29 settembre, 2020

IL SACCO DELL'IMMONDIZIA

L'altro giorno sono stata costretta a riflettere su alcune convinzioni di una coppia di amici. Da qualunque parte io le consideri, mi sembrano sbagliate. Quando ne avevamo parlato insieme tempo addietro, ognuno è rimasto della sua opinione. Solitamente la loro opinione è per me autorevole e persino illuminata. Ma circa questa questione siamo lontanissimi. E non riesco a ricondurre a me in alcun modo la possibilità di una distorsione dovuta a mie cattive abitudini. Perché talvolta mi riconosco di essere in errore, un errore che fatico a non fare e per il quale poi cerco di rimediare. Ma stavolta non sono io. Sono loro. E ciò che mi rende tutto molto faticoso è che non lo riconoscono nemmeno.

Tutto ciò mi obbliga a fare uno sforzo enorme per tenere insieme la parte ragionevole e illuminata dei miei amici e questa oscenità senza senso che stona e puzza come un sacco dell'immondizia. E' come se avessero una bella casa pulita con dentro un sacco condominiale di rifiuti puzzolenti e ne negassero l'evidenza disgustosa. E io mi dovessi sforzare di stare insieme a loro seduta al fianco di questa cosa orrenda come se niente fosse. 

Se mi dicessero: sai, abbiamo un sacco dell'immondizia da buttare ma siamo pigri e rimandiamo sempre o ce lo scordiamo, proprio non ce la possiamo fare... capirei che almeno ne sono consapevoli. Invece mi sembra che neghino la realtà facendomi involontariamente sentire una pazza allucinata che si immagina seduta in parte ad un sacco dell'immondizia che non esiste.

Ecco, sì, ancora una volta mi sento come se in gioco ci fosse la mia stessa normalità. I miei hanno giocato a torturarmi talmente tante volte e così i miei successivi partner-da-copione-familiare, che qualsiasi negazione della realtà è per me una pugnalata, un gioco perverso.

Altrimenti potrei lasciare in pace i miei amici con il loro sacco di immondizia a cui loro non fanno caso.

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INVERNO, PRIMAVERA, ESTATE, AUTUNNO... E ANCORA INVERNO.

INVERNO: la storia comincia con una pandemia, fuori, e una anziana signora invalida, dentro, che si alletta alla fine di febbraio nel suo appartamento di un condominio. Al suo fianco il marito devoto. L'anziana signora ha una infezione e per questa ragione viene portata in ospedale. Le condizioni sono gravi. Arriva la nipote con il compagno. Nella casa sono presenti una strega e due gatti neri.

PRIMAVERA: L'anziana signora è tornata a casa ma le sue condizioni sono molto precarie. I mostri e i gatti neri si moltiplicano e si affollano al suo capezzale. Sono orribili e fanno male agli occhi così li chiude per non vedere, anche se è ancora costretta a sentire. La nipote manifesta sintomi di avvelenamento e si ritira con il compagno appena in tempo. L'anziana signora si spegne. I mostri si disperdono. Qualcuno cerca di nutrirsi dell'anziano vedovo. La nipote è devastata.

ESTATE: L'anziano vedovo rimane solo in compagnia della strega. Un gatto nero si aggira nei dintorni della casa. Il vedovo è triste ma fisicamente sta meglio. Ha ricominciato a dormire dopo tanto tempo. La nipote soffre, fa brutti sogni. La strega... è una strega, indifferente.

AUTUNNO: L'incertezza domina la scena. L'Incertezza è cugina della Morte. La precede, la invita, è sua amica. La scena si divide in due: da una parte l'appartamento con l'anziano vedovo, la strega e il gatto nero che si aggira fuori della porta. E dall'altra un bosco dove vive la nipote.

E ANCORA INVERNO: La scena non è ancora stata girata. Il regista si è ammalato ed è stato ricoverato in ospedale. Forse guarirà. Se guarirà non girerà altre scene di questo film. Non si sente più lo stesso, ha la nausea del suo modo di rappresentare la realtà. Si ritirerà a vivere altrove, cercherà di smettere di guardare negli occhi l'orrore e girerà solo commedie.

Perché se la vita di ognuno può sembrare una patetica successione di eventi spesso fuori dal proprio controllo e simili tra loro, la fantasia può offrire una via di uscita, un luogo sicuro in cui rifugiarsi, volendo anche tutta la vita. Si può evitare uno sguardo fatalista, crudo, dedicato alla osservazione e cronaca degli aspetti triviali dell'esistenza. E nessuno può obbligarci a guardare il mondo con i suoi occhi. Nessuno tranne un genitore con il proprio figlio. Il regista quindi invita tutti i figli di genitori privi di fantasia a fuggire lontano in cerca di stimoli alla propria creatività, affinché la propria vita possa essere migliore di quella avuta in dotazione.

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03 settembre, 2020

LA CADUTA DEGLI DEI

Presto o tardi arriva la liberazione. Arriva il momento in cui coloro che avevi innalzato allo stato di Dei precipitano dal pulpito e tornano ad essere persone normali, fatte di pregi e difetti comuni e per questo irrilevanti. Una liberazione per sé e per gli altri: non a tutti piace stare su un piedistallo e idealizzare troppo gli altri fa male ai rapporti.

'La caduta degli Dei' segna dunque l'evoluzione di un rapporto importante, da una condizione di  dipendenza e verticalità, a quella della maturità e orizzontalità-parità.

Il rapporto passa così dall'essere caricato e investito massicciamente di proiezioni e aspettative, di un valore speciale, unico -del genere allievo/insegnante-, utile per crescere e per passare di livello di consapevolezza, ad una condizione di parità.

La vera sfida, dopo la caduta, è continuare a rimanere amici, accettando la vulnerabilità dell'altro, le sue debolezze, le sue manie, le sue fragilità, le sue assurdità, insomma, la sua normalità.

Perché la normalità è come un quadro di un impressionista: si apprezza solo dalla giusta distanza.

Avvicinandosi troppo si rischia di perdere la visione di insieme, di frammentarne il senso, la personalità, di perdersi nei dettagli, in questioni che non ci dovrebbero riguardare dal punto di vista relazionale.

Osservando le singole pennellate di un dipinto, i singoli tratti di una personalità, in un certo senso, si accede alla sua intimità. Ma non tutte le relazioni riguardano l'intimità. Il rischio dunque è quello di finire con il giudicare l'intera opera/persona da un singolo dettaglio secondario e del tutto inutile per quel tipo di relazione. 

La convivenza su questa Terra sarebbe ben più semplice se non ci occupassimo di cose che non ci riguardano e focalizzassimo la nostra attenzione sulle cose davvero importanti. Invece no, è tutto un sovrapporre piani, ricevere e cercare informazioni sbagliate, inutili e dannose. 

La normalità poi è decretata dall'occhio che guarda, che è capace o meno di visione d'insieme, di consapevolezza. Ecco così l'origine di tutti i problemi. Nella incapacità di vedere le cose dalla giusta distanza, nell'impossibilità di cogliere il senso, nello scomporre arbitrariamente l'Altro in parti. 

E’ determinata dal contesto in cui è inscritta, dipende dall'ambiente in cui si vive e dalle persone di cui ci si circonda. 

E’ dunque saggio circondarsi di persone simili nelle pennellate e nei tratti, per garantirsi la sicurezza, rimanendo però in osservazione, contatto, dialogo e rapporto di scambio con la diversità, per garantirsi la crescita e la maturazione. In una sana alternanza e misura, tra simile e diverso, adeguate a seconda della propria condizione generale.

Ognuno di noi è fatto di così tante pennellate che, per forza, qualcuna sarà venuta strana per qualcuno. Le stesse singole pennellate di cui siamo fatti possono piacere ad uno e dispiacere ad un altro. Non si può piacere a tutti, né piacere sempre alle stesse persone. In generale apprezziamo gli aspetti che comprendiamo e amiamo di più di una persona e dovremmo poi però rispettarne l'intimità, i segreti, le stranezze di cui è certamente portatore, prendendo le giuste distanze da ciò che non si condivide senza allontanare troppo tutto il resto. Questo se l’Altro non ci fa del male. Se, al contrario, l’Altro è un perverso manipolatore, una persona nell’insieme malvagia, prenderne le distanze è l'unica cosa da fare. Ci sono persone molto intelligenti, che sanno usare ad arte i loro pregi, certe qualità socialmente popolari, per poi usare gli altri a proprio piacimento, screditarli, far loro semplicemente del male come prova del proprio potere. In una società dell’apparenza, saper apparire porta successo, credibilità, potere sugli altri. Viviamo infatti in una società fondata sulla falsità, sull’inganno, sulla superstizione, in modo diverso e uguale da come è sempre stato. Le forme di sfruttamento mutano nell'aspetto e nel nome magari, ma la sostanza rimane la stessa.

Si può essere eccellenti in ambito professionale e dei mostri in quello privato. Talvolta i due comportamenti sono le due facce della stessa eccellenza.

L'Altro, in conclusione, è sempre, contemporaneamente, ricchezza e minaccia. Convivere non è cosa semplice, mai. Tanto meno prendersi cura di sé in mezzo agli altri. Una comunità muore, si estingue rapidamente se eccede in apertura, a causa della mancanza di identità; ma muore, soffoca, magari dopo lunga agonia, pure se non lascia entrare la diversità. Il singolo muore se rimane solo e disarmato, privo cioè di strumenti efficaci per l’autoconservazione, ma muore soffocato se non può essere sé stesso e autoaffermarsi all’interno della comunità in cui vive.

L’equilibrio individuo/comunità e individuo/individuo è sempre delicato, precario e complesso.

Idealizzare per un certo periodo gli altri può aiutarci a strutturarci e a crescere se poi ristabiliamo gli equilibri mantenendo una visione di insieme equilibrata, imparando a fidarci di noi stessi e a difenderci. Un processo faticoso e costellato di fallimenti, successi, dolori, gioie.

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10 luglio, 2020

L'INTRUSO

L'essere umano, durante l'intero corso della vita, è esposto continuamente a rischi di complicazioni anche gravi a causa delle relazioni che instaura.

Le prime complicazioni, quelle inevitabili, inizieranno dal rapporto con i propri genitori. Percepito come un intruso, prima dalla madre che lo ospita, poi dal padre che lo tollera, dai fratelli che per anni cercano di ucciderlo, l'essere umano rischia di identificarsi con la visione  distorta che gli altri hanno di lui. Quella di intruso.

In quel caso, egli si sentirà un intruso anche tra i compagni di scuola, i coetanei, gli amici, se non sarà portatore di caratteri vincenti e capace delle bassezze o dei virtuosismi adeguati all'ambiente in cui cresce.

Infine sarà un intruso nella vita del partner in qualità di portatore di un carattere, nonché di un passato e di un nostalgico copione anche molto differente da quello dell'altro che, non elaborato, inevitabilmente creerà incomprensioni, attriti, sofferenze e violenze a vari livelli.

L'essere umano, al grezzo, abbozzato, non si eleva più di tanto da quella condizione comune di intruso finché non prende consapevolezza di sé stesso. 

Purtroppo la consapevolezza è svalutata e per questo abbiamo, dalla gente comune ai più grandi scienziati, ingegneri, politici, letterati, ecc, individui magari estremamente preparati nel proprio circoscritto campo d'azione, geniali nella propria materia di studio e d'interesse specifico ma completamente idioti dal punto di vista emotivo/relazionale. Una condizione diffusissima.

Poi c'è chi dell'intrusione fa una ragione di vita, chi, nell'intromettersi, trova il proprio scopo, il senso della propria esistenza. Nell'essere onnipresente ritrova quel senso di sé, quella centralità da cui è gravemente dipendente. Quella pienezza che non potrebbe raggiungere altrimenti. 

Insomma, "essere intruso" può elevarsi a vero e proprio status: ce ne sono di già esistenti e, ad oggi, ben consolidati, come ad esempio lo status di suocero/a e di ex fidanzato/a, due categorie di intrusi professionali.

Ci sono persone infatti che quando le incontri cercano di insinuarsi nella tua vita per sempre. Ritrovare la propria autonomia da loro è molto difficile perché riescono a parassitare più individui contemporaneamente senza mollare la presa di nessuno, spinti a resistere dai tratti marcati di fissazione alla fase infantile dell'onnipotenza. Il loro scopo è quello di tenerti in pugno, mantenere la loro posizione in prima fila nella tua considerazione, davanti a tutti gli altri. Perché loro sono speciali e tu non sei che un prolungamento del loro ego. Per loro sei come l'acqua per una cellula. Si abbeverano alla fonte della considerazione degli altri. E necessitano, per dissetare quell'ego smisurato, avere infiniti pozzi da cui attingere, uno nel cuore di ciascuna delle persone che hanno visitato. 

Gli individui con status di suocero o ex fidanzato spesso si arrogano diritti di categoria, riconosciuti solo dal proprio ordine abusivo e non ufficialmente dallo Stato, contrariamente a quanto invece potrebbe sembrare; nonostante ciò, hanno un tale senso di appartenenza da sentirsi legittimati ad ingerire nella vita del proprio ospite come se le loro vite fossero indissolubilmente legate, e sono talmente abili nell'insinuarsi da risultare, se allontanati, persino vittime.

Ecco che l'intruso, in questa forma, certamente trova grandi soddisfazioni.

Si può essere intrusi seduttivi e compiacenti e per questo socialmente di successo: "Tutti vengono da me a parlarmi della loro vita! Non so proprio come mai!". 

Ma davvero non lo sai? 

L'intruso seduttivo e compiacente è il più difficile da estirpare dalla vita delle sue vittime proprio perché socialmente ben accettato. Per questo le vittime di questo tipo di intruso, spesso per trovare pace, devono allontanarsi momentaneamente da tutta una serie di amicizie comuni, frequentazioni, persino città...

Il massimo lo raggiunge chi poi fa del proprio status di intruso una professione tipo quella del counselor: in questo modo il suo difetto, la sua mania, il suo abuso è coperto e istituzionalizzato. Oltre che legittimato: "Te lo dico io che sono consulente!". Eccerto. Perlomeno, così facendo ha un grande bacino a cui attingere e, non essendo coinvolto personalmente, potrebbe pure risultare utile a qualcuno.

L'unica speranza invece per le sue vittime, è che l'ultimo ospite in ordine cronologico si incazzi e faccia chiarezza. La consapevolezza è l'unica arma efficace contro gli intrusi. Fare luce sui meccanismi in gioco automaticamente rompe gli ingranaggi e interrompe le dinamiche perverse.

E tu, che intruso sei?
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09 luglio, 2020

RICOPRIRE POI CON ACCIAIO, PIOMBO E CALCESTRUZZO

L'inferno esiste ed è la mia famiglia. E la città che la ospita e le persone che la circondano. Lo è l'umanità. Siamo noi, sono gli altri e non esiste male peggiore di quello che può farti un altro essere umano.

Esistono poi piccole bolle di paradiso, molto simili ad illusioni che crei con le persone che ami, che ti vogliono bene. Piccole realtà in cui ricaricarsi, leccarsi le ferite e sentirsi che vivere non è poi così male. 

Dopo aver visto la serie su Chernobyl, una immagine ha preso forma dentro di me: la mia famiglia e la mia città di origine come una centrale nucleare esplosa.

Le radiazioni fuoriuscite arrivano fin qui nella bolla, ma attenuate... riesco a distrarmi anche se mi sento ferita a morte dopo ogni visita.

Tornare dai miei è sempre devastante. Avvicinarmi alla mia città e ai miei è rischioso per me tanto quanto avvicinarmi pericolosamente ad un reattore scoperto di una centrale nucleare: vengo divorata da dentro. E mentre sono lì quasi non mi accorgo di nulla finché non è già troppo tardi.

E' vero che si sente parlare dei maltrattamenti al telegiornale ma per molte persone devono sembrare cose che capitano lontano da loro. In un altro spazio-tempo, nei film soprattutto. E quando uno dice di averne vissuti, pensano che esageri, che certamente te la racconti, che la vita non è il telegiornale, che loro stanno anche peggio, in fondo tu hai qualche dono invidiabile, mentre loro si sentono mediocri. Non può esserti andata poi così male. Stronza.

Ieri sera ho visto un film su dei prigionieri di guerra. Mi ha colpito il confronto tra i prigionieri appena catturati e gli altri lì da anni ridotti a pelle e ossa. I primi, i più consapevoli, vorrebbero mettersi subito all'opera per tentare di fuggire; i secondi li boicottano perché hanno paura di peggiorare la loro condizione. Ma sono quasi morti. 

Eppure funziona proprio così. Un prigioniero non tenta la fuga perché teme di peggiorare la propria condizione, ovvero di subire torture peggiori di quelle che è in grado di sopportare e che ha sopportato fino a quel momento e di cui non percepisce il naturale incremento graduale. Crede forse che si salverà, anche se non sa per quale ragione.

Mia madre mi ha tenuto in pugno finché non ho capito che non esistono regole e limiti alla sua cattiveria. Che non è vero che verrai risparmiato se rispetterai le regole, che non è vero che esistono conseguenze peggiori di quelle che stai già pagando e che a malapena sopporti. Perché è nella natura stessa del carnefice annichilire e per forza sarà sempre peggio ogni giorno che passa. Ti consumi un giorno per volta, anestetizzato da una falsa promessa di tregua. Una tregua che non arriverà mai, un traguardo che si sposta continuamente in assenza di pietà. Ma la speranza si nutre di quella bugia: che esista una fine alla tua sofferenza, che ci sia una logica in cui entrare e grazie alla quale uscirne vivo. Per questo ti illudi mentre muori lentamente. Quando lo capisci, allora ti ribelli. Se non lo capisci, è certo che muori. Pure se il corpo rimane. E io stavo morendo nell'illusione di una liberazione che non sarebbe mai arrivata.

Non c'è una logica salvifica. Il carceriere, per sua natura, sa solo fare e tenere prigioniero l'altro, non è in grado di costruire una relazione alla pari per il solo fatto che è capace di tenere qualcuno oppresso e di torturarlo al bisogno. Di ucciderlo.

Ho passato la vita in questo inferno e nell'incomprensione dei familiari intorno. Alcuni prigionieri della stessa illusione. Sono passata persino per ingrata quando, da sola, sono riuscita ad allontanarmi da tutto questo. Nessuno mi ha riconosciuto la sofferenza patita. 

Nella nostra società è facile finire per non essere creduti, per essere umiliati, incompresi e lasciati soli.
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10 giugno, 2020

LIMITI E INTERPRETAZIONI

Nella teoria, il limite di velocità consentito su una strada indica la velocità massima che i veicoli possono raggiungere su quel tratto, sia che siano guidati da Michael Knight o da persona comune; se su quello stesso tratto di strada non ci sono tutor, autovelox o pattuglie, comunque non è possibile andare più veloci, mentre, volendo, si può andare più piano, senza per questo essere colpevoli di illecito...
Nella pratica, invece, pare essere un obbligo andare sempre al massimo della velocità consentita e superare il limite, più o meno a seconda di quanto si è vicini a Dio l'Onnipotente nella scala sociale. 

Se non hai fretta e guidi tranquillo, sei un irritante sfigato, un perdente, un miserabile. Mentre gli aspiranti Dei, sfigurati dallo sforzo di elevarsi dalla condizione mortale, sono gli unici furbi in un mare di idioti. Se poi guidi una utilitaria, non sei proprio degno di percorrere la stessa strada. 

L'argomentazione classica è che loro sono capaci di guidare, quindi, se anche vanno molto veloci, hanno il controllo della macchina, a differenza della maggioranza delle persone. Secondo gli aspiranti Dei, i limiti di velocità sono rivolti solo a chi non sa guidare, tutti sostanzialmente, a parte loro. Salvo poi saltare in aria e piangere su un ostacolo imprevisto, come un cinghiale, un sasso, un bambino, qualcuno che si sposta bruscamente per evitare il camion fermo a cui è scoppiata una gomma. Ma si può sempre tentare di fare causa al Comune, reo di non controllare l'imponderabile, se si sopravvive.

Secondo questa logica egocentrata, se ti trovi in tangenziale dove il limite è di 90 Km/h, se sei colpevole di guidare una utilitaria e di osare di frequentare la corsia di sorpasso riservata agli Dei, quando arriva Supercar dietro di te ai 240 km/h,  pure se a destra hai una fila continua di macchine e camion, è comunque tuo dovere smaterializzarti, scomparire all'istante, nel momento preciso in cui Kitt ti ha sfanalato la prima volta -con adeguato anticipo- quando era ancora a 100 metri, distanza che ha bruciato alla velocità della luce. 

Deve essere avvilente stare in un mondo popolato da disgraziati e utilitarie, mentre tu sei Dio in terra anche se poi muori come gli altri tra atroci sofferenze negli incidenti. Ma forse più spesso li provochi dietro di te. Quindi, più che Dio l'Onnipotente, sei una grandissima, esaltata testa di cazzo fuori controllo.  

In fondo devi sentirti un po' solo a correre in ogni momento, a sfuggire da tutto, un po' stanco ad aggredire continuamente il tuo prossimo.

Di quale rispetto potrai mai essere capace tu che, seduto al volante del tuo macchinone, insulti chiunque pesantemente e senza ragione?

La perversione più in voga tra gli aspiranti Dei è quella di incollarsi alla macchina che si vorrebbe eliminare, superarla a destra dopo aver obbligato le macchine sull'altra corsia ad evitarlo, mentre lui vive un duello in una allucinazione. Passare poi ad un millimetro dalla carrozzeria di suddetta macchina di merda e ripetere il giochino perdendo pure la propria uscita, letteralmente perseguitando il malcapitato finché il traffico finalmente non lo obbliga a tornare alla realtà. Forse è il loro unico modo per avere una erezione.

Forse è una sindrome... cresciuti dalla fredda tecnologia non si è più in grado di relazionarsi col mondo se non a forza di clacson e sfanalate allo xeno, dopo le quali gli altri intorno rimangono ciechi condannando lo sfanalatore compulsivo a non essere visto per l'esserino bisognoso di affetto che è. Per fortuna perché non c'è molto da fare ormai per lui. 

Si vedessero allo specchio in quel momento: gradassi, prepotenti, incazzati, sfigurati dalle smorfie e in preda alla furia. Brutti, orrendi, insoddisfatti di tutto e tutti che sfogano la propria rabbia su chiunque gli capiti a tiro. Gente che avrebbe vissuto bene come aguzzino nei campi di concentramento e che in epoca moderna, nella nostra società, non possono che accontentarsi di tormentare il prossimo ogni volta che ne hanno l'occasione. Protetti dalla super corazza della loro Supercar, perseguitano tutte le utilitarie che danneggiano la loro razza superiore.

Viste le frequenti interpretazioni emotive del codice della strada, si potrebbe proporre che il corso di scuola guida preveda un pacchetto di ore dallo psicoterapeuta per poter conseguire la patente. Sarebbe una bella selezione! Patente che potrà essere rilasciata con "guida vigilata" a seconda del livello di irritabilità riscontrata e soggetta ad eventuale ritiro immediato a fronte di attacchi d'ira di quel tipo. Contestualmente alle lezioni di guida, sulle precedenze e alle prove di parcheggio, si faranno simulazioni delle tante situazioni irritanti per questi soggetti, in particolare dovranno stare in coda dietro utilitarie e dimostrare di saper rallentare; si farà inoltre presente l'importanza della gentilezza, del rispetto, dell'attenzione e pazienza come atteggiamenti necessari alla guida e alla vita stessa.

La gentilezza è un valore perduto ormai. Siamo tutti 'usa e getta', in lavori e relazioni, nei rapporti interpersonali. Oggetti di consumo.

Ad ogni modo, se quelle misure non bastassero a contenere l'ego di questi automobilisti dai nervi fragili,  si potranno attrezzare le utilitarie con scritte scorrevoli sul lunotto posteriore: 

  1. 'Ciao Michael Knight!' 
  2. 'Attenzione: rischio di frenata improvvisa'. 
  3. 'Non sapevo di essere sul set di James Bond!'. 
  4. 'Tom Cruise riesce a guidare sulle due ruote laterali, e tu?'. 
  5. 'Non eri abbastanza bravo per la Formula1, eh?!". 
  6. 'Attenzione: sono positivo al Covid, se insisti freno all'improvviso, mi tamponi e quando scendiamo dalla macchina, ti tossisco in faccia'. 
  7. 'Lo so, fa rabbia essere Dio in un mondo di persone comuni'. 
  8. 'Non sapevo questa fosse la tua corsia preferenziale'. 
Accetto suggerimenti per le scritte...

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FILM INDIPENDENTI

Un figlio, se lo fai, resta. Ai miei non lo avevano detto! 

A volte le cose non vanno come ce le immaginiamo. Un amore, una amicizia... ma, se fai un figlio, dovrebbe passarti per l'anticamera del cervello che avrai degli impegni e delle responsabilità almeno per un certo tempo.

Eppure, sorpresa, qualcuno non solo proprio non se ne sente responsabile per nulla di quel figlio, ma riesce pure a sbolognarlo e a interessarsene solo per tormentarlo. Una specie di giochino su cui sperimentare il potere smisurato che ha un genitore.

Adesso, va bene essere distratti, ma totalmente coglioni no. E che cazzo.

I miei genitori sono entrambi coglioni purtroppo. Due su due. Vero che chi si somiglia si piglia: due imbecilli privi di senso della realtà, preoccupati solo di apparire... non si sa poi a chi dovrebbero interessare. Anche se una idea oggi me la sono fatta.

Eppure si svegliano ogni giorno convinti di avere dei diritti, una dignità e un valore. 

Ma sì, perché in realtà hanno preso la vita come un gioco dove le mosse sono puramente irrazionali e senza senso, tanto la realtà non esiste per loro. E' una cosa che inventano e adattano alle loro necessità, una cosa a metà strada tra una allucinazione e ad un film.

Così ho subìto due abbandoni importanti, sùbito all'inizio, e tanti abbandoni ripetuti e sistematici lungo tutta l'infanzia e l'adolescenza.

Mia madre, da madre, almeno ha provato a spiegarmi, un po' sbrigativamente, che non valevo niente per lei, che mio padre se ne era lavato le mani di me e così si sentiva in diritto di fare lei. Lo considerava un discorso sulle pari opportunità! Vedi, a volte, gli equivoci! 

Pazienza. 

Il fatto è che mi ha rotto il cazzo per tutta la vita quando le girava e senza fare la parte positiva che dovrebbe fare un genitore, indipendentemente da quello che fa l'altro! 

Macché. Il contatto corporeo con me la inorridiva, salvo venire a prendersi una cosa che assomigliava ad un abbraccio, credo, quando le pareva. Era sempre sotto forma di tormento e gioco sadico, una roba che nessun altro essere vivente avrebbe mai scambiato per affetto. Solo a lei pareva normale. Deve essere cresciuta su un altro pianeta.

E poi periodicamente raccontava di me al compagno di idiozia, mio padre, e lui le diceva di dirmi di chiamarlo. 

[Sconcerto, il mio!]

Così ho realizzato di aver vissuto un "Truman Show" di terza categoria.

Tutto ha senso se ambientato in un film, dove succedono le cose più incredibili perché ci sono gli effetti speciali. Così si spiegherebbe perché per loro è tutto così easy: sono attori che recitano un copione.

Io però devo essermi addormentata, perdendo qualche passaggio logico della storia che interpretano perché nella recita, da che ho memoria, non rendono le emozioni, sono mono espressivi e non si capisce un cazzo di quello che fanno.

Credo che sia andata così: un regista di ultimo livello ha dato loro la parte dei genitori in un film inizialmente di natura confusa, ibrida, mista tra romantico e dramma. Loro poi erano attori scarsi ma per questo economici... forse riciclati dal porno. Penso che il film sia stato un fiasco perché i miei genitori non sono riusciti ad interpretare la minima consapevolezza della loro genitorialità. Forse nessun regista ha spiegato loro che dopo aver fatto un figlio, per quanto in una finzione, avrebbero dovuto occuparsene poi. 

Invece nella storia un po' nevrotico/erotica e un po' dramma, ad un certo punto nasco io: lo spettatore è portato dunque ad immaginarsi un seguito a tre, mentre, improvvisamente, cambia la scena e si vedono solo loro due. Forse un colpo di scena! Loro dicono di fare i genitori ma non lo fanno. Il film si trasforma da pseudo Romantico a patetico Osceno. La trama si svuota, gli attori sembrano improvvisare una specie di delirio, ognuno per conto proprio. E lo spettatore rimane completamente spiazzato. Pure il figlio. Che cerca così di farsi adottare dallo spettatore ma senza successo.

Il film continua ed è sempre più avvincente per chi guarda perché è agghiacciante e, forse, in questo, meritevole di un premio per il coraggio a continuare a darsi da fare. E' assolutamente senza senso, di qualità talmente infima nella recitazione, nella scenografia, negli effetti speciali, da tenere incollati gli spettatori, curiosi di vedere la miseria fin dove può arrivare. Il regista forse è morto durante le riprese e il film ha continuato da solo.

Primo caso di film che vive di vita propria. Altri registi hanno provato a prendere in mano la regia ma hanno fatto solo un grandissimo casino. Il figlio si vedeva dentro allo schermo, ora che evitava di venire colpito per errore dai movimenti maldestri dei due genitori, ora con le manine e il visino appiccicato allo schermo invisibile a metà tra realtà e finzione. E' intrappolato lì, sul confine. Nè dentro, né fuori.

Poi è sparito. Ogni tanto ricompare per errore e i due lo usano come straccio per pulire e poi scompare di nuovo. Chissà che fine farà...

Che film di merda.
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08 giugno, 2020

LADY DEATH

Nel mio paese non vogliamo morire. Mai. Così ce le inventiamo di tutti i colori per vivere o far vivere un giorno in più i nostri cari e, piuttosto che morire, accettiamo di vivere una vita penosa a trascinarci dal letto al divano anche solo per stare 12 ore davanti alla televisione, quando va bene, se non rimanendo direttamente a letto a sperare di dormire. Tutto questo perché non si sa mai che si decida improvvisamente di vivere come non si è mai fatto in tutta la vita.

Arriviamo al punto di ingurgitare cocktail di decine di farmaci e di dipendere in tutto e per tutto da una badante. Ma forse, a quel punto, non siamo già più padroni della nostra vita, l'abbiamo data in franchising alla cara Signora.

Ad un certo punto la vita è per lo più una condizione di veglia anestetizzata e priva assolutamente di stimoli, emozioni e affetto, anche perché i familiari, spesso già incastrati in mille compromessi, nelle loro brevi e penose visite, ripetono solo che non devi fare niente… non fare sforzi, non fare un solo passo, non prendere iniziative, non osare di fare nulla,  pensa a tutto Lady Death, perché solo così non muori e loro non si sentono in colpa.

Insomma, devi solo sopravvivere e continuare a svegliarti il giorno dopo, rassicurando così gli altri che hanno fatto un buon lavoro. 

Molti genitori fanno lo stesso coi figli. Li nutrono, li portano dal medico, li lavano e vestono, comprano loro dei contentini e poi li piazzano davanti alla tv, a sopravvivere, perché ogni altra attività comporterebbe un rischio di delusione, oltre che una faticosa partecipazione attiva alla vita. Così sono certi bravi genitori, esattamente come sono bravi figli, impegnati a far sopravvivere tutti e, spesso, incapaci di vivere loro stessi.

Così, arriva il momento in cui ti presentano Lady Death, colei che gestirà il tempo del tuo  trapasso, la tua personale traghettatrice dall'al di qua all'al di là, spesso raffigurata come una donna corpulenta, generalmente sopravvissuta a terribili abusi nel suo paese per essere pronta a sacrificarsi con determinazione sul tuo talamo pur di emanciparsi da quella condizione. E poi nel mio paese ci sono più vecchi che bambini e i vecchi offrono il vantaggio che i loro sintomi di disagio possono essere ricondotti al loro stato di salute generale e non al rapporto di lavoro. Almeno in questo senso non fanno danni trigenerazionali come succede quando per sbaglio Lady Death non trova lavoro come badante ma come baby-sitter. Volendo puoi anche vendicarti di quella stronza di tua madre affidandola a lei nella versione integrale.

Eccola, Lady Death: una signora apparentemente gentile, di età indefinita e sangue freddo, così freddo che ti stupisci che possa circolarle qualcosa nelle vene. E, mentre le parli, inizi a sentire come un soffio freddo dietro alla schiena.

Eccola in tutto il suo agghiacciante splendore. Se sei fortunato avrà conservato un po' di umanità. Altrimenti sarà come vivere in un lager al tempo dei nazisti. Lady Death è lei stessa una sopravvissuta ai peggiori inferni e non ci andrà molto per il sottile. Ha dovuto lottare per rimanere viva e nessuno l'ha aiutata amorevolmente quando agonizzava. Se ti sei ficcato in quella condizione senza lottare, tanto peggio per te. Persino la sua educazione è avvenuta in perfetto stile "pedagogia nera". Insomma, Lady Death ci diventi dopo un certo addestramento, mica improvvisandoti.

Lady Death si riconosce per la sua particolare sensibilità di parlare di fronte al suo cliente, che considera già morto, di tutte le persone che ha accompagnato alla fine, non mancando di descrivere il loro ultimo viaggio insieme nei dettagli, compreso il più macabro, quello in cui il suo cliente si contorce per l'ultima volta e lei lo lava tutto per bene e lo fa trovare bello pulito e vestito pronto per il funerale. Queste sono le esperienze che quando le racconta fanno una buona impressione, evidentemente.

Generalmente, Lady Death avrà un nome finto, più o meno sempre uguale tra colleghe, Gabriela Mariana Caterina, come se fossero tutte una unica persona, Lady Death, appunto. Un personaggio familiare perché perfettamente inserito nella tradizione popolare e che prende forma prima nella fantasia e solo dopo nella realtà. Lady Death ha poi una sua immagine apparente: capelli cotonati stile Zia Assunta Iannantuono in Cacace del telefilm "La Tata", stesso suo abbigliamento anche se ha meno di 50 anni e vive ai giorni nostri, almeno nelle ore diurne, profumata e risoluta a prendere tutto il possibile.

Quando hai visto Lady Death poi vorresti morire ma ormai non puoi più, non disponi più di te stesso. E' lei la tua sola e unica padrona. E' lei che deciderà quando tirerai le cuoia perché da adesso in poi sarà lei a garantirti le funzioni vitali.

In bocca al lupo allora! Chissà se vale la pena continuare a vivere insieme a Lady Death. Forse vale la pena una riflessione su come viviamo prima che suoni al nostro campanello.
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05 giugno, 2020

KILL BILL


Certe relazioni meriterebbero un finale, simbolico ovviamente, come questo! Rapporti malati che originano da un disequilibrio, uno sbilanciamento dei poteri; rapporti verticali, dunque, dove i ruoli sono rigidi e ben definiti: manipolatore/padrone/oppressore/carnefice/sadico e manipolato/schiavo/oppresso/vittima/masochista. Entrambe personalità dipendenti, pilotate da bisogni primari insoddisfatti e inconsci.

Kill Bill rappresenta per me un percorso simbolico di liberazione dalla condizione di dipendenza di uno dei due protagonisti (Beatrix Kiddo), mentre l'altro (Bill appunto) cerca di mantenere la posizione di dominio, prima utilizzando la manipolazione, il ricatto morale, poi, attraverso la violenza.

Tutto il film simboleggia una condizione esistenziale tipica dell'uomo: una relazione  fondata sulle debolezze, messa in crisi da un evento significativo al punto da generare una sana evoluzione in uno dei due partner e una feroce rabbia proiettiva nell'altro. Kill Bill racconta anche della difficoltà e della fatica necessarie ad una reale e profonda "liberazione" da legami perversi.

Chiunque abbia vissuto un percorso di crescita, per quanto inserito in una realtà meno traumatica, può riconoscersi nella protagonista.

Il processo di liberazione può essere anche molto doloroso sul momento ma genera un cambiamento positivo irreversibile.

E' dunque auspicabile riconoscere e affrontare il proprio "Bill" interiorizzato, qualunque aspetto abbia. "Ucciderlo" simbolicamente, con la consapevolezza del proprio valore e della propria forza emotiva, con l'uscita dalla dipendenza. 

A questo scopo esiste il desiderio di cambiare, innanzitutto, il muoversi alla ricerca, e la psicoterapia, poi, per orientarci e strutturarci, imparando così a camminare nella giusta direzione. Per sistemare i "Bill" reali che ci perseguitano, invece, esistono prima di tutto la fuga appena possibile, l'attivazione di adeguate strategie di autoconservazione e la ricerca di aiuto. Uccidere, nella realtà, persino quando siamo perseguitati, tormentati, gravemente torturati e minacciati, creerebbe successivi ulteriori problemi di coscienza, etica e morale oltre che di libertà personale. Le molestie morali sono difficilmente dimostrabili. E questo i persecutori lo sanno bene. Dobbiamo quindi fare i conti con il principio di Realtà, il nostro Super-Io e le regole della nostra società, anche quando sono poco efficaci o addirittura insufficienti. La vita va protetta, difesa e continuamente garantita da noi stessi, innanzitutto attraverso la consapevolezza, il più efficace garante del rispetto dei propri diritti. 

A questo ho pensato vedendo Kill Bill… E di tutti i "Bill" incontrati nella mia vita, dedico questo pensiero e questo film a M.P.: hai detto bene quando, realizzato che avevi perso il tuo giochino, ti sei definito un mostro. Una consapevolezza durata un nano secondo, immagino, ma ormai non più un mio problema. Quanto ti somiglia, fisicamente, David Carradine e, psicologicamente, il personaggio che interpreta in Kill Bill! Stessa spietatezza, fino all'ultimo! Hai persino tentato la mia distruzione finale ma io, come Beatrix, durante il mio addestramento, evidentemente avevo imparato la tecnica di esplosione del cuore con cinque colpi delle dita e l'ho usata, mio malgrado, per difendermi. Perché per me sei morto. Il nostro duello finale assomiglia molto al loro anche se giocato tutto con le parole, parole affilate come lame.
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31 maggio, 2020

I RACCONTI DI TATA OLIVYA

C'erano una volta due bimbe molto speciali.

Anais era la sorella maggiore ed Eloise la sorella minore. Ma, a volte, Anais era la sorella minore ed Eloise la sorella maggiore. Dipendeva dal momento.

A volte avevano 5 e 3 anni, ma a volte erano delle bebé o addirittura dovevano ancora nascere.

Alcune volte erano invisibili, altre facevano la palla e ci rimbalzavi contro oppure correvano velocissime e non le raggiungevi mai. Quelle volte era davvero difficile prenderle. Per fare giocare Tata Olivya, le due bimbe spegnevano i poteri magici ma li riaccendevano poco dopo e Tata Olivya dopo un mese con loro era pronta per le olimpiadi!

Insomma, ogni giorno era speciale.

Anais poi aveva tantissimi capelli con cui si facevano dei super codini perché non facevano nodi; Eloise aveva i capelli biondissimi con i quali invece si facevano dei super nodi. 

Che fosse Anais od Eloise, spazzolarle era una impresa: tra i poteri magici, i muscoletti allenati e i bomboloni che mangiavano a colazione, le due sorelle scappavano via velocissime senza esitazione.

Chissà se Eloise a forza di correre via e fare nodi coi capelli si taglierà i capelli corti come quelli di Tata Olivya appena troverà posto dalla parrucchiera...

Anais aveva la pelle dorata e pareva croccantina. Sembrava buona da mangiare tanto era doratina! E con tutti quei capelli belli e folti, al sole del mattino, quasi non le serviva il cappellino.

Eloise aveva la pelle chiara chiara, come quella di Tata Olivya quando era bambina... anzi, come quella di Tata Olivya pure quando era grandina! Perché Tata Olivya era bianchissima! Così Eloise e la Tata si spalmavano di crema solare protezione 50+, con l'aiuto di Anais che queste necessità non le aveva ma che comunque dal troppo sole si proteggeva. Anais faceva le bolle con la crema: piccole per il viso, grandi per braccia e gambe. E la Tata ed Eloise spalmavano, spalmavano.

A Tata Olivya piaceva moltissimo giocare con le due bimbe: insieme costruivano capanne coi legnetti, disegnavano bambini con i sassi, giocavano con i cerchi e il paracadute e persino col divano della sala ma, soprattutto, giocavano ad acchiapparella.

A piedi nudi  o con le scarpe, le due bimbe con la Tata si rincorrevano, si assaltavano e infine si rotolavano sull'erba. Soprattutto quando le due bimbe rubavano il cappello preferito alla Tata. Così un giorno la Tata portò 3 cappelli ma lo stesso se li rubavano in continuazione.

Anais ed Eloise erano proprio due bambine in gamba!

Anais sapeva andare in bicicletta meglio del ciclista che l'aveva quasi travolta sulla ciclabile davanti a casa (la bimba aveva dei riflessi da gatto e così ha evitato l'impatto!). Ed Eloise scorreva via sul suo monopattino come Flash, spingendo tutto col piede sinistro, un piede fortissimo! Una leggenda narrava che Eloise mettesse male i piedini e inciampasse spesso ma era solo una leggenda! Certo, ogni tanto Eloise cadeva lanciando urla agghiaccianti ma in realtà non si faceva mai molto male perché era fortissima. L'urlo poi era magico perché guariva tutte le ferite e subito ripartiva a correre.

Anais ed Eloise erano velocissime, tranne quando erano lente! Ad esempio, erano lentissime certe volte che Anais non voleva mettersi il casco e si trascinava sul marciapiede come una lumaca triste, oppure quando Eloise si impuntava per cose incomprensibili per un adulto ma certamente molto importanti per un bambino. Tipo perché doveva tenere in mano un pupazzo o un mazzo di fiori mentre guidava il monopattino. Quelle volte lì ci volevano tipo due ore per fare due metri. Anais allora aspettava ad ogni incrocio o faceva il giro intorno a loro in bicicletta, sempre, tranne quando c'era troppa gente perché rischiava di scontrarsi ma ormai lo sapeva, la Tata lo ripeteva in continuazione!

Anais ed Eloise andavano un sacco d'accordo. Ma ogni tanto litigavano, come tutti i fratelli, le sorelle, i bambini in generale. Ma loro sapevano litigare bene! Succedeva così: un minuto di dispetti di vario genere e sorta, dallo stropicciamento di nasi alle tirate di capelli con arruffamento. Una specie di temporale estivo che arrivava all'improvviso e poi tutto tornava come prima. Erano bravissime a fare il temporale estivo. Dopo erano più sorelle di prima.

Anais capiva molto bene Eloise perché c'era già passata dalla sua età. Eloise sapeva assecondare Anais perché, anche se non c'era già passata dalla sua età, si era fatta insegnare come fare a passarci. Così le due sorelle riuscivano a giocare insieme. 

Anais era la primogenita quindi, prima che nascesse Eloise, era figlia unica e non aveva sorelle a cui insegnare cose, con cui giocare o litigare. Eloise era la secondogenita ed era da sempre abituata ad avere Anais vicino a lei. Così, mentre Anais insegnava tutti i trucchi della vita ad Eloise, Eloise insegnava ad Anais a condividere. Insomma, Anais ed Eloise erano molto fortunate perché una aveva l'altra e viceversa. E potevano imparare insieme.

Un giorno Anais, scrutando l'acqua del laghetto che faceva venire voglia di tuffarsi, disse di voler essere una tartaruga d'acqua per nuotare tutto il tempo; ed Eloise, riflettendo sulla necessità di stare attenti quando si cammina per le strade della città, disse che infatti non voleva morire prima di aver finito di giocare perché se no non valeva.

Insomma, Anais ed Eloise erano due bimbe molto speciali e a Tata Olivya mancheranno tantissimo.

Però le due bimbe sanno che la Tata vive in mezzo al bosco e quando vorranno potranno andare a trovarla.

A presto bimbe belle!
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21 maggio, 2020

LE RELAZIONI PERVERSE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Prima parte della FASE 1

Mentre si gridava alla morte e al picco, io mi sono ritrovata fuori, a causa della mia dipendenza affettiva, a cercare di aiutare la mia patologica famiglia, in difficoltà perché vecchia e invalida e abbandonata, per precauzione, dai servizi domiciliari. Per venti giorni ho sbattuto la testa contro porte chiuse e teste dure. In un momento mi sono ritrovata prigioniera della perversione della mia famiglia con la compiacenza delle ordinanze.

Seconda parte della FASE 1

Fuga dall'inferno, finalmente a casa, sintomi, malattia e guarigione. Ancora una volta la malattia accorre in mia salvezza dal morire di sensi di colpa per aver abbandonato la mia famiglia per salvare me stessa. 

Fin qui tutto bene. Affrontavo un giorno per volta. Avevo tante cose di cui occuparmi che giustificavano la mia difficoltà a distrarmi. Eppure qualcosa ho letto.

Poi è arrivata la FASE 2

Man mano che si avvicinava il 4 maggio, io stavo sempre peggio. L'apertura mi avrebbe esposta nuovamente al possibile riavvicinamento alla mia famiglia. Come se mi avessero tolto il mantello dell'invisibilità e contemporaneamente mi avessero costretto ad indossare l'anello del Signore degli anelli, di nuovo venivo esposta al male della mia famiglia. Mia madre dice che ci vedremo appena possibile, dal tono credo lo consideri un diritto materno; per la prima volta in tutta la mia vita, sembra curiosa di sapere come sto... considerato che quando ero dai nonni, mi tossiva in faccia dicendomi che era tosse cronica... sospetto un contagio fraudolento da parte sua. Ha fatto di peggio, e questo, se avesse funzionato, sarebbe stato l'omicidio perfetto. Farmi star male le ha sempre procurato un grande piacere. Il lutto, poi, sarebbe un dono prezioso per lei, un'altro pretesto per farsi commiserare e ricevere attenzione. Non le resta che tornare a sperare che mi venga qualcos'altro, ma potrebbe richiedere tempo e potrei sempre tirare avanti, come lei ha fatto per 20 anni col suo cancro, cancro che inizio a credere sia lei stessa in persona. Il cancro della mia vita. Che fatica avere soddisfazione da questa figlia che cerca di vivere nonostante il suo impegno a spegnermi.

Adesso sì che non riesco più a leggere e che faccio incubi tutte le notti. Dopo 8 anni di silenzio, difficile da ottenere fuori e dentro di me, avermi per 20 giorni alla sua mercé l'ha fatta sentire potente. Ha rinforzato la sua fiducia nel suo potere di farmi soffrire fino a distruggermi, la mia sfiducia nel potermi salvare, esattamente come il coronavirus può rinforzare la sua carica virale. 

Cosa mi terrà lontana dal male e mi darà il coraggio di salvarmi? Quando tornerò a leggere, facendomi trasportare lontano dall'immaginazione e da nuovi pensieri?
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