05 settembre, 2017

PAESINI PITTORESCHI 2

Faccio conoscenza con la vicina della porta accanto con cui condivido il ristretto vicolo e l’angusto ingresso di casa.
Età: vecchia immortale. Vedova? Lui vorrebbe ma no, tempo dopo imparo che è vivo ed è pure invalido. Questo marito è una perfetta scusa per ottenere qualsiasi favore da tutti tranne che da me perché non ci sono quasi mai.
Decisa a mettermi in riga mi aggancia ogni volta che entro o esco di casa.
Io somatizzo questa persecuzione. Un giorno, quando ancora non ero legittimata a parcheggiare ovunque, pur avendo un attacco di diarrea nervosa, decido di lasciare la macchina in fondo alla salita. Mi trascino su per i gradini pregando di non incontrarla. Invece mi sta addirittura venendo incontro.
Visibilmente debilitata le dico con un filo di voce che sto male e che appena mi riprendo passo a sentire che cosa vuole ma lei non può aspettare, suo marito è scivolato a terra e lei non riesce a sollevarlo. Ma sta bene ed è estate cazzo, così tiro dritto al cesso.
5′ dopo la raggiungo trafelata e smunta. ‘E’ intervenuto il parroco, SANT’UOMO!’, dice compiaciuta. Grazie a lei della mia mostruosità parleranno a lungo fino al giorno della mia redenzione…

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PAESINI E SOLUZIONI PITTORESCHE

Ho abitato per tre anni in un pittoresco paesino arroccato su una collina sopra il mare.
Se non ti porti sul groppone la frustrazione di vivere lassù da generazioni, allora devi guadagnarti il diritto di appartenenza alla comunità con una lunga penitenza.
Evidentemente, le scomodità, gli spazi angusti, l’obbligo alla chiesa cattolica e i pettegolezzi a cui ti costringono l’eccessivo isolamento dal resto del mondo e la convivenza forzata fino a tre generazioni in quelle che sembrano più torri scale per le esercitazioni dei pompieri che luoghi per vivere, generano psicotici e nevrotici.
Così, ad esempio, dal giorno del mio arrivo, ogni volta che parcheggiavo in un posto libero da divieti visibili trovavo un biglietto con minacce di ritorsioni.
Casa mia non dava sulla strada principale ma in un viottolo pedonale. Se fai la spesa la logica vorrebbe che ti avvicinassi il più possibile fin dove puoi, scaricassi al volo la roba e solo dopo andassi a parcheggiare. Ma neppure quello potevo fare.
Ho ottenuto rispetto quando, dopo mesi di paziente attesa, sono riuscita a collezionare sufficienti biglietti minatori coi quali ricoprire interamente la mia macchina parcheggiata dove cazzo dicevo io, restituendo loro così un pittoresco affresco della propria meschinità.

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BIANCA

In vacanza con due amiche abbronzatissime, scopro che, oltre ad interpretare diversamente da loro il sole, interpreto diversamente anche il mare: loro in relax, stese nude sul bagnasciuga e in acqua solo per rinfrescarsi; io sempre agitata, a caccia di vento e onde, densamente incremata e con la maglietta nelle ore più calde.
Una mattina loro cambiano lido mentre io noleggio una deriva. Appuntamento pomeridiano nella solita spiaggia.
All’ora stabilita sono ancora in mare, irraggiungibile.
Una volta rientrata tutti mi guardano e qualcuno mi sorride. Racconto alle ragazze di essere osservata e loro ridono. Non trovandomi, preoccupate, avevano chiesto in giro: ‘Avete visto una ragazza bianca?’. In Sardegna, su quella spiaggia, erano tutti bianchi e nessuno aveva capito finché non mi aveva visto: non esiste fotocamera in grado di correggere la mia luminosità.
Un altro giorno le ragazze contrattano sulla spiaggia il valore di numerosi oggetti e in diretta mi telefonano chiedendomi di raggiungerle con la somma. Quando arrivo il ragazzo mi guarda stupito. La sera tra le bancarelle del paese vengo letteralmente assediata dai venditori: le mie amiche mi avevano spacciata per la loro padrona proprietaria del mega yacht inglese ancorato nella caletta.
Nessuna foto pervenuta di quel viaggio.

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TUTTO NOCCIOLA

E’ sabato pomeriggio e all’ultimo momento decidiamo di uscire di casa. Mi viene voglia di mettermi qualche braccialetto ma non riesco a scegliere e lei diventa impaziente, così prendo tutto il portagioie. Sembro un albero di natale.
Stiamo fuori qualche ora. Prima di rientrare ci prendiamo il gelato sotto casa. Mi faccio un cono da 1500 lire tutto nocciola e, mentre mia madre ordina il suo, io sono già fuori che mi incammino verso casa. Lei mi segue a ruota, ha le chiavi, apre il portone del palazzo, passo di nuovo avanti su per le scale mentre lecco il mio gelato, arrivo al primo piano, di fronte alla porta di casa e…la trovo aperta. La nocciola comincia a colare, ‘Hai aperto tu la porta?’, ‘Sei scema, sono dietro di te, come avrei fatto…’. Allora l’ha aperta qualcun altro.
E’ tutto sottosopra, c’è pure un biglietto con l’orario in cui son passati e i ringraziamenti, manca quel poco che contava meno il mio portagioie. Si sono portati via pure il videoregistratore con dentro la cassetta piratata al cinema dal macellaio di fiducia, ‘Alice nel paese delle meraviglie’, la mia preferita.
Non ho più potuto mangiare gelato alla nocciola senza provare nausea.

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02 settembre, 2017

­PSICOMOTRICITÀ RELAZIONALE in educazione:

[Il bambino attraverso il gioco ci parla di sé, della sua storia, delle sue aspettative presenti, passate, future e, nel gruppo, grazie al gruppo e allo psicomotricista scopre le sue risorse e nuove strategie per superare le difficoltà].

Ho 2 anni e vado all'asilo.
Al mattino fatico ad alzarmi presto perché la sera non riesco quasi mai a lasciarmi andare alla nanna all'ora giusta -così mi dicono mentre protesto che voglio dormire-. Mi toccano i preparativi per uscire che mi sembrano sempre troppo frenetici. Così quando mi ritrovo all'Atelier talvolta sono già stanco e nervoso.

Al distacco dalla mamma o dal papà comunque io ormai me la cavo bene, un modo lo trovo per lasciarli andare magari con qualche senso di colpa piccolino...le dade mi accolgono sempre sorridenti e sono contento di trovare gli amici. Poi starci insieme è un altro discorso, una fatica certi momenti ma fondamentalmente una gioia. Ogni giorno che passa mi sento più grande e più sicuro di me.

Appena arrivato, mentre mi rilasso, aspetto l'arrivo degli altri. Poi facciamo il saluto tutti insieme, si canta, si gioca dentro e fuori, a volte si va in piscina, si legge, si ride, si piange, altre volte si dipinge e poi...c'è la psico!

Questa cosa della psico ancora mi emoziona! Succede che ad un certo punto arriva una dada più nuova delle altre che vediamo sempre...è sorridente e accogliente anche lei...ma si sente che porta qualcosa di nuovo e io mi sento salire il magoncino delle novità! Allora mi guardo un po' in giro: le nostre dade sembrano tutte tranquille; dei miei compagni, alcuni sono tutti contenti, battono le mani e si mettono in fila, qualcun altro invece piange e dice che non vuole andare...io mi ritrovo in fila nel trenino e si parte...
Appena entrati empatizzo con chi piange e piango anche io...mi ritrovo però seduto in cerchio tutti insieme e diciamo le regoline e questo sembra un momento in cerchio come altri. Poi 'via', possiamo andare a giocare. Fiuuuu! Tutto a posto insomma! Pensavo ad un altro distacco importante io!

Comunque all'inizio rimango un po' in osservazione. La dada gioca con una palla e sembra interessante quello che fa. Intorno a lei ci sono alcuni bambini ma, per come mi guarda, sento che lei c'è per me anche se è momentaneamente impegnata ed ho la tentazione di raggiungerla e giocare anche io ma ancora non riesco a muovermi. Così resto lì dove sono, a pochi passi, in attesa del coraggio...o che arrivi qualcuno. 

Dopo un po' mi distraggo dal mio magoncino perché mi ritrovo a gironzolare per la stanza, a saltare dal tappeto, scoprendo il piacere di muovermi nello spazio in mezzo agli altri (gioco sensomotorio: io posso/io sono)...mi muovo e mi sento grande...vedo una stoffa che mi piace, vado per prenderla ma attaccato c'è un altro bimbo che non la molla e che si mette a strillare; adesso strillo pure io, tiro con tutta la mia forza, mi arrabbio e non capisco. Guardo la dada affinché venga in mio soccorso ovviamente ma lei resta là dov'è tranquilla e mi dice, come se fosse quella la cosa più ovvia, che la stoffa era prima dell'altro e che posso trovarne un'altra per me; così, non proprio convinto e dopo un altro tentativo e un'altra smentita, mi allontano tutto scapigliato e confuso. Adesso sono un po' stanco e mi sento vulnerabile. Incontro uno scatolone e istintivamente ci entro dentro (gioco simbolico: bisogno di fusionalità) e rimango lì il tempo che mi serve per ricaricarmi come fossi nell'abbraccio della mamma...ma presto riparto, incontro altri bambini e prendo per mano uno di loro che mi sorride (gioco di socializzazione) e con cui giro insieme per la stanza. Sono contento. 

La dada arriva solo quando serve. Giocando con noi e attraverso l'uso degli oggetti, quasi senza parlare, ci aiuta a capire un sacco di cose di noi stessi e degli altri: comprende le nostre emozioni (riconoscimento), ci aiuta a gestirle (contenimento affettivo), chiarisce gli equivoci, la responsabilità che abbiamo verso noi stessi e verso l'altro e ci fa capire che è importante dire di sì e dire di no, aiutandoci a trovare da soli o suggerendoci la strategia più utile per relazionarci con gli altri o per sottrarci a qualcosa che non ci piace. 
Ma, cosa altrettanto importante, sempre meglio io so andare dalla dada quando ho bisogno, so chiedere aiuto agli altri e, tramite gli oggetti, scopro la mia autonomia, la motivazione a fare, ad essere; supero gradualmente la dipendenza dai bisogni cosicché stare con gli altri è più semplice e mi adopero per realizzare i miei desideri.

Scopro che la rabbia e l'aggressività fanno parte di me e di tutti e che sono emozioni normali proprio come le altre; scopro che la dada sa riconoscerle per ciò che significano realmente e può aiutarmi ad esprimerle senza fare male agli altri o a me stesso...
Scopro che ci sono tanti oggetti interessanti che facilitano l'espressione delle mie emozioni e la socializzazione con gli altri. Posso rompere (affermazione di sé, diffusione) uno scatolone (genitore)...e farlo non comporta conseguenze (la perdita dell'amore, il senso di colpa) e questo mi fa sentire autonomo, grande; oppure posso entrare dentro ad un cerchio, come in un abbraccio (fusionalità, regressione) a ricaricarmi, perché, in fondo, mi sento ancora così piccolo.
E in questa alternanza dentro/fuori, fusione/diffusione, acquisisco autonomia e fiducia in me, strumenti per stare con gli altri, per rispettarli rispettando me stesso. Quegli stessi strumenti, insieme agli oggetti, li porto con me dagli altri e insieme costruiamo qualcosa, una casetta, una macchinina. 

Qualche volta comincio a fare una cosa e mi sembra di non riuscire più a smettere e quando sono stanco e ancora non smetto, arriva la dada a suggerirmi alternative, strategie. Queste ultime poi tornano utili anche fuori dalla seduta di psicomotricità, in altre situazioni, con altri bambini e altri adulti.

Insomma, quando arriva la musica ballo e quando finisce la musica metto a posto e quando mi metto davanti alla porta non vedo l'ora di far vedere chi sono diventato alle nostre dade.

Quando poi più tardi ritrovo mamma e papà mi emoziono di nuovo perché per fare tutto quello che ho fatto oggi ho dovuto lasciarli là fuori magari con le occhiaie per la notte passata in bianco, dopo averli salutati un po' a fatica, forse preoccupati che potesse essere per me una giornata troppo impegnativa e questo proprio mi è dispiaciuto; oltretutto dopo il saluto, durante la giornata me li ero pure un po' dimenticati pensando persino di poter fare da solo e quando li ho rivisti ho subito sentito invece che ancora non ce la faccio senza di loro e mi sono preoccupato che avrei potuto perdermi e perderli in tutto questo allontanarmi, dimenticarmeli, scoprirmi. 

Insomma...crescere è faticoso per tutti, nessuno è perfetto, esistono gli imprevisti e non è proprio possibile avere tutto sotto controllo...ma è proprio questo il bello: le nostre risorse sono tutte da scoprire.

In tutto questo mamma e papà ci sono sempre e man mano che cresco, crescono anche loro e mi guardano un po' meno atterriti quando mi allontano! 

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MANUALE D'USO PERVERSO E MANUTENZIONE DI UNA TATA

[Nel testo che segue faccio riferimento a SITUAZIONI LIMITE e le racconto con IRONIA per rendere l'idea di quanto la categoria venga bistrattata].

Come mestiere da qualche anno a questa parte ho scelto quello della tata in famiglia. Un ottimo osservatorio da cui studiare i bambini e le loro famiglie, motivo di interesse personale e argomento dei miei studi di psicomotricità relazionale.

A causa della mia sensibilità ed empatia e avendo sofferto molto nella mia infanzia, il mio punto di osservazione è sbilanciato e così lo è anche la mia partecipazione, evidentemente a favore dei bambini. Con l'esperienza, l'analisi personale e gli studi sono riuscita pian piano ad equilibrare la mia posizione e a provare empatia anche per le difficoltà dei genitori.
Diciamo che prima ero integralista del benessere del bambino, mentre adesso, volendo, riesco a tenere insieme quello di tutta la famiglia, compresi gli animali domestici.

Purtroppo di fronte a proposte arroganti, imbarazzanti e deprimenti, provo comunque rabbia e, nel tentativo di evitare l'autolesionistico sfanculaggio diretto, ho pensato di sfogarmi qui una volta per tutte per dare un po' di voce alla mia occasionale frustrazione e a quella di tutte le persone che come me spesso sono state messe di fronte a compromessi esasperanti o a ricatti sul lavoro in questo moderno e libero mercato degli schiavi.

Scrivo di seguito la sintesi dei miei sfoghi e di quelli di tutte le tate conosciute fino ad oggi.
Volendo questo può essere letto anche come una sorta di manuale d'uso e manutenzione del rapporto con la tata da cui prendere spunto.

Prima di tutto, cari genitori alla ricerca di una tata, dovete fare chiarezza dentro di voi circa la figura che state cercando e le vostre specifiche necessità. 

Nel caso frequente in cui il vostro bambino vi sta sulle palle e volete punirlo, potete pensare di occupare il tempo della tata con ogni genere di pulizia della casa e lavoro domestico. Ottimizzare è importante e la tv, lo smartphone e tutta la tecnologia del mondo facilmente reperibile penseranno ad occupare il bambino durante l'assenza della tata. In questo modo ci sarà coerenza con il vostro stile educativo e il vostro bambino potrà serenamente interiorizzare che, come a mamma e papà non frega niente di lui, così deve essere per il resto del mondo. Indubbiamente egli saprà aspettarsi indifferenza dal prossimo e solitudine e magari si adatterà a questa condizione occupando il minor spazio possibile oppure facendo ricorso a droghe nell'adolescenza permettendovi così di rinnegarlo finalmente, disperandovi per la croce che vi è capitata. Ma non preoccupatevi, ci sono quegli efficientissimi centri di riabilitazione e disintossicazione dove gli insegneranno ad essere produttivo per la società e vi solleveranno dal disagio di un figlio che in fondo non avreste mai voluto fare.

Se poi proprio lo odiate, perché non prendergli una perfetta tata vecchia maniera, magari straniera di qualche paese fermo agli anni 30 e possibilmente totalmente digiuna delle moderne conoscenze sui bambini, che si affida unicamente al ricevuto trapassato modello educativo autoritario e mai elaborato. Missione compiuta! Le probabilità di ottenere un perfetto bambino adattato saranno elevatissime e magari potrà divenire persino un serial killer di fama mondiale.

Se invece siete incastrati dal vostro datore di lavoro in compromessi sempre meno sostenibili perché non rifarvi sulla tata? Tormentandola qualsiasi cosa faccia, inviando messaggi paradossali dalla soluzione impossibile perché qualunque sua mossa non potrà che essere sbagliata? Questo dà grande soddisfazione e consente un po' di sollievo dalla frustrazione di vivere secondo le aspettative degli altri.

Se siete invece degli egocentrici, viziati, narcisisti, incapaci di affidarvi e fidarvi e bisognosi del controllo della vita degli altri come unica strategia di relazione, in una sorta di sommesso delirio di onnipotenza, perché non chiedere alla tata di sapere tutto di lei fin nei minimi dettagli, in uno slancio di incolmabile bisogno di possesso che trova le sue radici nel rapporto non soddisfacente con vostra madre?

Ma soprattutto perché non mettere la potenziale tata con le spalle al muro contrattando arrogantemente la sua miserabile tariffa? Questo è il giochino perverso preferito dalla maggior parte delle famiglie italiane quale che sia il reddito complessivo della coppia semplicemente perché è nell'uso comune il mercato delle vacche e di fronte a quello qualunque altra argomentazione è fallita in partenza. La perversione più gettonata in assoluto è il forfait, non importa se ti propongono un anno di lavoro o una settimana! Sempre di forfait ti parlano.

A quel punto, la tata è sconfitta nell'animo e se potesse si suiciderebbe. Il suo orgoglio si è impiccato, la sua autostima è crollata e non le restano che i meri bisogni di sopravvivenza attaccati al collo a supplicarla di non mandare a fanculo i suoi interlocutori. E non lo farà. E a quel punto, quando vedrete il vaffanculo scenderle giù per la gola, la tata sarà vostra. E accetterà la vostra offerta miserabile perché pure lei ha una vita, una famiglia, persino dei desideri. Ma con quella cifra miserabile non soddisferà nessuna di quelle cose...semplicemente tamponerà l'imminente catastrofe e tirerà a campare raccontandosi che è solo una condizione temporanea, placando momentaneamente la paura che, nella nostra cultura della colpa e della sofferenza, è un punto fermo. Paura di rimanere a mani vuote, paura di non farcela, paura di osare chiedere di più, perché sostanzialmente siamo isolati ognuno nella sua sofferenza e difficoltà in questa che sembra una democratica dittatura.

Fatte le dovute valutazioni e selezioni, quando finalmente la tata che fa al caso vostro (e non necessariamente a quello di vostro figlio) lavorerà per voi, se vi succederà di scoprirla sensibile, empatica, profonda e capace, potranno succedervi diverse cose tra cui una spiacevole: l'attaccamento morboso.

Ecco i sintomi: 

- Inizialmente percepirete il suo lavoro come ben svolto, serio, necessario;  

- poi gradualmente e sempre di più vi sentirete dipendenti da lei come da vostra madre quando eravate dei lattanti perché di questa qui ci si può proprio fidare e forse ne avete più bisogno voi di vostro figlio;  

- desidererete avidamente il suo affetto e la sua amicizia, sentimenti ed emozioni nuovi per voi abituati chi più chi meno ai surrogati dell'amore e adattati a realtà familiari e lavorative faticose, talvolta avvilenti; sentimenti ed emozioni che in pochi secondi si trasformeranno in brama di possesso. 

- infine farete la vostra proposta indecente, non necessariamente sessuale ma comunque inopportuna.

A quel punto lei vi respingerà e voi, fragili e bisognosi, esposti praticamente in mutande, di fronte al rifiuto di lei di diventare il vostro assoluto sostegno, potrete sempre odiarla con grande soddisfazione della vostra rabbia proiettiva. Non si può mica sopportare di trovarsi così, su due piedi, di fronte a sé stessi, alle proprie debolezze e all'immagine reale di ciò che si è e per la quale ci vorrebbero duecento anni di terapia per accettarla veramente.

Immediatamente proverete ribrezzo per voi stessi che confonderete per ribrezzo per lei e licenzierete l'ingrata dal suo patetico, vergognoso contratto non scritto perché comprensibilmente voi non potete certo licenziarvi da voi stessi. 

Sostanzialmente lei non ha accettato di diventare vostra madre, sorella, amica, confidente, mentore accogliendo con devozione la vostra richiesta in nome della vostra così rara stima riposta e questo certo deve fare proprio incazzare.

Ma, ironia della sorte, tutto è bene quel che finisce bene perché potrete così finalmente sentirvi legittimati con rinnovato ardore ad essere ciò che siete: degli ipocriti, ben adattati, inconsapevoli stronzi.

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SOPRAVVISSUTA

In un ennesimo giorno di sofferenza, quando ero poco più che ventenne sono arrivata alla conclusione che il giorno dopo sarebbe arrivato lo stesso anche senza fare niente. Ho tirato i remi in barca e mi sono lasciata trasportare dalla corrente. Ho rinunciato alle grandi lotte per la vita limitandomi ad azioni di poco conto che non davano molto nell'occhio. Avevo rinunciato ai miei desideri e tanto bastava a lasciare parzialmente soddisfatti i miei familiari. In realtà ho 'strategicamente' tenuto in vita il mio tesoro (la mia vitalità e la mia creatività) con poco, pochissimo...ma il risultato è stata comunque una grave perdita. La mia famiglia si è sentita vincente su di me perché, se anche non era riuscita a piegarmi al suo volere, mi aveva quantomeno persuasa a spegnermi. Devo averli fatti sentire potenti...prima con la dipendenza e l'amore inossidabile di un figlio-nipote, poi con il controllo della sua vitalità...Mi sono sentita come se avessero violato qualcosa di troppo intimo e prezioso, maltrattandolo e calpestandolo, senza alcun rispetto per me. 
E come si animavano tutti quando avevo le mie 'crisi acute'...Devono aver goduto inconsciamente nel vedermi ridotta tanto male e nel vedersi costretti a chiamare un'ambulanza che venisse a portarmi via in quanto causa di destabilizzazione del loro patetico equilibrio. Che brutti piccoli mostri...molto kafkiani...

Per sopravvivere ho dovuto credere che nulla mi interessasse e che niente valesse la pena perché difendere la mia vitalità mi stava uccidendo. Nonostante tutto, la mia parte lucida ha continuato a cercare aiuto.

Aver incontrato delle persone speciali è servito a richiamarmi alla realtà, solo che è successo un attimo prima di oltrepassare il confine, quando ormai davvero mi sentivo stanca, distrutta e priva di energie e desideri. Da zombie stavo trasformandomi in un ossuto...come nel film 'Warm bodies'. Mi sento come immagino potrebbe sentirsi un Inuit partito in maglietta per andare a morire sull'altopiano groenlandese se un suo connazionale gli urlasse da lontano che si è sbagliato, che le sue sensazioni circa l'essere arrivato in fondo alla vita fossero state falsate. E questo, mezzo congelato, non riuscisse ormai più a muoversi mentre la sua mente confusa e ingannata potesse ancora ragionare su quanto fosse ridotto male e impotente tutto per un terribile equivoco. Non sarebbe forse stato meglio lasciarlo morire? Oppure sparargli a quel punto...

Mi viene la nausea dallo sforzo di accettare che ci sia ancora una fiammella vitale dentro di me e nello scoprire che sono stata io a ridurla così, nel sentire la mia paura e la mia impotenza, la mia vergogna e la frustrazione. 
E' uno strazio andare per il mondo senza pelle ed espormi a continue sofferenze quando sono ancora ferita e sanguinante. E' uno strazio sentirmi così pesante. 

Nella vita, come strategia per evitare 'crisi acute' che potrebbero espormi ad ulteriori rischi, ho recentemente optato per tenere un profilo basso, ovvero stare ferma, praticamente immobile, ridurre al minimo i giri del motore, espormi il meno possibile...ma tutto ciò non è compatibile con la vita stessa perché non riesco ad accettare nessuna mia strategia e i conseguenti compromessi che comporta perché ho perfettamente interiorizzato tutte le vocine malefiche possibili e immaginabili.

Non so come fare a convivere con tutto ciò. Non ho gli strumenti per ravvivare quella fiammella. Mi sento un'invalida totale e mi fa schifo questa condizione. Man mano che passa il tempo in questa immobilità il mio corpo si irrigidisce ed io mi abbruttisco perché al mio corpo è sempre stata legata una parte della mia fragile, ridicola e insignificante autostima. Così non sto più bene neppure da quel punto di vista. Niente endorfine, nessun antidolorifico. Mi gonfio di rabbia proiettiva che a stento trattengo e che prima o dopo riverso su qualcuno per me vitale.
Rallentare sarà utile ma mi sta uccidendo e non so più come ripartire...non ho più slanci, interessi, motivazione per fare niente. Sono solo immobile e sempre più bloccata.
E non ho neppure la forza di fare un atto di fede perché soffro come un cane e pure Giobbe ha chiesto di morire a Dio quando soffriva. E sia chiaro, la ricompensa deve essere altrettanto soddisfacente: una vita lunga e felice e la ricchezza interiore e materiale...da condividere, certo.

Ho bisogno di qualche strumento in più che non sia la frase enigmatica di un oracolo per quando spaccherei tutto o investirei qualcuno per la mia incapacità di sopportare la frustrazione di esistere in queste condizioni. 
Inoltre sono di nuovo nella fase che strangolerei il mio psicoterapeuta e anche se so che come una madre suff buona tiene duro e restituisce attenuato, vorrei non massacrarlo troppo...

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PER LE PALLE

Sguardi, emozioni: per noi è amore. Siamo spontanei e appassionati.

Non passa molto tempo che una nebbia scura e densa cala lenta e inesorabile prima su di lui per poi inghiottire anche me.

In quella oscurità scopro cosa si cela dietro l'apparenza delle cose ma sono l'unica dei due a vederla e per la mia storia sono fragile e insicura. Per dieci anni combatto una battaglia vinta in partenza.

Veniamo letteralmente soffocati dalla invadenza e dagli sconfinamenti dei suoi genitori; non possiamo praticamente stare da soli e sempre incastrati in orari rigidi che rendono impossibile allontanarsi più di tanto. I regali per me li sceglie lei. Niente vacanze insieme se non con i suoi o a seguito di patetici compromessi. Il padre lo ricatta moralmente affinché lui assecondi la madre che altrimenti va fuori di testa perché sostanzialmente è pazza. Lei così è legittimata ad insinuarsi prepotentemente tra di noi e gode del senso di onnipotenza su questo figlio che a tutti gli effetti è il suo fantoccio.

Il gesto forse più simbolico di quel rapporto perverso fu quello di lei che per misurare la febbre al figlio di 26 anni gli tasta le palle perché così si fa coi maschi.

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A SCUOLA DI FAMIGLIA

Suona il telefono.

"Pronto?"

"Ciao carina, sono la nonna".

" ...mi dispiace ma hai sbagliato numero perché la mia nonna è di là in cucina".

"Infatti, sono l'altra nonna!".

Io rimango interdetta; cerco nella mia testolina confusa il senso di quelle parole ma non lo trovo e, dopo aver argomentato qualcosa un po' in difficoltà per l'insistenza, educatamente saluto e butto giù.

Mia nonna, quella in cucina, non aveva sentito bene dall'altra stanza e mi chiede chi fosse stato al telefono, "nessuno" dico io, ma allora cosa avevo da parlare tanto, "perché aveva sbagliato ma non ci credeva. Pensa, era una che diceva di essere mia nonna!".

E la era: ovviamente, la nonna paterna. Ma in casa mia non si parlava molto e la realtà era frammentata.

Dopo aver afferrato della nonna, con grande emozione realizzo di avere una sorella e lo dico orgogliosa in giro anche se non l'ho mai vista.

Un giorno, all'uscita da scuola mi prende mia nonna e una mia compagna mi chiede: "Ma è vero che hai una sorella?".

Contemporaneamente io e mia nonna rispondiamo: "Sì", "No" e immediatamente ci correggiamo cercando reciproca complicità, "No", "Sì"...

La mia compagna rimane interdetta.

"Sì...da parte di padre".

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PUTTANA LA MAESTRA

Mio padre si chiama Uberto. Da piccola mi vergognavo a dirlo perché tutti ridevano per quel nome stonato e persino il correttore automatico lo segna errore in questo momento.

Uberto poi neppure me lo ricordavo come fosse fatto eppure riusciva ad essere un problema lo stesso.

Cominciai spontaneamente a modificarne il nome in Umberto. Soffermandomi appena tra la U e la B e troncando in tempo, nel malizioso coetaneo veniva il dubbio di aver capito male ma alla seconda volta che lo ripetevo desisteva per non prendersi una pernacchia.

Un giorno in classe chiedono a tutti i nomi e cognomi dei nostri genitori. Io mastico un Uberto/Umberto e, visto che anche gli adulti si aspettano una 'm' tra la U e la B, non devo neppure ripetere.

Tempo dopo la maestra mi chiama alla lavagna e, davanti a tutti, mi interroga.

"Come si chiama tuo padre?"

E io coerente ma a voce bassa: "Umberto".

"Come? Più forte per favore".

"UMBERTO".

Ora mi accorgo della sua espressione di compiacimento, molto simile a quella di mia madre quando si pregustava un'occasione per punirmi.

"Ma come, non sai neppure come si chiama tuo padre???? Te lo dico io: UBERTO!!!".

Risata generale.

Che puttana!




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LOTTA ALLA COSTIPAZIONE

Le vacanze portano un vento di novità e con esso talvolta un po' di stitichezza.

Da piccola in vacanza ci andavo coi nonni. Niente di male se non fosse stato che mia nonna i bambini non sapeva come prenderli.

Di solito si occupava di me mio nonno, vagamente più democratico e affettivo. Quel giorno però mia nonna, stitica da una vita, si è sentita personalmente coinvolta nella questione e, armatasi di tanta buona volontà, è intervenuta decisa.

Digrignando i denti, bestemmiando e smanacciando coordinava le operazioni per la mia cattura. Un istinto da preda mi spingeva a divincolarmi e scappare terrorizzata per la stanza dell'albergo.

Dopo la cattura mi sono ritrovata nuda e appesa per i piedi a testa in giù: "Dai, infilagliela, cosa aspetti?", "Non è che sbaglio buco? Non riesco, stringe le chiappe, tienile le gambe aperte", "Fammi provare"... Come un monaco zen lottavo di concentrazione con successo.

Bussano.

"Avanti!".

Mio cugino, 9 anni, apre la porta: "Che fate?".

"Mettiamo la supposta alla bambina".

Mentre lui ride, io incrocio gli sguardi della gente che passa nel corridoio e a 5 anni comincio ad interiorizzare che la vita è una lotta per non farsela mettere nel culo innanzitutto dalla propria famiglia.

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