineta ma per ovvie ragioni puzzava di merda così non mi addentravo mai troppo. Talvolta mi addormentavo rimanendo al sole troppo a lungo e tornavo a casa ustionata, con un mal di testa feroce e mia madre che mi insultava.
Raggiunta l’età per stare in casa da sola, dissi finalmente addio ad ‘Alcatraz’. Riscoprii con gioia il mare molto dopo.

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05 settembre, 2017

BIANCA

In vacanza con due amiche abbronzatissime, scopro che, oltre ad interpretare diversamente da loro il sole, interpreto diversamente anche il mare: loro in relax, stese nude sul bagnasciuga e in acqua solo per rinfrescarsi; io sempre agitata, a caccia di vento e onde, densamente incremata e con la maglietta nelle ore più calde.
Una mattina loro cambiano lido mentre io noleggio una deriva. Appuntamento pomeridiano nella solita spiaggia.
All’ora stabilita sono ancora in mare, irraggiungibile.
Una volta rientrata tutti mi guardano e qualcuno mi sorride. Racconto alle ragazze di essere osservata e loro ridono. Non trovandomi, preoccupate, avevano chiesto in giro: ‘Avete visto una ragazza bianca?’. In Sardegna, su quella spiaggia, erano tutti bianchi e nessuno aveva capito finché non mi aveva visto: non esiste fotocamera in grado di correggere la mia luminosità.
Un altro giorno le ragazze contrattano sulla spiaggia il valore di numerosi oggetti e in diretta mi telefonano chiedendomi di raggiungerle con la somma. Quando arrivo il ragazzo mi guarda stupito. La sera tra le bancarelle del paese vengo letteralmente assediata dai venditori: le mie amiche mi avevano spacciata per la loro padrona proprietaria del mega yacht inglese ancorato nella caletta.
Nessuna foto pervenuta di quel viaggio.

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