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24 dicembre, 2021

NATALE

Natale s. m. - 1 Impegnativa festa di ricongiungimento familiare che prevede un rigido codice morale: sospensione delle recriminazioni (quantomeno non reciprocare chi non può fare a meno di recriminare), scambio di regali a caso o di regali concordati, mangiare fino a star male. Nel tentativo di evitare delusioni precoci, gli adulti consigliano ai bambini di ordinare i regali a Babbo Natale. La Magia a questo punto è già in crisi. Il colpo di grazia glielo dà il momento in cui gli adulti dicono ai bambini che i regali in più, oltre a quelli ordinati personalmente tramite la letterina, li ha portati il Babbo Natale di questo o quello. Disperata strategia nel tentativo di rendere riconoscenti i bambini verso i parenti altrimenti insignificanti. Babbo Natale, così facendo, viene percepito come un personaggio strano e confuso che non sta in piedi. La sua immagine sembra evanescente come le immagini nella foto di Ritorno al Futuro dopo che Marty ha interferito con la storia. E non sembra conoscere davvero i bambini, altrimenti saprebbe cosa regalare loro. In fondo il regalo dovrebbe essere questo: un dono pensato per l'Altro, dopo che l'Altro lo hai conosciuto e, almeno un pochino, lo hai avuto nel cuore. Un simbolo, un semino, dunque, di cura e non un gesto a caso. Ma nessuno si conosce davvero, né ha piacere di regalare ad altri, che potrebbero non ricambiare, qualcosa che potrebbe innanzitutto comprare per sé stesso, così si riduce tutto ad una fredda transazione economicamente equa. Si recita una parte e si passa oltre. La festa dell'ipocrisia, dell'avidità, della mancanza. Manca tutto ciò che conta, la magia delle magie: la cura. Persino chi cucina bene e sembrerebbe mettere cura in ciò che fa si rivela passivo-aggressivo, spingendo gli ospiti, con sottili ricatti morali, a mangiare fino a scoppiare. - 2 La festa che celebra la coazione a ripetere. - 3 raro: celebrazione della ricerca di spiritualità, ovvero di ciò che eleva l'essere umano dalla bestiaccia che c'è in lui. Occasione di intimo raccoglimento o sentita condivisione, di cura di sé e dell'Altro secondo le proprie possibilità.

Vi auguro un Natale nella sua (mia) accezione più rara!
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10 marzo, 2021

IL SALTO DI SPECIE

[Leggi prima: L'Uomo Selvatico]

Alcuni scienziati hanno sollevato il dubbio se l'Uomo, la Donna e la Figlia Selvatici possano effettivamente dirsi di appartenere alla specie dell'Homo Sapiens. 

Per la scienza attuale, non ci sono dubbi: le altre specie di Homo si sono estinte. Dunque appare impensabile che la Famiglia Selvatica possa appartenere a qualche ramo morto dell'evoluzione.

Si è però recentemente edotta l'umanità intera (tranne che per alcuni gruppi particolarmente resistenti alla conoscenza) della possibilità del salto di specie a proposito dei virus.

Si sa che gli scienziati non devono escludere nessuna possibilità, neppure la più remota, se vogliono riuscire a scoprire le Leggi della Natura. Perciò, da qualche tempo a questa parte, è stato avviato uno studio sulla possibilità di un salto da una specie di Homo ad un'altra, conservatasi tramite qualche sconosciuta funzione del DNA.

Vero è che l'Uomo Selvatico è solo una leggenda ma si sa che al fondo di ogni storia c'è sempre della verità. Così, dalla curiosità di alcuni scienziati e di altri professionisti, che si ritengono a buon titolo vicini di casa dell'Uomo Selvatico, è nato un progetto, inizialmente su base volontaria e autofinanziato, adesso finanziato dall'UE, per raccogliere quanti più dati a sostegno della tesi: Il salto di specie è possibile anche per l'Uomo? E, se sì, esistono più varianti in grado di fare salti differenti?

Pare che l'Uomo Selvatico possa effettivamente essere considerato una mutazione dell'Homo Sapiens in altre specie di Homo che si credevano estinte, perché in passato non avevano le condizioni per prosperare, mentre adesso, grazie alla adeguata trasformazione ambientale e sociale, sarebbero perfettamente a loro agio, decisamente più a loro agio di quanto non possa sentirsi un Sapiens, con tanto di degna rappresentanza politica.

L'indice RT per questa epidemia è elevatissimo.

Si è osservato in tutti gli esseri umani esposti alla vicinanza o convivenza con l'Uomo Selvatico, una rapida degenerazione che conduce in brevissimo tempo o alla morte o ad una orrenda mutazione.

Tutti gli esseri umani costretti a relazionarsi con l'Uomo Selvatico presentano sintomi preoccupanti per gli scienziati e che esitano in maniera molto differente a seconda del carattere del soggetto colpito dalla disgrazia. In tutti i casi, i contagiati assistono impotenti ad una esasperazione dei propri tratti caratteriali più marcati: i sensibili divengono ipersensibili e spesso muoiono. Gli indifferenti divengono sociopatici e spesso uccidono gli altri.

Si è visto che le vittime maggiori sono le persone sensibili. Negli ultimi anni sono aumentate esponenzialmente le richieste di aiuto psicologico di persone provenienti dalla zona dove è presente l'Uomo Selvatico; sono aumentati i ricoveri e le morti di giovani donne e uomini, persone emotive, intelligenti, spiccatamente sensibili. Questi soggetti fragili, di fronte ad una tale esposizione tossica, generalmente si lasciano morire, dopo atroci sofferenze emotive. Mentre, al contrario, nelle persone già predisposte all'egoismo, all'odio, all'indifferenza, all'alessitimia, la personalità muta ma sopravvive inasprendo i suddetti tratti, disumanizzando l'individuo, rendendolo totalmente anaffettivo, insensibile, indifferente, privo di empatia, di sentimenti, di passioni. Questi mutanti si nutrono di tutti gli altri. E' il caso dell'Uomo Selvatico.

Si sospetta che all'origine l'Uomo Selvatico sia venuto al mondo come un normale Sapiens ma che, a forza di deprivazioni, abbia fatto il salto di specie, mutando in Homo Ergaster, ritenuto erroneamente estinto. Comunemente, l'Homo Ergaster viene chiamato, in modo improprio, "L'Ergastolano", per quanto le sue caratteristiche specifiche siano certamente presenti in molti ergastolani.

L'Homo Ergaster era un uomo che già due milioni di anni fa aveva comportamenti socialmente ripugnanti e per questo era stato annichilito dalle specie più evolute, ancora numericamente superiori e capaci di coalizzarsi contro le minacce.

Questo ominide pareva essersi realmente estinto. Invece deve essere stato come riassorbito in forma di nucleotide nel DNA che, una volta presentatesi le condizioni favorevoli, ha provocato una trasformazione sostanziale nell'individuo ospitante.

L'Uomo Selvatico si è letteralmente trasformato in un ominide vissuto due milioni di anni fa e così hanno fatto pure coloro che, già ugualmente predisposti geneticamente, sono stati esposti alla sua influenza.

Molti individui, prima del salto di specie, necessitano di una fase intermedia durante la quale avviene una prima mutazione preparatoria al salto, partendo da certi tratti caratteriali sviluppati grazie ad un ambiente favorevole. E solo dopo compiono il vero e proprio salto di specie, mutando l'ospite in modo irreversibile, nell'Homo Ergaster.

Le condizioni ambientali favorevoli per questo salto di specie sono: l'avidità, l'egocentrismo, la diffidenza, l'indifferenza, l'anaffettività, l'alessitimia... elementi tutti eccessivamente presenti nella nostra società moderna.

Ecco dunque spiegato il fenomeno dell'Uomo Selvatico: non più leggenda ma caso umano diffusissimo.

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------[Questo racconto è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il prodotto della fantasia dell'autore oppure sono usati in chiave romanzesca. Ogni somiglianza con fatti o luoghi o persone esistenti o esistite è puramente casuale].

09 marzo, 2021

SEMAFORO ROSSO

Da bambina, ad un semaforo, chiesi a mia madre che stava guidando per andare a trovare una sua amica: 

- "Perché il semaforo rosso è rosso?".

Lo domandai curiosa, come folgorata da una domanda fondamentale, mentre osservavo il semaforo in tutto il suo fascino, in attesa di ripartire.

- "Perché ci dobbiamo fermare per dare la precedenza alle altre macchine", fu la sua risposta, certamente pratica, razionale e sbrigativa.

- "Sì, ma perché rosso?"

-"Non capisco cosa dici, cosa vuol dire, cosa stai dicendo!!!". Risposta con increspatura disperante, testimonianza stavolta di una madre provata.

-"Perché rosso? Perché si chiama rosso?", domandai io, dispiaciuta di non riuscire a spiegarmi ma ancora curiosa di sapere, al punto da insistere a domandare senza accorgermi del pericolo imminente. 

Mentre mi accingevo a formulare meglio il mio difficile interrogativo, tutta concentrata sulle parole da usare, in un attimo la macchina, mia madre, io, tutto esplose.

Ancora una volta ero riuscita a fare del male senza capire come. 

Tra urla, grida e colpi, mia madre girò a sinistra, riformulando la destinazione: doveva urgentemente portarmi a casa per picchiarmi prima che la sua furia scemasse.

Era esplosa eppure continuava a guidare mentre mi colpiva senza successo perché troppo lontana e si dimenava sul sedile in preda ad una furia violenta e implacabile. Un evidente esempio di persona multitasking, capace di domare una bestia come me mentre contemporaneamente osservava il semaforo diventare verde (non chiesi mai perché verde), svoltava, seguiva la strada, parcheggiava.

Doveva arrivare a casa alla svelta, prima che la mia stupidità e la mia stronzaggine la facessero ammalare. Colpirmi violentemente funzionava sempre, dopo guariva e tornava quella di prima. 

Dopo una certa età, quella in cui si smette di sfidare i genitori, mica alla ricerca della separazione e della identità di genere come dicono oggi, ma per diaboliche intenzioni malefiche, la terapia della mia povera mamma funzionò ancora meglio e la bestia fu domata, almeno fino all'adolescenza. Per precauzione mi colpì ancora e ancora, a volte preventivamente. Io non capivo, ma lei sapeva con chi aveva a che fare.

Presi atto che, non solo dovevo essere scema perché facevo domande idiote, ma pure stronza, perché insistevo, con evidente intenzione maligna di tormentarla anche dopo che già avevo avuto una risposta.

Da bambina ero una ingrata. Se mi avessero conosciuta, certi teorici della pedagogia che andava di moda una volta avrebbero potuto scrivere un libro sul mio caso e intitolarlo: "La maledetta bambina ingrata", spiegando alle famiglie come individuare in tempo i primi segni diabolici e come prepararsi a domare un tale essere immondo, prima che si mangi il cervello dei suoi stessi genitori o li faccia ammalare.

Ero dunque una bambina malvagia, con poteri oscuri, tipo quelli degli stregoni, e di cui non avevo assolutamente il controllo.

Invece nessuno mi ha mai studiata, nessuno ha scritto un saggio, o anche solo un articolo scientifico sulla mia pericolosissima condizione.

Non solo, anni dopo, fior fiore di scienziati, evidentemente matti, scrissero addirittura "Il bambino filosofo", farneticando sulla preziosissima curiosità dei bambini e il senso profondo del loro incomprensibile modo di conoscere il mondo. 

Nessuno, dunque, era stato informato del potere malefico mascherato da curiosità di certi bambini diabolici come me.

Roba da matti. Se mia madre lo leggesse, certamente andrebbe fuori di testa, poverina.

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06 marzo, 2021

RIPRODUZIONE ED EVOLUZIONE

L'innamoramento, la nascita di un sogno, l'idea per un progetto hanno il potere di illuminarci dentro a giorno, come se si accendessero per un attimo contemporaneamente tutte le luci del mondo necessarie a vincere il buio dell'Universo. Il consumo energetico è al massimo, perciò questa condizione dura poco. Ma è la spinta iniziale che serve ad avviare e poi compiere le grandi imprese: amare, superare ostacoli ai nostri sogni e credere in progetti altrimenti impossibili, rischiando persino delusioni che mai e poi mai, in condizioni normali, oseremmo anche solo immaginarci di poter sopportare. 

In quei momenti siamo come sotto effetto di stupefacenti, come se tornassimo adolescenti, infiammabili e incapaci di valutare più di tanto le conseguenze delle nostre azioni.

E' come se fossero stati progettati dei pulsanti nel cervello che si premono con un'emozione, una sensazione, un pensiero speciali, per darci una carica aggiuntiva di coraggio e determinazione tali da permetterci di rivoluzionarci, di trasformarci, di crescere e cambiare.

Processi necessari all'evoluzione. 

Talvolta però, questo meccanismo si inceppa perché, un attimo prima di premere il pulsante, siamo portati a prefigurarci la possibile sconfitta, il possibile fallimento, il disastro, la noia. E si rimane fermi sul posto o, peggio, si regredisce a stadi energetici bassi, bassissimi e che ci consentono a malapena di rimanere nella nostra zona di comfort. Dopo una eccessiva permanenza nella zona di comfort, subentra l'atrofizzazione cerebrale e la morte della nostra parte più vitale. Insomma, ci trasformiamo in zombi, dipendenti dal solito copione. Una premorte, l'anticamera di quella definitiva che sopraggiunge quasi sempre come una liberazione. 

Si sa che nel realizzare i sogni si procede per prove ed errori. Il rischio di fallire va messo in conto, senza scoraggiarsi alle prime occasioni.

Bisogna poi saper trasformare, far evolvere l'energia della spinta iniziale, destinata a consumarsi in fretta, in una fiamma controllata e durevole. Un'arte. Forse l'arte più nobile e complessa che un essere umano possa sviluppare. E, quando ci riesce, certamente ha raggiunto l'obiettivo più evoluto della propria esistenza e contribuisce, nel suo piccolo, all'evoluzione della nostra specie.

Ma non ci riesce quasi nessuno, infatti viviamo in un mondo di vigliacchi, frustrati, infelici e incazzati. Come l'Ignorante che Puzza e tutta la sua orribile famiglia, fermo con ostinazione a qualche stadio superato dell'evoluzione.

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05 gennaio, 2021

NON E' UN PAESE PER EMOTIVI

Personalmente devo aver più volte nominato e parlato più o meno di tutti i maltrattamenti subiti: ci ho pianto sopra di fronte a testimone empatico, elaborandoli uno a uno. Eppure continuo ad essere condizionata potentemente dai miei traumi, nelle scelte di vita e nelle relazioni. 

Nonostante le preziose elaborazioni, dunque, sotto stress, interviene in automatico un qualche funzionamento distorto. Moltissime situazioni fungono da trigger: in un attimo rivivo il film della mia infanzia e provo emozioni e sentimenti insopportabilmente intensi. 

Che forse dipenda dal fatto che quella persecutrice di mia madre non ha mai riconosciuto nulla di ciò che mi ha inflitto? E che ogni suo attuale pensiero per me è ancora solo di distruzione e morte? Che tutta la mia famiglia non ha visto nulla e forse stenta pure a crederci? Non parliamo poi del resto del mondo: i maltrattamenti esistono solo al telegiornale e nelle lontanissime periferie degradate degli altri mondi, dove si vede ad occhio nudo che vivi nel disagio sociale, magari perché sei sporco, puzzi, hai i lividi, i pidocchi e i vermi. Non si crede al traumatizzato quando è vestito bene, quando è pulito, profumato e sorridente. Quando viene mandato a scuola e in vacanza e non ha segni sul corpo. La mia mamma è stata molto attenta e poi le facevano male le mani. Così colpiva forte per farmi male ma non abbastanza per lasciarmi segni duraturi e poi si è dedicata anima e corpo alla violenza psicologica che, oltretutto, le dava assai maggior soddisfazione essendo sadica e contorta. Inoltre mi ha insegnato a riconoscere le sue punizioni come conseguenza della mia inadeguatezza, ottenendo la mia totale omertà fin da piccolissima. Ero sbagliata e lei una vittima: mia, della famiglia, del mondo intero. Meritavo di essere punita essendo la mia stessa esistenza una punizione per lei. Poverina.

Oppure sono come quei bambini selvaggi cresciuti da soli nella natura (nel mio caso, da sola nella sofferenza) e che, non sviluppando, ad esempio, il linguaggio al momento giusto (nel mio caso la fiducia in me e negli altri, ecc…), non lo svilupperanno mai più?

Forse un testimone non è sufficiente. Forse Alice Miller parlava di un testimone in senso lato o simbolico: "uno", ma grande abbastanza a seconda della gravità dei traumi vissuti.

Così, in attesa di scoprire un antidoto ai maltrattamenti subiti, continuo a soffrire e soffrire nel tentativo di smettere di soffrire. Il nostro, poi, non è un paese per persone fragili o per diversamente emotivi, che sono considerati dai più dei lamentoni privi di volontà e palle, degli incapaci, degli esseri inutili e incomprensibili. Questo a dimostrazione del fatto che l’umanità in generale non è in grado di farsi carico e prendersi cura delle proprie fragilità. Le combatte, moltiplicandole. 

Chissà se, date le stesse condizioni climatiche, l’uomo, oltre a pensare e fare gli stessi errori ovunque nel mondo, non possa anche riprodursi tale e quale in infiniti sistemi solari, costringendo la propria specie e la Natura tutta, ogni volta, alla stessa fine.
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20 dicembre, 2020

LA FIGLIA SELVATICA

[Consigliato leggere prima: L'Uomo Selvatico]

La Figlia Selvatica, rinominata qui Babbuina in onore di Fantozzi, essendo tutta la famiglia un cliché fantozziano, è la figlia non voluta dell'Uomo e della Donna Selvatica. La Donna Selvatica è qui rinominata Babbiona, per assonanza con Babbuina e indole stolta.

Si racconta, e a raccontare è proprio l'Uomo Selvatico, il padre, che la Babbuina sia stata un errore.

L'Uomo Selvatico è talmente poco avvezzo all'affetto che pare aver ripetuto più volte questa affermazione di fronte alla figlia e altri testimoni occasionali.

A questa affermazione è seguita poi la dimostrazione pratica di non provare nulla per essa se non mero senso del dovere. Se solo fosse uscito in tempo. Se solo avesse saputo che i bambini non si concepiscono solamente se si hanno rapporti frequenti! Accidenti! All'Uomo e alla Donna Selvatici non piace dare nell'occhio, così decidono di fare quello che va fatto sperando che passi in fretta. 

La coppia selvatica si imbarca suo malgrado in questa impresa, piena di speranza che presto ne sarebbero usciti e se ne sarebbero dimenticati.

Purtroppo però, a rendere tutto più sgradevole, la creatura inaspettata è una femmina! L'Uomo Selvatico è misogino e maschilista e non riesce ad immaginarsi una dannazione peggiore: una compagna e pure una figlia femmina da addomesticare!

Spesso si chiede a cosa servano le femmine oltre all'accoppiamento e a pulire e cucinare, perché debbano essere così impegnative! Se solo si potessero chiudere nello sgabuzzino insieme alle scope e tirare fuori solo all'occorrente! Sono esseri deboli, incomprensibili, pieni di cazzate nella testa che non si capisce una mazza di cosa pensino veramente. Che senso ha la loro esistenza? 

Gli anni passano e la Babbuina non fa che confermare la visione distorta che ha il padre delle donne: si fa sempre male, non ha propriocezione, soffre di asma e allergie strane, non capisce niente a scuola e, ahimé, ha preso gli stessi infernali capelli della madre! 

Più la Babbuina cresce, più le aumentano i capelli. Ci vogliono ore al mattino perché lei e la madre siano pronte per uscire dal bagno e, alla Babbuina serve il certificato medico per non andare in piscina con la scuola. L'acqua è per le Babbions ciò che la kryptonite è per Superman. Ore di phon e discorsi alle 5 e mezza della mattina tutti i giorni svegliano e traumatizzano tutto il paese da anni e la notizia si è ormai sparsa in tutta la provincia. La scuola non ha fatto obiezioni quando la Babbuina ha presentato il certificato medico di non idoneità all'attività sportiva in acqua. Le ripercussioni sociali di un evento del genere sarebbero state gravissime.

Nessuno così ha mai visto le due creature selvatiche con il loro vero aspetto prima del phon e della piastra. In paese ci sono delle leggende in proposito. E' noto che alcuni parrucchieri hanno dovuto far rifare l'impianto elettrico dopo aver tentato di domare quelle criniere impossibili. Altrimenti chi le sentiva! Son sempre dietro a fare i numeri "servizio clienti" per lamentarsi di tutto.

Ad ogni modo, tutte quelle catture per rendere più adeguata la Babbuina, oltre a disturbare la quiete pubblica, hanno reso la ragazzina profondamente insicura. I suoi genitori la guardano sempre come se fosse un oggetto impresentabile, un po' come loro, tant'è che non si mostrano spesso in giro e non frequentano nessuno. 

La mancanza di amore, le correzioni e l'isolamento pian piano modellano una ragazzina priva di vitalità e passione, dallo sguardo vuoto e incapace di esprimersi.

Nessuno dei Selvatici sa come ci si relazioni tra esseri umani, tanto meno tra genitori e figli. Spesso sono inopportuni, aggressivi e cafoni. E si stupiscono se l'Altro reagisce con sdegno ai loro attacchi.

Ad ogni modo, crescendo, la Babbuina, da insicura remissiva, diventa estremamente aggressiva. In principio nell'aspetto: si maschera con trucco pesante, sopracciglia tatuate spesse e scure, vestiti neri e azzardati, piercing e tatuaggi. Successivamente, grazie alle giuste frequentazioni, con un atteggiamento da vera bulla. Si rigira ai genitori che, intimoriti, tra sceneggiate, urla e pianti, la assecondano in ogni suo capriccio, nella remota speranza che qualcuno se la porti via prima o poi: ormai ha vent'anni. Fatto sta che la ragazza è ad oggi una scheggia impazzita: pur appartenendo ad una famiglia economicamente stabile, in un paese dormitorio di campagna, sembra uscita dalla periferia più povera della metropoli più degradata del pianeta. Ha persino iniziato a parlare un dialetto non suo ma che esprime bene la sua rabbia profonda che ora è pura cattiveria che usa contro chiunque le capiti a tiro. 

I due genitori selvatici paiono ogni giorno più impotenti di fronte a tanta malvagità. L'unica cosa che fanno per sopravvivere è assecondarla e coalizzarsi con lei contro gli altri per evitare di subire le sue ire.

Solo che gli altri sono i poveri vicini e gli occasionali frequentatori.

L'idea poi che questa bestia possa riprodursi a sua volta fa orrore e pena: nessuno vuole assistere ad un altro esperimento fondato sulla deprivazione.

Decisamente i due selvatici hanno fallito il loro compito. Avrebbero dovuto stare più attenti ad accoppiarsi vista la non intenzione di riprodursi e l'impossibilità di mettersi in discussione a causa della grave ignoranza e totale inconsapevolezza.

Purtroppo però la storia è ancora in corso: ce la farà la Babbuina a cambiare o si trasformerà inesorabilmente in un Ossuto* o in un Dissennatore**?

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* Cit. da "Warm Bodies", film di Jonathan Levine

** Cit. dalla saga di "Harry Potter" di J. K. Rowling

[Questo racconto è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il prodotto della fantasia dell'autore oppure sono usati in chiave romanzesca. Ogni somiglianza con fatti o luoghi o persone esistenti o esistite è puramente casuale].

07 dicembre, 2020

STORIA A BIVI

[Leggi prima: L'Uomo Selvatico]

Il tempo passa e dell'Uomo Selvatico si continua ad avere notizie di fastidi, spaventi e aggressioni. Con un caratteraccio come il suo, si è presto diffuso un generale malcontento tra i paesani: non è più possibile fare una battuta di caccia, andare a raccogliere funghi, asparagi, castagne o semplicemente passeggiare nel bosco, senza temere i suoi agguati, le sue catture, i suoi stupidi discorsi, le sue rimostranze, le sue urla. 

Succede così che i paesani si organizzano per dare all'Uomo Selvatico una lezione. 

Tecnicamente si chiamerebbe reciprocare e, si sa, non è proprio l'ideale. Anzi non fa che alimentare inutilmente il conflitto. Ma tra i paesani non c'è uno psicologo e, se c'è, sta zitto. La psicologia è la seconda causa di esilio da paese dopo l'omosessualità. E il bosco è già occupato.

Tornando all'Uomo Selvatico, forse invitarlo a cena per Natale ed essere amichevoli sarebbe la vera soluzione. Volergli bene e trattarlo con amore. O, semplicemente, essere una testimonianza di affetto e rispetto. Non che non ci si sia provato, ognuno a modo suo! Purtroppo però, l'ottusità e la diffidenza dell'Uomo Selvatico è un grosso limite alle sue relazioni e alla pazienza di chiunque. 

Infatti, quando si convince erroneamente (cosa che sarebbe facilmente dimostrabile se solo ti stesse a sentire e ti desse il beneficio del dubbio) che l'Altro è la causa di un suo problema, non c'è modo di farlo ragionare. Sembra in totale balia della sua allucinazione. Come una furia, ti si para davanti ad un centimetro, paonazzo, balbettante, sputazzante, accecato dalla rabbia. E, fintanto che permane in quella modalità, è totalmente impossibile comunicare con lui. Nel frattempo hai pure il tuo bel da fare a tenere a bada la tua reazione nervosa autonoma. C'è chi ha una finestra di tolleranza ampia e chi scarsetta ma, prima o poi, di fronte all'Uomo Selvatico, a tutti capita di provare la reazione nervosa autonoma. Ad alcuni poi, scatta prima il simpatico (attacco e fuga) con altrettanta crisi di rabbia furibonda e, ad altri, il parasimpatico (congelamento). Fatto sta che entrambe le reazioni sono piuttosto impegnative per l'organismo e, dopo averle sperimentate entrambe più volte in compagnia dell'Uomo Selvatico, in breve tempo protendi per lasciar perdere qualsiasi strategia relazionale e opti per l'evitamento. Cerchi solo di dribblare l'avversario e di rimandare il più in là possibile la prossima occasione di scontro, sperando che passerà in fretta. 

Dopo che ha sfogato, l'Uomo Selvatico se ne va e ti lascia lì, stecchito, con le budella aggrovigliate intorno al collo, prigioniero di un senso di impotenza che ti dà la nausea. 

Certo, capita di provare tenerezza di fronte a quei rari momenti di lucidità di quel poveraccio. E' persino commovente, ad un certo punto, in qualche rara occasione, vederlo capire, osservarlo collocarti nel giusto, nella casella del non colpevole e fare marcia indietro rispetto alla manifestazione palese di un suo inconscio desiderio di distruggerti. (Inconscio perché lui non si accorge proprio di essere aggressivo: per lui assalirti senza lasciarti possibilità di replica e, un minuto dopo, sentirsi a posto è avere un normale confronto). 

Ma sono magre consolazioni. Se sei emotivo, ti ci vogliono giorni per riprenderti dal senso di impotenza provato o dalla rabbia e dal desiderio di fuga castrato. E, in quei giorni, è peggio che essere mestruati. Si è intrattabili, nervosi, si ha paura di tutto, si piange spesso e ci si sente estremamente vulnerabili! Come un animale che, solo, realizza di poter essere braccato in qualunque momento!

Quindi, il desiderio dei paesani è comprensibile anche se sbagliato e potenzialmente pericoloso. Serve davvero dare una lezione all'Uomo Selvatico? Che tipo di lezione poi? 

Cosa gli faranno i paesani?

Finale 1 - Cos'ho dimenticato?

Finale 2 - Fratello Porcello

Finale 3 - Scrivilo te

Finale 4 - Il bambino filosofo

----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------[Questo racconto è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il prodotto della fantasia dell'autore oppure sono usati in chiave romanzesca. Ogni somiglianza con fatti o luoghi o persone esistenti o esistite è puramente casuale].

06 dicembre, 2020

L'UOMO SELVATICO

«È sostanzialmente un comune mortale che vive al di fuori del consesso umano preferendo i luoghi isolati, la montagna, il bosco. A contatto con la natura ha esaltato al massimo le sue caratteristiche fisiche che gli assicurano la vita: forza, robustezza, fiuto eccezionale per inseguire la preda. È timido,
rifugge dal prossimo isolandosi al punto tale da attenuare le sue capacità psichiche fino alla stupidità. Non si lava né si pulisce. Non si rade né si taglia i capelli cosicché questi si fondono raggiungendo le ginocchia. Per questo diventa una figura terrificante esaltata dalla pelle di caprone con cui si ammanta. Un atto gentile lo intenerisce. A volte sente il bisogno di fraternizzare con gli uomini. Allora si ferma insegnando loro
i mestieri della malgazione, della lavorazione dei latticini di
cui è maestro.» [Giuseppe Sebesta]

Pare che un Uomo Selvatico abiti nel bosco intorno al paese dove vivo. Rispetto alla descrizione che ho trovato su Wikipedia di Giuseppe Sebesta, l'Uomo Selvatico nostrano abita sì in un bosco, in una casa isolata, ma insieme ad altre persone. 

Chissà, magari non ha trovato un compromesso migliore...

Fatto sta che questo personaggio mi ha molto incuriosito. Così ho deciso di approfondire.

Dalle notizie che ho potuto raccogliere in paese, egli interagisce sì con altri esseri umani, i vicini, ma con il solo intento di educarli in modo che, pur convivendoci, possa non accorgersi della loro esistenza o, tutt'al più, possano servirgli a qualcosa.

Da alcune testimonianze, sembra che l'Uomo Selvatico continuamente aggredisca, senza ragione umanamente comprensibile, i malcapitati suoi vicini: ora perché hanno steso una maglia umida con una gruccia allo scuro della finestra che si vede dal suo giardino, palesando la propria evidentemente sgradita presenza; ora perché hanno messo alle finestre delle zanzariere con il velcro che a lui però sembrano orrendi stracci; ora perché passano l'aspirapolvere! Pare che in questa circostanza soprattutto, l'Uomo Selvatico faccia le scale a due gradini per volta, fino all'appartamento dei vicini, per attaccarsi al loro campanello e bussare violentemente alla porta, come se la casa stesse andando a fuoco, facendo prendere un colpo a quei poveri disgraziati. Tutto questo poi per dire sputazzando: "Cos'è sto casino? Avete un trattore in casa?". Segno evidente della demenza di cui è afflitto e a cui fa riferimento il folclore sull'Uomo Selvatico. 

L'archetipo locale vuole l'Uomo Selvatico accompagnato e persino riprodotto. Anche se per "errore". Quindi, per essere precisi, in questo caso specifico si ha a che fare con una intera famiglia selvatica. Un caso più unico che raro!

La Donna Selvatica sembra avere caratteristiche simili all'Uomo Selvatico, certamente con sfumature più femminili: si narra sia una donna attenta a salvare le apparenze, intenta a domare il pelo, capace di ricatti morali, portatrice di facciata di cortesia e abile teatrante dalle sceneggiate grandiose. 

Si racconta che, quando la Donna Selvatica è contrariata col marito o la figlia, le sue grida riecheggino per tutta la vallata. Nessuno però ha avuto ad oggi il coraggio di avventurarsi per verificare. Istintivamente i paesani si rinchiudono nelle proprie case e non muovono una paglia.

L'Uomo e la Donna Selvatici, dunque, si somigliano molto. Entrambi, risulta dalle testimonianze, sono psichicamente svantaggiati, pieni di pregiudizi, decisamente malfidati ed estremamente aggressivi. Vivono isolati dal resto del paese e sono abili a far perdere le loro tracce. Certo è che nessuno vorrebbe incontrarli da solo nel bosco. A volte, quando l'Uomo Selvatico è in vena di incontri, attira con del cibo un cane da caccia durante una battuta, costringendo così un cacciatore ad andare a cercarlo nonostante il timore. Inevitabilmente egli incontrerà l'Uomo Selvatico che lo costringerà a conversare a quel suo modo assurdo. Si sa di questi incontri grazie al gestore del bar del paese, attento a raccogliere le testimonianze confuse degli sventurati cacciatori che si ubriacano per dimenticare. 

Della Figlia Selvatica si sa molto poco. Sembra che l'Uomo Selvatico, in un momento di rara confidenza dettata da evidente stato di stupidità amplificato da quello di ebbrezza, abbia confessato ad un pastore, che rientrava tardi dal pascolo per cercare il cane, che fosse stata un incidente! 

Evidentemente, l'Uomo e la Donna Selvatici sono così deprivati psichicamente, da non essere completamente consapevoli della propria sessualità oltre che della propria mostruosità. 

Fatto sta che la nuova creatura, figlia dell'Uomo e della Donna Selvatici, vivendo fin dalla nascita con genitori cotanto deprivati, in un isolamento assolutamente inadeguato allo sviluppo sano di un bambino, ha visto molto precocemente attenuarsi le proprie capacità psichiche, incorrendo anch'essa in uno stato di grave stupidità.

Non si sa se il processo sia reversibile ma è grande il sospetto che non ci sia margine di miglioramento.

Si narra che non ci sia umano ad aver riscontrato nel tempo alcun miglioramento nell'atteggiamento dei Selvatici. Mentre qualcuno dice di aver osservato un costante peggioramento nelle competenze umane e sociali della figlia che, a vent'anni quasi, si racconta passi le giornate a letto, urlando isterica di rabbia per un nonnulla e alzandosi solo per mangiare. Una vera bestia.

Il folclore, in alcune tradizioni, vuole l'Uomo Selvatico un uomo civile e sensibile che si ritira dal mondo perché incompreso e bistrattato; in altre, è descritto come un primitivo, un troglodita.

In questo caso, l'Uomo Selvatico e la sua famiglia possedevano evidentemente capacità psichiche già molto attenuate prima ancora di isolarsi nel bosco.

Diciamo che questo mito dell'Uomo Selvatico in particolare pare aver subito delle contaminazioni con la favola dei tre porcellini, rendendo il folclore locale molto colorito, piuttosto curioso e decisamente unico.

Infatti, si racconta che l'Uomo Selvatico, prima di riuscire ad allontanare i due fratelli con i quali aveva ristrutturato il vecchio casolare in cui attualmente vive, viveva insieme a loro, ognuno in un appartamento secondo le proprie possibilità economiche. L'Uomo Selvatico era il più povero dei tre e gli è toccato l'appartamento più brutto. Ma, oltre che il più povero, era, a detta di tutti, il più stupido e cattivo. Per diversi anni ha fatto una gara a chi fosse più stupido e cattivo con gli altri due fratelli, sapendo di avere grandi possibilità di vincerla. E infatti vinse alla grande! Nel giro di pochi anni, entrambi gli altri due porcellini, quello più ricco con la porzione di casa più grande e quello intermedio, proprietario dell'appartamento sopra quello dello stupido vincitore, sono fuggiti a gambe levate.

Grazie a quello che fino a quel momento era stato soltanto un difetto, grazie dunque all'insuperabile stupidità coltivata con dedizione da tutta la vita, il porcellino povero/Uomo Selvatico aveva finalmente realizzato il suo sogno: il totale isolamento!

Purtroppo però, il porcellino di mezzo riuscì in corner a vendere il suo appartamento ad un forestiero, gettando nuovamente nello sconforto l'Uomo Selvatico che subì un evidente peggioramento nel carattere: da quel momento avrebbe combattuto contro un totale sconosciuto, senza poter contare sull'impoverimento psichico dell'altro, come era stato per i fratelli.

Così il porcellino stupido/Uomo Selvatico si è rimboccato subito le maniche e ha iniziato la sua opera di tormento, alternata ad una sorta di rieducazione del nuovo vicino di casa. Se non riuscirà a cacciarlo, pensa, gli darà un'altra forma!

Quando poi il nuovo vicino si è accompagnato, l'accoglienza della Famiglia Selvatica fu terribile. Pur sperando che la donna fosse solo "una troia di passaggio", racconta un cacciatore testimone di una confidenza, la Famiglia Selvatica tentò disperatamente di accelerare il processo di espulsione in ogni modo.

Invece, non solo dovette accorgersi che forse la troia non era di passaggio, ma notò pure che, aggressione dopo aggressione, neppure si piegava alle sue condizioni.

Dell'Uomo Selvatico si continua a perdere le tracce. Ogni tanto si percepiscono degli echi lontani, molto probabilmente urla isteriche della moglie e della figlia. Si immagina il suo aspetto. Si teme di incontrarlo da soli nel bosco. E ci si chiede come stiano i loro vicini. 

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[Questo racconto è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il prodotto della fantasia dell'autore oppure sono usati in chiave romanzesca. Ogni somiglianza con fatti o luoghi o persone esistenti o esistite è puramente casuale].

10 ottobre, 2020

LA MATRIOSKA

Io ho una matrioska.

Dentro dentro, ha un nucleo denso e compatto di sofferenza. Si è creato alla morte del padre e si è indurito col tempo. 

Questo nucleo è contenuto dentro ad una bambolina, i cui tratti dipinti del viso sono colati, deformandole i connotati. Si intravede una bocca spalancata in un atto disperato di prendere aria senza successo.

C'è una terza bambolina, sembra aver ripreso a respirare ma ha il viso tirato e gli occhi persi.

La quarta bambolina rappresenta una ragazza tormentata. Ha cambiato espressione: si notano dei piccoli occhi azzurri, duri e una bocca sottile. Solo per chi guarda bene ha un aspetto inquietante perché ambivalente. 

La quinta bambolina rappresenta una donna apparentemente sicura di sé e ostile. Il suo sguardo è dipinto con attenzione, l'aspetto curato a sembrare una persona dotata di stile. Tiene malamente in braccio un neonato, su di lei un accessorio decisamente stonato.

La sesta bambolina rappresenta una donna furiosa. Il neonato è adesso una bambina di pezza ricoperta di spilli. Il dolore espresso dalla bambina è terribile e assomiglia a quello della seconda bambolina.

La settima bambolina rappresenta una strega brutta e volgare. Ha perso la sua bambina ma le dà la caccia in continuazione.

L'ottava bambolina è quella che contiene tutte le altre: rappresenta una donna perduta che si crede onnipotente. Sostenuta da perversa intelligenza, inganna ingenui e conoscenti e tiene tutti legati. Nella stretta, i parenti sanguinano, la figlia è quasi morta. Il suo unico scopo nella vita è nutrirsi degli altri attraverso ricatti e tormenti. E ci riesce bene. Incredibile quanto sia difficile liberarsi dal male.

Per legge, le matrioske non si possono scambiare, regalare, bruciare o buttare. Ognuno ha la sua e se la tiene, con tutto il suo carico di male o di bene. 

C'è una tassa da pagare sulla propria matrioska in termini di infelicità. Più male contiene, più, chi la possiede, soffre. 

Si può non considerarla. Per quanto difficile, dal momento che non sta mai zitta e che, solo perché sei al mondo, necessariamente passi per i suoi ricatti.

Speriamo che cambino le leggi o che si trovi un cassetto blindato e insonorizzato in cui archiviarla.
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18 aprile, 2020

FELICITA' A MOMENTI

La gioia di stasera è nata così, per non aver lavato i piatti e aver preso per mangiare due piatti molto speciali che non usavo da tempo.

Grecia 2018: ci inerpichiamo con il pick-up su per le strade sterrate più improbabili e raggiungiamo un piccolo paradiso. Mettiamo la macchina -su cui dormiremo- in bolla e prendiamo possesso del luogo.

A. però ha preso freddo, ha mal di testa e vomito e si sdraia un momento… io invece cerco un posto dove andare un attimo in bagno… ma mi accorgo in tempo di un tipo con un binocolo, un militare che si avvicina, ci chiede sorridente come diavolo siamo arrivati fino lì e se ne va. Vado da A. sperando che sia ancora cosciente e gli dico che forse non dovremmo stare lì… lui non reagisce, alzo gli occhi e vedo tornare il tipo in compagnia di altri 6 nerboruti militari, sono nervosa ma… hanno due piatti di tartine, acqua e succo di frutta: un benvenuto speciale per noi amici italiani! Sembrano più degli aiuti umanitari… in effetti sembriamo due barboni. Parliamo di qualcosa, ci stringiamo le mani e, siccome non sembriamo molto svegli, uno dei tipi si trattiene un momento e ci scandisce che quello con cui abbiamo appena parlato è Stefanis Alkiviadis, niente meno che il capo dell'esercito greco. 

Quella sera non sono andata in bagno. A. poi si è ripreso. Stasera abbiamo riso un sacco a
ripensare a quel viaggio.
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13 settembre, 2019

PARTICOLARI

Un artista dipinge un disegno ma non ne rimane soddisfatto. Normalmente lo butterebbe ma, questa volta, decide di fare una cosa diversa dal suo consueto, qualcosa di meno assoluto: trasformare anziché distruggere.

Così taglia in tanti parti il disegno e lo mette via in una busta per proteggerlo dalle proprie pulsioni.

Tempo dopo, a freddo, lo ritrova e decide di soffermarsi su quelli che sostanzialmente non sono altro che dei particolari di quel suo disegno originale ormai irriconoscibile.

E succede una cosa: alcuni di quei particolari, inaspettatamente, gli piacciono moltissimo! Altri meno... ma scopre che a seconda del momento in cui li guarda, gli stessi particolari suscitano in lui emozioni differenti.

Ancora però non sa cosa farne di quel disegno. A volte lo porta con sé, perché contemplarlo e scoprire cosa prova non gli basta: vuole condividerlo con qualcuno.

Scopre così che l'altro, con la sua diversità, lo completa e con sorpresa quel disegno trova il suo scopo: partecipa ad un corso di psicomotricità in qualità di omaggio agli allievi che hanno appena fatto una seduta proprio con la pittura.

Ogni allievo del corso viene invitato a prendere un particolare del disegno dell'artista con la consegna di farne quello che desidera: buttarlo o trasformarlo.

Il particolare nel frattempo si è arricchito di un messaggio sul retro: 
'Nei particolari è contenuta la nostra unicità... ma è con l'altro che ci completiamo'.

L'artista è infatti cresciuto durante il percorso fatto da solo e insieme agli altri e si è reso conto, osservando quei pezzetti del suo disegno nel tempo, che egli stesso -e così ogni persona che incontra- è fatto di tanti particolari: alcuni gli piacciono e altri no, oppure piacciono ad altri e, nel bene e nel male, sono proprio quei particolari a renderlo e a rendere ogni singola persona speciale e unica. 

Capisce così che il valore è sempre relativo, che non vale la pena ragionare per assoluti, che solo nell'incontro e nel confronto con gli altri ci si completa e che si cresce integrando nuovi particolari e nuovi punti di vista.


Disegno di Olivya Blogger con contributi speciali di altri partecipanti:
il disegno è stato fatto su un foglio molto grande su cui hanno disegnato in tanti contemporaneamente. Ad un certo punto, il gioco si è impossessato dei partecipanti che hanno cominciato a dipingere il proprio corpo e quello dei compagni e a rotolarsi sul foglio. Hanno quindi sporcato dappertutto tranne quel particolare: quando arrivavano lì nei paraggi, spontaneamente deviavano per andare a pasticciare altrove, o aggiungevano un prezioso particolare. Il risultato finale è persino più bello dell'originale.
E' proprio vero che nei particolari è contenuta la nostra unicità e che è con gli altri che ci completiamo.


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24 ottobre, 2018

GENGIVE

Puoi affinare quanto ti pare tecniche per tenere a bada l'ansia, le emozioni, le paure ma ci sarà sempre una parte del tuo corpo che, magari in modo impercettibile, ti tradirà davanti al tuo interlocutore.

Io, ad esempio, ho le gengive!

Quelle stronze sono sempre state eccessive. Pretendono di comparire in ogni mio sorriso e si mostrano svergognate in combutta con il resto della bocca. Infatti devo avere la mandibola snodata e molto competitiva perché ad una gara di ampiezza di morsi ad una fetta di pane ho vinto a pari merito con un tizio alto un metro e novanta che ha pure una enorme bocca. Molto più grande di quella di Julia Roberts per intenderci, mentre la mia, da fuori, sembra minuscola! (Con l'occasione mi sono inavvertitamente morsicata le guance e tagliata agli angoli).
Non sarebbe un problema se non ridessi spesso. 'Voglio la dada che ride', disse una mamma chiedendo di me alla segretaria della piscina… Un sorriso caratterizzante perché quando rido è piuttosto evidente. E mi succede spesso. Se poi lo unisco al resto della mia personalità, divento uno strano personaggio e non passo inosservata. Quella 'strana': che potrò mai avere da sorridere tanto in questa valle di lacrime!

Ad ogni modo, il problema più imbarazzante è quando sono emozionata. Evidentemente mi disidrato e succede una cosa orrenda: pian piano, mentre parlo e sorrido mi si asciuga la saliva a tal punto che mi ritrovo… il labbro superiore arrotolato in cima alle gengive, come una tapparella, incapace di scendere se non srotolato manualmente o facendo delle smorfie.

Succede gradualmente: all'inizio sento che il labbro scorre male sulle gengive, la bocca è leggermente asciutta ma parlare è ancora possibile.

Poi inizia ad incepparsi, solo da un lato, mezzo labbro su e mezzo giù, come ho visto succedere forse ai cani qualche volta. Infine non scende più del tutto e mi ritrovo a usare i muscoli della faccia per biascicare le parole in un indicibile imbarazzo.

Comunque sempre meglio di quando mi veniva un attacco di diarrea...


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NEL SILENZIO

Ore passate nel silenzio a riascoltare quanto detto, nella preoccupazione di aver ferito, di non aver capito, nel dolore di aver sbagliato. Così non dormo. Il silenzio è solo intorno, dentro le voci si accendono. Chiudo gli occhi -arriverà lo sfinimento?- ma quelli si riaprono dentro: è ancora come di giorno, le luci, le persone, ogni cosa si ripete. Vorrei accettare ciò che è accaduto, domani farò diverso, adesso ho sonno. Impossibile dormire, prima devo rivivere tutte quelle storie.

All’inizio sospiro, non le sopporto, ho troppo sbagliato! Ma ad ogni rivisitazione, gli errori pian piano prendono posto nella mia comprensione, si allenta la tensione e solo dopo molte passate, succede, finalmente, di dormire.

Il mattino arriva presto e non c’è più modo di riposare: di giorno non ci sono scuse, è vietato lasciarsi andare. Solo per un film o un libro ma senza veramente dormire.

Tutto inizia quasi ogni sera, dopo cena e solo dopo essermi distratta: allora mi addormento per caso sullo scomodo divano, mentre sono arrotolata dentro ad una coperta e appoggiata a qualcuno. E’ un sonno perfetto. Appena resto sola però mi sveglio perché dentro si accorgono che è notte e di quel vuoto nel silenzio.

Così cominciano a parlarmi per riempirlo e io non so fare altro che ascoltarli. Passano le ore, in mezzo a quella folla di persone e ascolto e riascolto le nostre parole e tutte quelle storie…


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05 settembre, 2018

PASSAGGIO PONTE

Riflessioni sul traghetto da Venezia/Ancona per Igoumenitsa/Patrasso e ritorno: i passeggeri sono, a turno, protagonisti e spettatori involontari di un documentario sul concetto di selezione naturale di Darwin.

23 maggio, 2018

VOGLIA DI VARICELLA

Da piccola mi ammalavo sempre. Somatizzavo la mancanza di affettività... solo che, a somatizzare, sono sì sopravvissuta all'abbandono, ma che fatica! Ed ho per giunta rischiato di subire delle modificazioni genetiche per massiccio uso di medicinali combinati, all'epoca mica tanto controllati. 

15 maggio, 2018

IMPERFETTO CON ORGOGLIO

Oggi ho capito una cosa importante: fare un uso emotivo dei puntini di sospensione è quanto mai dannoso per sé stessi, per gli altri e per la lingua scritta.

Lo dicono nei siti che offrono consigli a chi vuol partecipare a concorsi letterari e non essere cestinato prima ancora di essere letto.

11 maggio, 2018

IL LETTO

Oggi ho cambiato le lenzuola: finalmente l'ho fatto di mattina, ho fatto prendere aria al materasso una mezz'ora e messo subito dopo la biancheria pulita, di cui ho azzeccato l'orientamento al primo colpo. 

21 aprile, 2018

A NICCOLO' AMMANITI

Ma tu sai tutte quelle cose sui tuoi personaggi per esperienza diretta o tuo padre a caratterizzarli un po' t'aiuta?

Nel primo caso, se tua madre o tuo padre ti hanno maltrattato, va bene: c'è pieno di persone, come gli psicoterapeuti, che possono aiutare gli altri ma che massacrano i propri figli. E' una questione di ambiti e proiezioni: con gli altri non ci sono di mezzo certe emozioni. E i figli sono una occasione imperdibile per potersi rifare. 

08 aprile, 2018

GIOCARE COL FUOCO

Risaliamo di corsa il pendio tra gli alberi e, appena fuori, ecco le fiamme. E' un incendio e il fronte sembra molto vasto. Brucia il basso paleo per centinaia di metri e si sta insinuando tra le prime piante ai margini del bosco.

19 marzo, 2018

IL SASSO

19 marzo, festa del papà...

Per anni a scuola ho preparato regalini da portare a casa e archiviare per la festa del papà. Quello del quale ricordo meglio la preparazione è stato un sasso dipinto, confezionato alla materna mentre mi scappava la cacca e cercavo di tenerla...inutilmente perché poi me la sono fatta addosso...

I pensierini destinati ai genitori mi portavano una gran iella (Temi Difficili Alle Elementari)! Sono stata molto sgridata dalla maestra che mi ha dovuto cambiare prendendo a prestito il cambio di un mio compagno: ricordati di dire alla mamma di riportarlo pulito, hai capito! Vergognati!

Ti pare di tormentarmi con il tuo livore, brutta strega isterica, mentre sto esprimendo tutto il mio sentimento per mio padre???

Certo, uno vive un doppio dramma -preparare l'ennesimo regalino a vuoto per suo padre stronzo e, sotto sforzo di concentrazione, riprodurre simbolicamente la propria figura genitoriale- e questa protesta e mi umilia! 

Aveva intuito cosa stava per succedere e avrebbe voluto portarmi in bagno in tempo ma ero comprensibilmente assorbita dal gesto creativo, per abbandonare la mia opera anche solo un momento...

A pensarci bene, sarebbe stato ganzo trovarselo a casa, andargli incontro così, piena di merda, tirargli il bel sasso variopinto in testa e poi, una volta steso a terra e finalmente alla mia portata, sedermici sulla faccia! Un gioco simbolico per me, con un retrogusto così reale per lui...

Devo rivalutare le maestre di quell'asilo a questo punto: mi avevano dato l'occasione di esprimere le mie emozioni represse tramite l'arte, suggerito un gioco simbolico di grande soddisfazione per un bambino (uccidere il genitore) e fornito un oggetto-mediatore della relazione che nella realtà avrebbe potuto essere un'arma contundente! Il sangue si sarebbe poi confuso tra le macchie di pittura...nessuno avrebbe cercato l'arma del delitto tra i regali di una bambina e, comunque, a 4 anni non sarei stata perseguibile ancora...

Mia madre, da quando ho memoria, quando me la facevo addosso mi gonfiava di botte e mi urlava contro furibonda e non ha mai molto gradito i miei regali, anzi me li cassava quasi sempre. Ripensandoci, quel dono, passata la festa del papà, avrei potuto riciclarlo per festeggiare pure lei la volta dopo! 

Ma lui non è mai venuto a prenderselo e così il sasso è rimasto lì, ad aspettarlo.

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